Dunque è bastato che affiorasse la parola crisi nel duello di potere tra Salvini e Di Maio, perché nel Pd spuntasse il miraggio del ritorno al governo (nascosto dietro confuse formule dorotee di avvicinamento) come l’oasi nel deserto per l’assetato. Nemmeno un minuto speso a pensare se quell’acqua è potabile, a che punto è la traversata, e soprattutto quali sono le cause della lunga sete della sinistra italiana.
Naturalmente lo spettacolo che la maggioranza penta-leghista offre di sé ogni giorno è indecoroso, il Paese è allo sbando, tre mezzi leader si contendono il timone col risultato che la nave procede a zig zag, e nessuno conosce la rotta. È evidente che così non può durare, ed è altrettanto evidente che Cinque Stelle e Lega ragionano ormai in una logica elettorale curando ognuno i propri interessi conflittuali, con buona pace del famoso contratto, del Paese e delle sue urgenze.
Detto …
Naturalmente lo spettacolo che la maggioranza penta-leghista offre di sé ogni giorno è indecoroso, il Paese è allo sbando, tre mezzi leader si contendono il timone col risultato che la nave procede a zig zag, e nessuno conosce la rotta. È evidente che così non può durare, ed è altrettanto evidente che Cinque Stelle e Lega ragionano ormai in una logica elettorale curando ognuno i propri interessi conflittuali, con buona pace del famoso contratto, del Paese e delle sue urgenze.
Detto …
Dunque è bastato che affiorasse la parola crisi nel duello di potere tra Salvini e Di Maio, perché nel Pd spuntasse il miraggio del ritorno al governo (nascosto dietro confuse formule dorotee di avvicinamento) come l’oasi nel deserto per l’assetato. Nemmeno un minuto speso a pensare se quell’acqua è potabile, a che punto è la traversata, e soprattutto quali sono le cause della lunga sete della sinistra italiana.
Naturalmente lo spettacolo che la maggioranza penta-leghista offre di sé ogni giorno è indecoroso, il Paese è allo sbando, tre mezzi leader si contendono il timone col risultato che la nave procede a zig zag, e nessuno conosce la rotta. È evidente che così non può durare, ed è altrettanto evidente che Cinque Stelle e Lega ragionano ormai in una logica elettorale curando ognuno i propri interessi conflittuali, con buona pace del famoso contratto, del Paese e delle sue urgenze.
Detto questo, davvero la sinistra può pensare di tornare un giorno al governo dal buco della serratura di una porta altrui, come se le fosse impedito per sortilegio lo scalone d’onore di palazzo Chigi e dovesse accontentarsi ogni volta dell’ascensore di servizio?
Torniamo dopo anni ai figli di un dio minore, ma questa volta per scelta e per autodannazione. Nel recente e travagliato passato della politica italiana è già successo, come tutti ricordiamo. Ma la differenza è che allora si era aperto un vuoto nel sistema, per la crisi dell’egemonia berlusconiana, mentre oggi dall’altra parte c’è un pieno, con il consenso per Salvini che nonostante gli scandali sale fino al 37 per cento.
Dunque la prima obiezione è di forma (la regola dice che non si va al governo senza il mandato degli elettori), ma nasconde una sostanza: non si governa con maggioranze raccogliticce, contro l’inerzia del consenso che viene spinta all’opposizione.
In più ci sono obiezioni schiettamente politiche, che valgono per oggi e per domani e dunque non possono essere ignorate. La subalternità della sinistra al miglior offerente, con la congiunzione della vecchia realpolitik comunista e dell’eterna manovra democristiana, le impedisce di vedere la crisi verticale del grillismo, che va addirittura al di là dei numeri, delle percentuali elettorali e del rapporto di forza ormai invertito con la Lega.
Così come nel Pd qualcuno all’inizio della legislatura si offriva come stampella gregaria ai Cinque Stelle vittoriosi, oggi qualcun altro (o addirittura gli stessi) si propone come salvagente accessorio ai Cinque Stelle declinanti, rinunciando a ogni autonomia strategica, ideale, addirittura tattica, in cambio di uno spiraglio governativo per domani. I grillini non sono il sole, ma una stella spenta: che, soprattutto, non abita nella parte di sinistra del cielo, ma in quella di destra, come hanno dimostrato ogni giorno nel corso di quest’avventura di governo, criticando ma controfirmando tutte le scelte di Salvini, comprese quelle razziste e xenofobe, sottoscritte fin dalla radice ideologica. In un paradosso schizofrenico, quanto più cresce l’insofferenza dei grillini per la Lega, tanto più aumenta la loro subalternità, col risultato di un marchio esclusivo di destra estrema per il governo, percepito così in tutta Europa.
Le velleità e la soggettività dei Cinque Stelle si sono ridotte ormai alla politica della decrescita, col partito del non-fare. Sopravvive l’anima ideologica che ha scelto fin dall’inizio questa alleanza anti-istituzionale, condividendo con la Lega, in particolare, una visione contraria ai principi della democrazia liberale: nella convinzione esorcistica che la storia della democrazia italiana e delle sue istituzioni sia tutta da buttare, con l’avvento dell’Anno Zero che ridisegnerà da capo la vicenda della nazione, spostando anch’essa in un Punto Zero fuori dall’Occidente, nella grande incognita del populismo sovranista e antieuropeo.
Cosa c’entra la sinistra con questo pasticcio pericoloso? Cosa c’entrano la sua storia, la sua tradizione, i suoi valori di riferimento, gli interessi legittimi che dovrebbe rappresentare? È chiaro che alle spalle dei Cinque Stelle c’è (o meglio c’era) un fenomeno sociale contradditorio e tumultuoso, che nelle differenze di ceto ha trovato identità in una proletarizzazione dei suoi orizzonti e dei suoi spazi, ricavandone – quasi fosse una nuova classe – una spinta alla ribellione, alla rabbia, all’invidia, ma anche al cambiamento. Oggi che la prova fallimentare dei grillini non ha saputo trasformare questo istinto del malcontento in una energia di governo, rinunciando alle riforme per inseguire la rivoluzione che non c’è, è certamente il momento giusto per parlare a quegli elettori delusi, indicando un altro percorso possibile per un’Italia diversa. Ma rivolgendosi appunto agli elettori delusi, non ai dirigenti deludenti: che vanno invece sfidati, prima di tutto a rompere l’equivoco della falsa equidistanza tra destra e sinistra, anch’essa a somma zero dal punto di vista identitario. Come se fosse possibile oggi non scegliere da che parte stare nel mondo egemone di Trump, di Putin, di Orbàn, di Le Pen e naturalmente di Salvini.
Invece di chiedere al Pd se intende allearsi coi Cinque Stelle, bisogna infatti rovesciare l’onere della prova, come ha fatto Scalfari. Tocca ai grillini rompere il tabernacolo del loro mistero politico. Non per scegliere un possibile alleato, sotto l’urgenza dello stato di necessità e urgenza, senza nessuna elaborazione politica, come se si giocasse a Monopoli o al calciomercato. Non è questo il punto. Piuttosto, prima di dire con chi vogliono stare, è arrivato il momento per i Cinque Stelle di dire finalmente alla democrazia italiana chi sono, da quale pasta sono composti, a quali culture fanno riferimento, in quale parte della loro geografia immaginaria collocano l’Italia nei prossimi anni, quali interessi vogliono rappresentare, qual è la loro visione del Paese. Da tutto questo – e solo da questo – nasce la scelta degli interlocutori possibili.
Scalfari ha indicato appunto un processo politico. E la politica ha da tempo creato gli strumenti propri per circostanze come queste. Devono prendere atto che il governo con la Lega sta andando a sbattere? Che non è la soluzione appropriata perché il movimento possa dispiegare le sue idee e tradurle in progetti concreti? Che confonde e contraddice la loro base sociale? Facciano un congresso, lo chiamino Voltaire, se vogliono uscire dal gergo del passato per dare un parente a Rousseau, e se sanno cosa significano quei due nomi. Ma per una volta discutano alla luce del sole delle loro idee e del loro posto nel mondo, senza riservare la trasparenza dello streaming solo al dileggio dei loro avversari, per chiudere i conflitti interni dentro la catacomba delle piattaforme di proprietà privata, da cui escono soltanto segnali di fumo dell’ostilità tra i leader, peggio del centralismo democratico.
Si inventino dunque, nelle forme che preferiscono, lo strumento principe di una discussione pubblica, collettiva, aperta, con la posta in gioco davvero contendibile. Vengano alla tribuna le diverse visioni, se ci sono, le differenti opzioni, la difesa di questo governo e l’insoddisfazione, i risultati, i meriti, gli errori e le colpe, come avviene in ogni procedura democratica di rendiconto. Qualcuno dica se si è sbagliato, e spieghi perché. Piangano, se credono, come fa la politica nei suoi passaggi decisivi, litighino se è il caso, l’importante è che si rivelino, si aprano, si spieghino e infine si contino, su linee, prospettive e alleanze differenti, con leader distinti: risolvendo finalmente anche un problema di democrazia interna. Solo così può nascere una dinamica politica, che le altre forze dovranno poi ovviamente giudicare. Solo così la crisi che verrà non si risolverà con un minuetto, una quadriglia, un cambio di cavalli in qualche stalla nascosta. Cosa più comoda, naturalmente, ma anche più utile ad aumentare la distanza tra il Palazzo e i cittadini, nella confisca dei meccanismi politici.
Com’è evidente, non è un problema di procedura, ma di merito. Si tratta di dare sostanza pubblica a un passaggio politico delicato, in un Paese in difficoltà, scardinando il codice cifrato della Casaleggio associati. Dunque non accadrà. Perché i Cinque Stelle sono e vogliono restare un indistinto prodotto dall’istinto, da raccogliere come un fascio nel suo grumo di umori, ribellismo e risentimento, senza selezionarlo in base ai valori, come deve fare la politica. Eppure dovrebbero capire che vale esattamente per loro, oggi, quel che Bobbio diceva (inutilmente) ai comunisti negli Anni ’70: «Vi interrogate sul vostro destino e non capite che dipende dalla vostra natura. Risolvete la vostra natura e avrete risolto il vostro destino». Non lo faranno, per un limite ontologico e ideologico. Rinunciando così alla strada maestra della politica nella pretesa di reinventare tutta la politica, da capo a fondo: contando fino a zero.
Naturalmente lo spettacolo che la maggioranza penta-leghista offre di sé ogni giorno è indecoroso, il Paese è allo sbando, tre mezzi leader si contendono il timone col risultato che la nave procede a zig zag, e nessuno conosce la rotta. È evidente che così non può durare, ed è altrettanto evidente che Cinque Stelle e Lega ragionano ormai in una logica elettorale curando ognuno i propri interessi conflittuali, con buona pace del famoso contratto, del Paese e delle sue urgenze.
Detto questo, davvero la sinistra può pensare di tornare un giorno al governo dal buco della serratura di una porta altrui, come se le fosse impedito per sortilegio lo scalone d’onore di palazzo Chigi e dovesse accontentarsi ogni volta dell’ascensore di servizio?
Torniamo dopo anni ai figli di un dio minore, ma questa volta per scelta e per autodannazione. Nel recente e travagliato passato della politica italiana è già successo, come tutti ricordiamo. Ma la differenza è che allora si era aperto un vuoto nel sistema, per la crisi dell’egemonia berlusconiana, mentre oggi dall’altra parte c’è un pieno, con il consenso per Salvini che nonostante gli scandali sale fino al 37 per cento.
Dunque la prima obiezione è di forma (la regola dice che non si va al governo senza il mandato degli elettori), ma nasconde una sostanza: non si governa con maggioranze raccogliticce, contro l’inerzia del consenso che viene spinta all’opposizione.
In più ci sono obiezioni schiettamente politiche, che valgono per oggi e per domani e dunque non possono essere ignorate. La subalternità della sinistra al miglior offerente, con la congiunzione della vecchia realpolitik comunista e dell’eterna manovra democristiana, le impedisce di vedere la crisi verticale del grillismo, che va addirittura al di là dei numeri, delle percentuali elettorali e del rapporto di forza ormai invertito con la Lega.
Così come nel Pd qualcuno all’inizio della legislatura si offriva come stampella gregaria ai Cinque Stelle vittoriosi, oggi qualcun altro (o addirittura gli stessi) si propone come salvagente accessorio ai Cinque Stelle declinanti, rinunciando a ogni autonomia strategica, ideale, addirittura tattica, in cambio di uno spiraglio governativo per domani. I grillini non sono il sole, ma una stella spenta: che, soprattutto, non abita nella parte di sinistra del cielo, ma in quella di destra, come hanno dimostrato ogni giorno nel corso di quest’avventura di governo, criticando ma controfirmando tutte le scelte di Salvini, comprese quelle razziste e xenofobe, sottoscritte fin dalla radice ideologica. In un paradosso schizofrenico, quanto più cresce l’insofferenza dei grillini per la Lega, tanto più aumenta la loro subalternità, col risultato di un marchio esclusivo di destra estrema per il governo, percepito così in tutta Europa.
Le velleità e la soggettività dei Cinque Stelle si sono ridotte ormai alla politica della decrescita, col partito del non-fare. Sopravvive l’anima ideologica che ha scelto fin dall’inizio questa alleanza anti-istituzionale, condividendo con la Lega, in particolare, una visione contraria ai principi della democrazia liberale: nella convinzione esorcistica che la storia della democrazia italiana e delle sue istituzioni sia tutta da buttare, con l’avvento dell’Anno Zero che ridisegnerà da capo la vicenda della nazione, spostando anch’essa in un Punto Zero fuori dall’Occidente, nella grande incognita del populismo sovranista e antieuropeo.
Cosa c’entra la sinistra con questo pasticcio pericoloso? Cosa c’entrano la sua storia, la sua tradizione, i suoi valori di riferimento, gli interessi legittimi che dovrebbe rappresentare? È chiaro che alle spalle dei Cinque Stelle c’è (o meglio c’era) un fenomeno sociale contradditorio e tumultuoso, che nelle differenze di ceto ha trovato identità in una proletarizzazione dei suoi orizzonti e dei suoi spazi, ricavandone – quasi fosse una nuova classe – una spinta alla ribellione, alla rabbia, all’invidia, ma anche al cambiamento. Oggi che la prova fallimentare dei grillini non ha saputo trasformare questo istinto del malcontento in una energia di governo, rinunciando alle riforme per inseguire la rivoluzione che non c’è, è certamente il momento giusto per parlare a quegli elettori delusi, indicando un altro percorso possibile per un’Italia diversa. Ma rivolgendosi appunto agli elettori delusi, non ai dirigenti deludenti: che vanno invece sfidati, prima di tutto a rompere l’equivoco della falsa equidistanza tra destra e sinistra, anch’essa a somma zero dal punto di vista identitario. Come se fosse possibile oggi non scegliere da che parte stare nel mondo egemone di Trump, di Putin, di Orbàn, di Le Pen e naturalmente di Salvini.
Invece di chiedere al Pd se intende allearsi coi Cinque Stelle, bisogna infatti rovesciare l’onere della prova, come ha fatto Scalfari. Tocca ai grillini rompere il tabernacolo del loro mistero politico. Non per scegliere un possibile alleato, sotto l’urgenza dello stato di necessità e urgenza, senza nessuna elaborazione politica, come se si giocasse a Monopoli o al calciomercato. Non è questo il punto. Piuttosto, prima di dire con chi vogliono stare, è arrivato il momento per i Cinque Stelle di dire finalmente alla democrazia italiana chi sono, da quale pasta sono composti, a quali culture fanno riferimento, in quale parte della loro geografia immaginaria collocano l’Italia nei prossimi anni, quali interessi vogliono rappresentare, qual è la loro visione del Paese. Da tutto questo – e solo da questo – nasce la scelta degli interlocutori possibili.
Scalfari ha indicato appunto un processo politico. E la politica ha da tempo creato gli strumenti propri per circostanze come queste. Devono prendere atto che il governo con la Lega sta andando a sbattere? Che non è la soluzione appropriata perché il movimento possa dispiegare le sue idee e tradurle in progetti concreti? Che confonde e contraddice la loro base sociale? Facciano un congresso, lo chiamino Voltaire, se vogliono uscire dal gergo del passato per dare un parente a Rousseau, e se sanno cosa significano quei due nomi. Ma per una volta discutano alla luce del sole delle loro idee e del loro posto nel mondo, senza riservare la trasparenza dello streaming solo al dileggio dei loro avversari, per chiudere i conflitti interni dentro la catacomba delle piattaforme di proprietà privata, da cui escono soltanto segnali di fumo dell’ostilità tra i leader, peggio del centralismo democratico.
Si inventino dunque, nelle forme che preferiscono, lo strumento principe di una discussione pubblica, collettiva, aperta, con la posta in gioco davvero contendibile. Vengano alla tribuna le diverse visioni, se ci sono, le differenti opzioni, la difesa di questo governo e l’insoddisfazione, i risultati, i meriti, gli errori e le colpe, come avviene in ogni procedura democratica di rendiconto. Qualcuno dica se si è sbagliato, e spieghi perché. Piangano, se credono, come fa la politica nei suoi passaggi decisivi, litighino se è il caso, l’importante è che si rivelino, si aprano, si spieghino e infine si contino, su linee, prospettive e alleanze differenti, con leader distinti: risolvendo finalmente anche un problema di democrazia interna. Solo così può nascere una dinamica politica, che le altre forze dovranno poi ovviamente giudicare. Solo così la crisi che verrà non si risolverà con un minuetto, una quadriglia, un cambio di cavalli in qualche stalla nascosta. Cosa più comoda, naturalmente, ma anche più utile ad aumentare la distanza tra il Palazzo e i cittadini, nella confisca dei meccanismi politici.
Com’è evidente, non è un problema di procedura, ma di merito. Si tratta di dare sostanza pubblica a un passaggio politico delicato, in un Paese in difficoltà, scardinando il codice cifrato della Casaleggio associati. Dunque non accadrà. Perché i Cinque Stelle sono e vogliono restare un indistinto prodotto dall’istinto, da raccogliere come un fascio nel suo grumo di umori, ribellismo e risentimento, senza selezionarlo in base ai valori, come deve fare la politica. Eppure dovrebbero capire che vale esattamente per loro, oggi, quel che Bobbio diceva (inutilmente) ai comunisti negli Anni ’70: «Vi interrogate sul vostro destino e non capite che dipende dalla vostra natura. Risolvete la vostra natura e avrete risolto il vostro destino». Non lo faranno, per un limite ontologico e ideologico. Rinunciando così alla strada maestra della politica nella pretesa di reinventare tutta la politica, da capo a fondo: contando fino a zero.