Prima i muscoli del decreto sicurezza-bis, poi il tabù della madre di tutte le grandi opere, la Tav. Nel momento di massima difficoltà politica (per il traffico dei suoi uomini all'hotel Metropol, dove negoziavano tangenti russe per la Lega, e per la sua fuga continua davanti alle domande dei cronisti, cui non è in grado di rispondere) Salvini alza due bandiere che parlano ai due angoli opposti del suo elettorato: il mondo produttivo del Nord affamato di sviluppo, e il popolo disperso nella globalizzazione, pronto a scambiare il sentimento comunitario ormai smarrito con un investimento securitario per rispondere a una minaccia che non c'è.
Il messaggio dice che il ministro dell'Interno è il vero capo del governo, non tanto per la capacità di produrre risultati in un Paese che resta incagliato, ma perché regola a suo piacere la valvola del populismo, che è l'unica energia politica messa in campo della maggioranza …
Il messaggio dice che il ministro dell'Interno è il vero capo del governo, non tanto per la capacità di produrre risultati in un Paese che resta incagliato, ma perché regola a suo piacere la valvola del populismo, che è l'unica energia politica messa in campo della maggioranza …
Prima i muscoli del decreto sicurezza-bis, poi il tabù della madre di tutte le grandi opere, la Tav. Nel momento di massima difficoltà politica (per il traffico dei suoi uomini all'hotel Metropol, dove negoziavano tangenti russe per la Lega, e per la sua fuga continua davanti alle domande dei cronisti, cui non è in grado di rispondere) Salvini alza due bandiere che parlano ai due angoli opposti del suo elettorato: il mondo produttivo del Nord affamato di sviluppo, e il popolo disperso nella globalizzazione, pronto a scambiare il sentimento comunitario ormai smarrito con un investimento securitario per rispondere a una minaccia che non c'è.
Il messaggio dice che il ministro dell'Interno è il vero capo del governo, non tanto per la capacità di produrre risultati in un Paese che resta incagliato, ma perché regola a suo piacere la valvola del populismo, che è l'unica energia politica messa in campo della maggioranza gialloverde. Il contratto di governo firmato da Lega e Cinque Stelle doveva garantire un doppio sfogo alle due diverse demagogie alleate dopo il voto, con una camera di compensazione a palazzo Chigi. Tutto è saltato rapidamente, perché la dinamica politica non si fa ingabbiare da un notaio, e si procede ormai a spinte e controspinte, senza una visione unitaria di trasformazione del Paese, con un risultato a somma zero.
Lo spettacolo è quello di un socio, azionista per metà, che si comporta come se fosse padrone del tutto; mentre l'altro socio conferma ogni giorno e ogni ora questa sensazione, chiudendosi in se stesso come se guidasse un governo di minoranza, una forza di testimonianza, un'opposizione interna, riottosa ma alla fine ogni volta impotente. Con l'esito inevitabile di una conflittualità altissima, che non sfocia mai in politica concreta ma solo in una battaglia di parole, buona per viaggiare nei social network e intasare i talk show, senza però mai modificare il corso delle cose.
Paradossalmente, la conflittualità aumenta la dipendenza dei Cinque Stelle dalla Lega, per il semplice motivo che Di Maio ne fa ormai soltanto un uso identitario, mentre Salvini la usa politicamente, alzando e abbassando la tensione con l'alleato, e minacciando l'unica cosa che i grillini non possono accettare, e cioè la crisi, le elezioni e la fine di quest'avventura con la pubblica certificazione del fallimento.
Tutta la natura ancora informe del grillismo si oppone a questo sbocco. Per primi, i destini personali di Di Maio, dei ministri e degli stessi parlamentari, ormai sovrastimati nelle Camere rispetto al loro peso reale nel Paese, e dunque terrorizzati dal rischio di tornare allo stato laicale dopo la sacra investitura del popolo. Poi la mancanza di una classe dirigente alternativa, nonostante le fughe nella giungla di Di Battista e le fughe dall'aula di Fico, quando i nodi di qualche legge insopportabile vengono al pettine. Quindi la mancanza di una linea politica alternativa, perché in un movimento che pensa se stesso come rivoluzionario la storia scorre soltanto in una direzione, e tutta la storia del grillismo è stata investita e spesa nella conquista del Palazzo, fino a trasmutarsi nel governo del cambiamento, chiamato liturgicamente a compiere la storia, inverando la profezia del fondatore.
Infine, il meccanismo stesso di formazione dell'élite interna dei Cinque Stelle è ormai arrivato a cozzare contro la complessità del reale, mostrando la sua inadeguatezza perché prevede le espulsioni dei dissidenti ma non il ricambio degli incapaci, privilegiando lo schema della testuggine e l'ideologia del centralismo democratico piuttosto che la trasparenza e la contendibilità del potere. Assorbendo le tensioni interne nel pozzo oscuro di Rousseau e Casaleggio invece di trasformarle in proposte politiche e culturali concorrenti, capaci di sfidarsi alla luce del sole, creando un processo democratico riconoscibile e una selezione di vertice in grado di garantire in ogni momento supporto, concorso e ricambio.
Nato per cambiare il mondo, il M5S non riesce a cambiare se stesso perché non può farlo, prigioniero alla fine del suo limite di democrazia interna, che non prevede il meccanismo di un rendiconto pubblico, di una discussione aperta, di una verifica. Protagonisti di una storia ormai vecchia, leader di un'altra stagione politica, rappresentanti di un popolo che nel frattempo è ristretto o addirittura se n'è andato, i capi politici trascinano la loro stessa storia, cercando di travasare la retorica dell'opposizione nei vasi di governo a palazzo Chigi. Finché quei vasi scoppiano.
A quel punto - che è esattamente questo punto - o c'è la forza di rendersi infine liberi, anche dai propri errori e dai propri fallimenti, rimettendosi in cammino rinunciando al potere, imparando finalmente a distinguere tra destra e sinistra, oppure al contrario si privilegia il potere come ultima difesa, vendendo l'anima al diavolo e controfirmando tutte le politiche altrui, cercando ogni volta di mascherarle con una dose quotidiana di vittimismo identitario.
Può darsi che la prima strada sia inutile, perché è già troppo tardi. Ma la seconda comporta un prezzo molto alto: la trasformazione da movimento a partito, con l'eccezione che rientra nella convenzione. Anzi, nemmeno partito, ma corrente. I Cinque Stelle ridotti a corrente - certo eccentrica, riottosa e contraddittoria - di questa destra senza più confini a cui si sta consegnando l'Italia.
Il messaggio dice che il ministro dell'Interno è il vero capo del governo, non tanto per la capacità di produrre risultati in un Paese che resta incagliato, ma perché regola a suo piacere la valvola del populismo, che è l'unica energia politica messa in campo della maggioranza gialloverde. Il contratto di governo firmato da Lega e Cinque Stelle doveva garantire un doppio sfogo alle due diverse demagogie alleate dopo il voto, con una camera di compensazione a palazzo Chigi. Tutto è saltato rapidamente, perché la dinamica politica non si fa ingabbiare da un notaio, e si procede ormai a spinte e controspinte, senza una visione unitaria di trasformazione del Paese, con un risultato a somma zero.
Lo spettacolo è quello di un socio, azionista per metà, che si comporta come se fosse padrone del tutto; mentre l'altro socio conferma ogni giorno e ogni ora questa sensazione, chiudendosi in se stesso come se guidasse un governo di minoranza, una forza di testimonianza, un'opposizione interna, riottosa ma alla fine ogni volta impotente. Con l'esito inevitabile di una conflittualità altissima, che non sfocia mai in politica concreta ma solo in una battaglia di parole, buona per viaggiare nei social network e intasare i talk show, senza però mai modificare il corso delle cose.
Paradossalmente, la conflittualità aumenta la dipendenza dei Cinque Stelle dalla Lega, per il semplice motivo che Di Maio ne fa ormai soltanto un uso identitario, mentre Salvini la usa politicamente, alzando e abbassando la tensione con l'alleato, e minacciando l'unica cosa che i grillini non possono accettare, e cioè la crisi, le elezioni e la fine di quest'avventura con la pubblica certificazione del fallimento.
Tutta la natura ancora informe del grillismo si oppone a questo sbocco. Per primi, i destini personali di Di Maio, dei ministri e degli stessi parlamentari, ormai sovrastimati nelle Camere rispetto al loro peso reale nel Paese, e dunque terrorizzati dal rischio di tornare allo stato laicale dopo la sacra investitura del popolo. Poi la mancanza di una classe dirigente alternativa, nonostante le fughe nella giungla di Di Battista e le fughe dall'aula di Fico, quando i nodi di qualche legge insopportabile vengono al pettine. Quindi la mancanza di una linea politica alternativa, perché in un movimento che pensa se stesso come rivoluzionario la storia scorre soltanto in una direzione, e tutta la storia del grillismo è stata investita e spesa nella conquista del Palazzo, fino a trasmutarsi nel governo del cambiamento, chiamato liturgicamente a compiere la storia, inverando la profezia del fondatore.
Infine, il meccanismo stesso di formazione dell'élite interna dei Cinque Stelle è ormai arrivato a cozzare contro la complessità del reale, mostrando la sua inadeguatezza perché prevede le espulsioni dei dissidenti ma non il ricambio degli incapaci, privilegiando lo schema della testuggine e l'ideologia del centralismo democratico piuttosto che la trasparenza e la contendibilità del potere. Assorbendo le tensioni interne nel pozzo oscuro di Rousseau e Casaleggio invece di trasformarle in proposte politiche e culturali concorrenti, capaci di sfidarsi alla luce del sole, creando un processo democratico riconoscibile e una selezione di vertice in grado di garantire in ogni momento supporto, concorso e ricambio.
Nato per cambiare il mondo, il M5S non riesce a cambiare se stesso perché non può farlo, prigioniero alla fine del suo limite di democrazia interna, che non prevede il meccanismo di un rendiconto pubblico, di una discussione aperta, di una verifica. Protagonisti di una storia ormai vecchia, leader di un'altra stagione politica, rappresentanti di un popolo che nel frattempo è ristretto o addirittura se n'è andato, i capi politici trascinano la loro stessa storia, cercando di travasare la retorica dell'opposizione nei vasi di governo a palazzo Chigi. Finché quei vasi scoppiano.
A quel punto - che è esattamente questo punto - o c'è la forza di rendersi infine liberi, anche dai propri errori e dai propri fallimenti, rimettendosi in cammino rinunciando al potere, imparando finalmente a distinguere tra destra e sinistra, oppure al contrario si privilegia il potere come ultima difesa, vendendo l'anima al diavolo e controfirmando tutte le politiche altrui, cercando ogni volta di mascherarle con una dose quotidiana di vittimismo identitario.
Può darsi che la prima strada sia inutile, perché è già troppo tardi. Ma la seconda comporta un prezzo molto alto: la trasformazione da movimento a partito, con l'eccezione che rientra nella convenzione. Anzi, nemmeno partito, ma corrente. I Cinque Stelle ridotti a corrente - certo eccentrica, riottosa e contraddittoria - di questa destra senza più confini a cui si sta consegnando l'Italia.