È il Big Bang del sistema politico che abbiamo conosciuto fin qui. Dietro la crisi di Ferragosto, oltre le manovre e le congetture per evitare la fine della legislatura o per anticiparla al più presto, si affacciano i primi segnali di una realtà a cui i leader non erano preparati: sta per saltare in aria tutta la geografia politica sui cui atlanti eravamo abituati a ragionare, perché la storia non regge all’urto cieco della cronaca, e chiede di essere riscritta. Il problema è che nessuno sa come.
Sembra incredibile che una crisi di governo nata come una bassa resa dei conti all’interno del nuovo populismo italiano, dopo un anno di malgoverno, abbia la capacità e la portata di scardinare un meccanismo politico complesso e articolato, in cui si raccolgono partiti, interessi legittimi, valori, partecipazione, rappresentanza. Ma è quel che sta accadendo.
Fragile e delegittimato a gran voce proprio da coloro che lo governano, i…
Sembra incredibile che una crisi di governo nata come una bassa resa dei conti all’interno del nuovo populismo italiano, dopo un anno di malgoverno, abbia la capacità e la portata di scardinare un meccanismo politico complesso e articolato, in cui si raccolgono partiti, interessi legittimi, valori, partecipazione, rappresentanza. Ma è quel che sta accadendo.
Fragile e delegittimato a gran voce proprio da coloro che lo governano, i…
È il Big Bang del sistema politico che abbiamo conosciuto fin qui. Dietro la crisi di Ferragosto, oltre le manovre e le congetture per evitare la fine della legislatura o per anticiparla al più presto, si affacciano i primi segnali di una realtà a cui i leader non erano preparati: sta per saltare in aria tutta la geografia politica sui cui atlanti eravamo abituati a ragionare, perché la storia non regge all’urto cieco della cronaca, e chiede di essere riscritta. Il problema è che nessuno sa come.
Sembra incredibile che una crisi di governo nata come una bassa resa dei conti all’interno del nuovo populismo italiano, dopo un anno di malgoverno, abbia la capacità e la portata di scardinare un meccanismo politico complesso e articolato, in cui si raccolgono partiti, interessi legittimi, valori, partecipazione, rappresentanza. Ma è quel che sta accadendo.
Fragile e delegittimato a gran voce proprio da coloro che lo governano, il sistema si spezza senza che emergano nuove culture capaci di riordinarlo riconfigurandolo. I cittadini non ci pensano. Ridotti al rango di spettatori, applaudono in spiaggia la nuova politica in costume da bagno, senza accorgersi che i loro selfie inquadrano in realtà un cambio d’epoca. È il risultato finale della furia antipolitica che ha investito negli ultimi anni le istituzioni, la repubblica e la democrazia, un processo di falsa rivoluzione e di vera delegittimazione repubblicana, che trova infine oggi il suo sbocco prevedibile e naturale in un’interpretazione di destra estrema della vicenda del Paese.
Se si guarda a quel che sta accadendo oggi in termini di processo, con una dinamica politica ben precisa, e non di casualità estemporanea (nonostante i dilettantismi che hanno provato invano a diventare governo), si capisce che non è un caso se questa frattura di sistema colpisce in particolare il Pd e Forza Italia.
Si tratta infatti di due sopravvivenze della repubblica maggioritaria, che hanno faticosamente trasportato fin qui — in questa Terza Repubblica autoritaria in formazione — i reperti residui di due culture di governo: quella riformista di centrosinistra che tenta di riprodurre la promessa prodiana del metodo liberale unito all’emancipazione sociale e alla crescita regolata, e quella moderata-conservatrice, che punta a ridurre il peso dello Stato, nella convinzione che lo sviluppo regolerà da solo le disuguaglianze: salvo poi corrompere la teoria con il conflitto di interessi, la legislazione ad personam, il rifiuto nei fatti della separazione dei poteri.
Soprattutto, sono due proposte politiche che si inscrivono nel quadro dell’Europa, dell’Unione e delle sue istituzioni, e nella cornice dell’Occidente, salvo le sbandate personali di Berlusconi per Putin. Due modelli dunque spuri rispetto al pensiero oggi dominante, che straccia il passato repubblicano, il divenire del Paese, le alleanze e ogni tradizione, nella convinzione — questo è il punto decisivo — che la storia può e deve essere azzerata, perché il populismo pretende di riscriverla integralmente, senza gravami, senza lasciti e senza eredità, come dopo la bomba.
È questa l’insidia più grave del doppio populismo che ci ha governati, la proposta di un’egemonia a bassa intensità, senza teoria, dove tutto si spiega mentre si compie e si rivela, in una continua meraviglia feroce che lega governanti e governati, dove si può abolire per decreto la povertà, si va sul balcone di palazzo Chigi se si sfonda il deficit, si dipinge come bellissimo l’anno dell’inconcludenza governativa, si sdoganano ritualità fasciste, si diffondono protervie razziste. Fino alla crisi, che cancella tutto nella miseria dei risultati: meno la nuova ferocia dell’Italia incattivita e degli italiani trasformati.
Questa riduzione della politica a tecnica di potere senza un deposito di alcunché è la vera cifra dell’epoca. Senza questa cancellazione dell’eredità repubblicana, la comprensione del suo male e del suo bene, non sarebbe possibile questa spinta centrifuga che attraversa i partiti, in un “liberi tutti” che terremota il sistema.
Forza Italia è già stata mangiata foglia dopo foglia da Salvini, ha subìto la scissione di Toti e Romani, e oggi ha davanti a sé l’offerta di un’alleanza che è in realtà un’omologazione sovranista, un’annessione, la fine di qualsiasi illusione di far nascere dalle ceneri del berlusconismo una moderna forza conservatrice europea. Un patto mortale, dunque, condito con qualche poltrona ministeriale in cambio di ciò che resta dell’anima.
Molto più grave quel che accade nel Pd. Il partito è infatti già scisso prima ancora che la scissione venga annunciata. È diviso sulla lettura del presente e del futuro, sulla tattica (di strategie non si vede neanche l’ombra), nei gruppi in parlamento, tra i gruppi e la segreteria del partito. C’è una leadership-ombra che non avendo i numeri per guidare il partito punta a dirottarlo. C’è una leadership ufficiale ipnotizzata dall’ombra. C’è un gruppo dirigente che non sembra avvertire la drammaticità del passaggio, come anime morte senza Gogol.
Il risultato è la mancanza di una identità forte e responsabile, con una proposta culturale alternativa all’estrema destra sovranista, capace di contrastarla pubblicamente, rivolgendosi a quella parte del Paese — maggioritaria — che sente ancora una responsabilità democratica. Solo da questa condivisione di una responsabilità repubblicana può nascere l’ipotesi di un governo che fermi chi chiede i pieni poteri, non da accordi di sopravvivenza di nomenclature spodestate. E tantomeno da ipotesi sciagurate di altre divisioni, proprio nel momento in cui la posta in gioco chiede generosità, unità, impegno comune.
Anche perché l’hybris salviniana può riservare sorprese. Radicalizzando se stesso, estremizzando la sua proposta, polarizzando la Lega sul lato più estremo dell’Europa, il leader sovranista senza volerlo sta indirizzando il sistema politico a riconfigurarsi dopo il Big Bang secondo la linea nera della sua sfida. L’alternativa, dopo gli anni della confusione, tornerà a essere tra destra e sinistra: chi cerca il centro, ha sbagliato secolo.
Sembra incredibile che una crisi di governo nata come una bassa resa dei conti all’interno del nuovo populismo italiano, dopo un anno di malgoverno, abbia la capacità e la portata di scardinare un meccanismo politico complesso e articolato, in cui si raccolgono partiti, interessi legittimi, valori, partecipazione, rappresentanza. Ma è quel che sta accadendo.
Fragile e delegittimato a gran voce proprio da coloro che lo governano, il sistema si spezza senza che emergano nuove culture capaci di riordinarlo riconfigurandolo. I cittadini non ci pensano. Ridotti al rango di spettatori, applaudono in spiaggia la nuova politica in costume da bagno, senza accorgersi che i loro selfie inquadrano in realtà un cambio d’epoca. È il risultato finale della furia antipolitica che ha investito negli ultimi anni le istituzioni, la repubblica e la democrazia, un processo di falsa rivoluzione e di vera delegittimazione repubblicana, che trova infine oggi il suo sbocco prevedibile e naturale in un’interpretazione di destra estrema della vicenda del Paese.
Se si guarda a quel che sta accadendo oggi in termini di processo, con una dinamica politica ben precisa, e non di casualità estemporanea (nonostante i dilettantismi che hanno provato invano a diventare governo), si capisce che non è un caso se questa frattura di sistema colpisce in particolare il Pd e Forza Italia.
Si tratta infatti di due sopravvivenze della repubblica maggioritaria, che hanno faticosamente trasportato fin qui — in questa Terza Repubblica autoritaria in formazione — i reperti residui di due culture di governo: quella riformista di centrosinistra che tenta di riprodurre la promessa prodiana del metodo liberale unito all’emancipazione sociale e alla crescita regolata, e quella moderata-conservatrice, che punta a ridurre il peso dello Stato, nella convinzione che lo sviluppo regolerà da solo le disuguaglianze: salvo poi corrompere la teoria con il conflitto di interessi, la legislazione ad personam, il rifiuto nei fatti della separazione dei poteri.
Soprattutto, sono due proposte politiche che si inscrivono nel quadro dell’Europa, dell’Unione e delle sue istituzioni, e nella cornice dell’Occidente, salvo le sbandate personali di Berlusconi per Putin. Due modelli dunque spuri rispetto al pensiero oggi dominante, che straccia il passato repubblicano, il divenire del Paese, le alleanze e ogni tradizione, nella convinzione — questo è il punto decisivo — che la storia può e deve essere azzerata, perché il populismo pretende di riscriverla integralmente, senza gravami, senza lasciti e senza eredità, come dopo la bomba.
È questa l’insidia più grave del doppio populismo che ci ha governati, la proposta di un’egemonia a bassa intensità, senza teoria, dove tutto si spiega mentre si compie e si rivela, in una continua meraviglia feroce che lega governanti e governati, dove si può abolire per decreto la povertà, si va sul balcone di palazzo Chigi se si sfonda il deficit, si dipinge come bellissimo l’anno dell’inconcludenza governativa, si sdoganano ritualità fasciste, si diffondono protervie razziste. Fino alla crisi, che cancella tutto nella miseria dei risultati: meno la nuova ferocia dell’Italia incattivita e degli italiani trasformati.
Questa riduzione della politica a tecnica di potere senza un deposito di alcunché è la vera cifra dell’epoca. Senza questa cancellazione dell’eredità repubblicana, la comprensione del suo male e del suo bene, non sarebbe possibile questa spinta centrifuga che attraversa i partiti, in un “liberi tutti” che terremota il sistema.
Forza Italia è già stata mangiata foglia dopo foglia da Salvini, ha subìto la scissione di Toti e Romani, e oggi ha davanti a sé l’offerta di un’alleanza che è in realtà un’omologazione sovranista, un’annessione, la fine di qualsiasi illusione di far nascere dalle ceneri del berlusconismo una moderna forza conservatrice europea. Un patto mortale, dunque, condito con qualche poltrona ministeriale in cambio di ciò che resta dell’anima.
Molto più grave quel che accade nel Pd. Il partito è infatti già scisso prima ancora che la scissione venga annunciata. È diviso sulla lettura del presente e del futuro, sulla tattica (di strategie non si vede neanche l’ombra), nei gruppi in parlamento, tra i gruppi e la segreteria del partito. C’è una leadership-ombra che non avendo i numeri per guidare il partito punta a dirottarlo. C’è una leadership ufficiale ipnotizzata dall’ombra. C’è un gruppo dirigente che non sembra avvertire la drammaticità del passaggio, come anime morte senza Gogol.
Il risultato è la mancanza di una identità forte e responsabile, con una proposta culturale alternativa all’estrema destra sovranista, capace di contrastarla pubblicamente, rivolgendosi a quella parte del Paese — maggioritaria — che sente ancora una responsabilità democratica. Solo da questa condivisione di una responsabilità repubblicana può nascere l’ipotesi di un governo che fermi chi chiede i pieni poteri, non da accordi di sopravvivenza di nomenclature spodestate. E tantomeno da ipotesi sciagurate di altre divisioni, proprio nel momento in cui la posta in gioco chiede generosità, unità, impegno comune.
Anche perché l’hybris salviniana può riservare sorprese. Radicalizzando se stesso, estremizzando la sua proposta, polarizzando la Lega sul lato più estremo dell’Europa, il leader sovranista senza volerlo sta indirizzando il sistema politico a riconfigurarsi dopo il Big Bang secondo la linea nera della sua sfida. L’alternativa, dopo gli anni della confusione, tornerà a essere tra destra e sinistra: chi cerca il centro, ha sbagliato secolo.