Con i numeri non serve un interprete
Fabio Bogo , di FABIO BOGO
Il presidente del consiglio Giuseppe Conte, in missione a Bruxelles, lo ha ripetuto "fino allo sfinimento" (sua affermazione testuale) davanti ai colleghi giornalisti che affollavano il vertice europeo lo scorso fine settimana, nel quale l'Italia era osservata con il sospetto che merita chi tradisce la parola data. "Le regole vanno interpretate", ha puntualizzato a chi gli chiedeva come pensasse di convincere gli altri capi di governo a concedere all'Italia l'ennesima scappatoia sul rispetto dei conti pubblici. Abile giurista, Conte è ricorso alle sue capacità di mediazione e all'utilizzo di formule nebbiose per trovare una via d'uscita onorevole dal vicolo cieco nel quale il Paese si era cacciato. Perché un conto sono le parole, altra cosa sono i numeri. E i numeri non hanno quella elasticità gommosa che piace al premier.
I fatti sono questi. A dicembre il governo italiano si è impegnato con una lettera scrit…
I fatti sono questi. A dicembre il governo italiano si è impegnato con una lettera scrit…
Il presidente del consiglio Giuseppe Conte, in missione a Bruxelles, lo ha ripetuto "fino allo sfinimento" (sua affermazione testuale) davanti ai colleghi giornalisti che affollavano il vertice europeo lo scorso fine settimana, nel quale l'Italia era osservata con il sospetto che merita chi tradisce la parola data. "Le regole vanno interpretate", ha puntualizzato a chi gli chiedeva come pensasse di convincere gli altri capi di governo a concedere all'Italia l'ennesima scappatoia sul rispetto dei conti pubblici. Abile giurista, Conte è ricorso alle sue capacità di mediazione e all'utilizzo di formule nebbiose per trovare una via d'uscita onorevole dal vicolo cieco nel quale il Paese si era cacciato. Perché un conto sono le parole, altra cosa sono i numeri. E i numeri non hanno quella elasticità gommosa che piace al premier.
I fatti sono questi. A dicembre il governo italiano si è impegnato con una lettera scritta alla Commissione a correggere lo sforamento dei conti pubblici. Il buco previsto per il biennio 2018-2019 era di 11 miliardi, 2 dei quali sono stati "condonati" dalla Ue. Ne restano 9, e l'Italia deve trovarli. Ad oggi non lo ha fatto, nè ha dato certezze su come lo farà, violando quindi la parola data. Nel 2020 poi c'è da sterilizzare l'aumento dell'Iva, e ne servono altri 23. A questi si pensa inoltre di aggiungere anche una decina di miliardi, il costo stimato dei tagli fiscali legati alla Flat Tax. Il tutto fa una montagna di denaro, che può essere rateizzata nella tempistica degli interventi, ma che rimane un muro molto alto da superare. E sostenere che la crescita prodotta dall'allentamento del rigore compenserà il buco provocato nelle casse è un'opinione, ma non una certezza. Per superare il muro insomma servono scale, corde, ramponi, forse anche una gru. Ma di sicuro non bastano le interpretazioni delle norme, che tanto piacciono al premier avvocato, nè tantomeno la nuda minaccia che non ci piegheremo alle leggi degli altri, a quelle dell'Europa. Anche perché sono le nostre leggi, approvate dal Parlamento, a stabilire - ad esempio - che il pareggio di bilancio è un obbligo costituzionale. La legge promulgata il 20 aprile 2012 che modifica l'articolo 81 della Costituzione recita, tra l'altro: "Lo Stato assicura l'equilibrio tra entrate e uscite.... Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte". Qualcuno dovrà pur spiegare al vicepremier Matteo Salvini, prima o poi, che è l'Italia stessa che ha stabilito le norme che regolano il suo comportamento economico, e non gli arcigni e nemici burocrati di Bruxelles.
Consapevole di essere finito all'angolo, il governo allora esplora soluzioni finora mai applicate prima per riempire le esangui casse. E va all'assalto di Bankitalia e della Cassa depositi e prestiti. A quest'ultima, in particolare, ha chiesto un miliardo di liquidità grazie ad un extradividendo straordinario deliberato quasi di nascosto. La somma verrà distribuita tra Mef e le Fondazioni azioniste, che si ritrovano un assegno non cercato di 125 milioni di euro. Soldi che permetteranno magari di tappare qualche buco, ma che verranno sottratti alle iniziative che Cdp ha tra i suoi compiti istituzionali, come quelli di sostenere le iniziative industriali che servono al Paese per rendere più solida e robusta la sua struttura. La Cassa è insomma diventata un bancomat, come denuncia l'opposizione. Che è alimentato, bisogna ricordarlo, con i soldi di quello che una volta era l'intoccabile risparmio postale.
I fatti sono questi. A dicembre il governo italiano si è impegnato con una lettera scritta alla Commissione a correggere lo sforamento dei conti pubblici. Il buco previsto per il biennio 2018-2019 era di 11 miliardi, 2 dei quali sono stati "condonati" dalla Ue. Ne restano 9, e l'Italia deve trovarli. Ad oggi non lo ha fatto, nè ha dato certezze su come lo farà, violando quindi la parola data. Nel 2020 poi c'è da sterilizzare l'aumento dell'Iva, e ne servono altri 23. A questi si pensa inoltre di aggiungere anche una decina di miliardi, il costo stimato dei tagli fiscali legati alla Flat Tax. Il tutto fa una montagna di denaro, che può essere rateizzata nella tempistica degli interventi, ma che rimane un muro molto alto da superare. E sostenere che la crescita prodotta dall'allentamento del rigore compenserà il buco provocato nelle casse è un'opinione, ma non una certezza. Per superare il muro insomma servono scale, corde, ramponi, forse anche una gru. Ma di sicuro non bastano le interpretazioni delle norme, che tanto piacciono al premier avvocato, nè tantomeno la nuda minaccia che non ci piegheremo alle leggi degli altri, a quelle dell'Europa. Anche perché sono le nostre leggi, approvate dal Parlamento, a stabilire - ad esempio - che il pareggio di bilancio è un obbligo costituzionale. La legge promulgata il 20 aprile 2012 che modifica l'articolo 81 della Costituzione recita, tra l'altro: "Lo Stato assicura l'equilibrio tra entrate e uscite.... Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte". Qualcuno dovrà pur spiegare al vicepremier Matteo Salvini, prima o poi, che è l'Italia stessa che ha stabilito le norme che regolano il suo comportamento economico, e non gli arcigni e nemici burocrati di Bruxelles.
Consapevole di essere finito all'angolo, il governo allora esplora soluzioni finora mai applicate prima per riempire le esangui casse. E va all'assalto di Bankitalia e della Cassa depositi e prestiti. A quest'ultima, in particolare, ha chiesto un miliardo di liquidità grazie ad un extradividendo straordinario deliberato quasi di nascosto. La somma verrà distribuita tra Mef e le Fondazioni azioniste, che si ritrovano un assegno non cercato di 125 milioni di euro. Soldi che permetteranno magari di tappare qualche buco, ma che verranno sottratti alle iniziative che Cdp ha tra i suoi compiti istituzionali, come quelli di sostenere le iniziative industriali che servono al Paese per rendere più solida e robusta la sua struttura. La Cassa è insomma diventata un bancomat, come denuncia l'opposizione. Che è alimentato, bisogna ricordarlo, con i soldi di quello che una volta era l'intoccabile risparmio postale.