Due torri, il municipio, un duomo: e in mezzo la piazza. È il perimetro civico della città italiana, che circonda lo spazio politico in cui si manifesta la civiltà dei Comuni e la pubblica opinione, quel soggetto indispensabile di ogni moderna democrazia. Per tre giorni la piazza di Repubblica è stata Bologna, che ha aperto anche quest’anno i suoi magnifici palazzi, i cortili, i suoi portici al festival delle idee. Soprattutto Bologna ha contornato la festa con la sua tradizione civile, la sua voglia di capire, l’interesse per la discussione e il confronto. Al centro, l’incontro tra le grandi firme del giornale, guidate dal direttore Carlo Verdelli, e i suoi lettori: una comunità unita dalla passione per la democrazia e per la conoscenza, e anche dalla voglia di cambiare, restituendo un futuro al nostro Paese.
Una festa delle idee significa una riflessione pubblica sulla fase che stiamo attraversando, con il discorso che si allarga…
Una festa delle idee significa una riflessione pubblica sulla fase che stiamo attraversando, con il discorso che si allarga…
Due torri, il municipio, un duomo: e in mezzo la piazza. È il perimetro civico della città italiana, che circonda lo spazio politico in cui si manifesta la civiltà dei Comuni e la pubblica opinione, quel soggetto indispensabile di ogni moderna democrazia. Per tre giorni la piazza di Repubblica è stata Bologna, che ha aperto anche quest’anno i suoi magnifici palazzi, i cortili, i suoi portici al festival delle idee. Soprattutto Bologna ha contornato la festa con la sua tradizione civile, la sua voglia di capire, l’interesse per la discussione e il confronto. Al centro, l’incontro tra le grandi firme del giornale, guidate dal direttore Carlo Verdelli, e i suoi lettori: una comunità unita dalla passione per la democrazia e per la conoscenza, e anche dalla voglia di cambiare, restituendo un futuro al nostro Paese.
Una festa delle idee significa una riflessione pubblica sulla fase che stiamo attraversando, con il discorso che si allarga inevitabilmente dall’Italia all’Europa e al mondo, per la dimensione dei fenomeni che ci sovrastano e che spesso ci sembrano fuori controllo. Il giornale, come sempre, ha messo in campo il suo lavoro, portandolo fuori dalla redazione, con gli inviati, i cronisti, gli editorialisti che hanno discusso in pubblico i temi su cui scrivono quotidianamente. In più, il mondo di Repubblica si è aperto ai testimoni dell’epoca, portando in piazza intellettuali, scrittori, artisti, sindacalisti, politici, e mettendoli a confronto con i suoi giornalisti.
Lo spirito del festival non cercava un progetto politico, il programma non prevedeva un manifesto, perché un giornale non deve né convertire né arruolare, ma piuttosto informare, trasmettendo gli elementi della conoscenza che aiutano gli individui a diventare cittadini consapevoli. I tre giorni di Bologna sono stati proprio questo, uno spazio culturale a disposizione di tutti, interrogandosi insieme sulle grandi questioni oggi aperte, e cercando di mettere in campo quelle idee che nascono dal confronto tra i fatti e la natura del giornale, la sua storia e la sua anima, così come le ha concepite Eugenio Scalfari.
C’era quest’anno qualcosa di più, che si avvertiva in piazza e in ogni sala del dibattito, nelle lunghe code delle persone davanti a ogni appuntamento, nella vera e propria folla che ha applaudito il discorso sull’immigrazione di Roberto Saviano o l’analisi sulle élite di Alessandro Baricco. Potremmo definirlo il sentimento di un’altra Italia rispetto a quella oggi dominante, un’Italia certo di minoranza e tuttavia alla ricerca non tanto di una politica — perché questa non era e non poteva essere la sede — ma di una definizione culturale, di una cifra espressiva, di un segno di riconoscimento.
Storie individuali fatte come spesso accade di passioni e di delusioni, di occasioni perdute e tuttavia di impegno civile, sono uscite di casa e si sono date appuntamento attorno a Repubblica, che come sempre conferma di essere qualcosa di più di un giornale, uno strumento di partecipazione e insieme di decifrazione del mondo, che giorno dopo giorno ripropone e testimonia una certa idea dell’Italia.
La cifra comune di tutto questo è la fiducia nella democrazia, dunque la necessità di sostenerla e di difenderla nella vita quotidiana, sapendo che dipende anche da noi, e non soltanto da chi ha responsabilità politiche e istituzionali. Rifiutando la rinuncia e il disimpegno ma anche l’ambiguità e l’ipocrisia di chi non vede e non giudica quel che sta capitando oggi in Italia.
Repubblica lo ha fatto in piazza, insieme con i suoi lettori. E poiché, come diciamo sempre, un giornale fa parte della vita di un Paese e non della sua rappresentazione, forse la piazza di Bologna testimonia davvero che un’altra Italia è possibile.
Una festa delle idee significa una riflessione pubblica sulla fase che stiamo attraversando, con il discorso che si allarga inevitabilmente dall’Italia all’Europa e al mondo, per la dimensione dei fenomeni che ci sovrastano e che spesso ci sembrano fuori controllo. Il giornale, come sempre, ha messo in campo il suo lavoro, portandolo fuori dalla redazione, con gli inviati, i cronisti, gli editorialisti che hanno discusso in pubblico i temi su cui scrivono quotidianamente. In più, il mondo di Repubblica si è aperto ai testimoni dell’epoca, portando in piazza intellettuali, scrittori, artisti, sindacalisti, politici, e mettendoli a confronto con i suoi giornalisti.
Lo spirito del festival non cercava un progetto politico, il programma non prevedeva un manifesto, perché un giornale non deve né convertire né arruolare, ma piuttosto informare, trasmettendo gli elementi della conoscenza che aiutano gli individui a diventare cittadini consapevoli. I tre giorni di Bologna sono stati proprio questo, uno spazio culturale a disposizione di tutti, interrogandosi insieme sulle grandi questioni oggi aperte, e cercando di mettere in campo quelle idee che nascono dal confronto tra i fatti e la natura del giornale, la sua storia e la sua anima, così come le ha concepite Eugenio Scalfari.
C’era quest’anno qualcosa di più, che si avvertiva in piazza e in ogni sala del dibattito, nelle lunghe code delle persone davanti a ogni appuntamento, nella vera e propria folla che ha applaudito il discorso sull’immigrazione di Roberto Saviano o l’analisi sulle élite di Alessandro Baricco. Potremmo definirlo il sentimento di un’altra Italia rispetto a quella oggi dominante, un’Italia certo di minoranza e tuttavia alla ricerca non tanto di una politica — perché questa non era e non poteva essere la sede — ma di una definizione culturale, di una cifra espressiva, di un segno di riconoscimento.
Storie individuali fatte come spesso accade di passioni e di delusioni, di occasioni perdute e tuttavia di impegno civile, sono uscite di casa e si sono date appuntamento attorno a Repubblica, che come sempre conferma di essere qualcosa di più di un giornale, uno strumento di partecipazione e insieme di decifrazione del mondo, che giorno dopo giorno ripropone e testimonia una certa idea dell’Italia.
La cifra comune di tutto questo è la fiducia nella democrazia, dunque la necessità di sostenerla e di difenderla nella vita quotidiana, sapendo che dipende anche da noi, e non soltanto da chi ha responsabilità politiche e istituzionali. Rifiutando la rinuncia e il disimpegno ma anche l’ambiguità e l’ipocrisia di chi non vede e non giudica quel che sta capitando oggi in Italia.
Repubblica lo ha fatto in piazza, insieme con i suoi lettori. E poiché, come diciamo sempre, un giornale fa parte della vita di un Paese e non della sua rappresentazione, forse la piazza di Bologna testimonia davvero che un’altra Italia è possibile.