Dunque dopo Ferragosto Salvini "non è più credibile" per il Movimento Cinque Stelle, che ha riunito ieri il suo stato maggiore a casa di Grillo, in mancanza di sedi, organi e regole dove esercitare la democrazia interna alla luce del sole, in passaggi delicati e decisivi come una crisi di governo. È la risposta grillina alle avance sguaiate e affannose di Salvini, che dopo aver affondato il governo con un diktat, si è spaventato ai primi timidi segnali di flirt tra i Cinquestelle e il Pd, e sta corteggiando Di Maio per incerottare l'alleanza, in modo da tenersi stretta la poltrona del Viminale.
È una risposta che arriva alla vigilia del dibattito parlamentare, e vuole evidentemente indirizzarlo. A questo punto è molto probabile che il presidente del Consiglio Conte nel suo intervento in aula segua la stessa linea, non tirando a campare con un compromesso ma al contrario prendendo atto della rottura della coalizione che sostiene …
È una risposta che arriva alla vigilia del dibattito parlamentare, e vuole evidentemente indirizzarlo. A questo punto è molto probabile che il presidente del Consiglio Conte nel suo intervento in aula segua la stessa linea, non tirando a campare con un compromesso ma al contrario prendendo atto della rottura della coalizione che sostiene …
Dunque dopo Ferragosto Salvini "non è più credibile" per il Movimento Cinque Stelle, che ha riunito ieri il suo stato maggiore a casa di Grillo, in mancanza di sedi, organi e regole dove esercitare la democrazia interna alla luce del sole, in passaggi delicati e decisivi come una crisi di governo. È la risposta grillina alle avance sguaiate e affannose di Salvini, che dopo aver affondato il governo con un diktat, si è spaventato ai primi timidi segnali di flirt tra i Cinquestelle e il Pd, e sta corteggiando Di Maio per incerottare l'alleanza, in modo da tenersi stretta la poltrona del Viminale.
È una risposta che arriva alla vigilia del dibattito parlamentare, e vuole evidentemente indirizzarlo. A questo punto è molto probabile che il presidente del Consiglio Conte nel suo intervento in aula segua la stessa linea, non tirando a campare con un compromesso ma al contrario prendendo atto della rottura della coalizione che sostiene il suo governo, e addossandone la responsabilità interamente a Salvini.
Il ministro dell'Interno, baldanzoso nelle spiagge a torso nudo, entra in parlamento vestito, ma incartato. Convinto dal mondo virtuale in cui vive che basti ormai scuotere l'albero del sistema per vedersi cadere il Paese in mano, aveva addirittura sfiorato il tabù dell'autoritarismo chiedendo i pieni poteri, cioè indicando una posta bonapartista per le prossime elezioni. Come se il legittimo potere costituzionale non bastasse più, e fosse arrivato il momento di andare oltre la democrazia formale con il suo meccanismo di pesi e contrappesi, i controlli di legalità e di legittimità anche su chi comanda, la libertà di stampa, i vincoli europei.
È esattamente questo salto di qualità che ha creato le condizioni per immaginare alleanze che sembravano impossibili. Spinto dalla deriva sovranista, eccitato dai paragoni con Putin e Trump, confortato da Orbán, Salvini ha estremizzato se stesso, ha radicalizzato l'anima di destra della Lega, ha drammatizzato la crisi, dal punto di vista decisivo della democrazia. Dentro questa cornice di sfida sui fondamenti democratici del sistema, diventa possibile anche l'inaudito. E infatti il ministro dell'Interno lo ha capito, cambiando improvvisamente tono, spaventato dalla tempesta che ha seminato e che non controlla, perché incredibilmente si è alzato un vento da sinistra. Probabilmente si è corretto troppo tardi, come dimostra il comunicato del salotto grillino, che giudica Salvini oggi "non più credibile". Ma cosa significa questo giudizio? Che ieri il leader leghista era invece "credibile" e magari prima di Ferragosto addirittura "affidabile"? Manca qualcosa, nel Comitato centrale domestico dei Cinquestelle, e non è una mancanza da poco: perché si tratta nientemeno che della politica. Fino a oggi, infatti, i grillini si sono mossi nella sfera dei sentimenti privati, come se tutto fosse riducibile a una questione di rapporti, di caratteri, di buon vicinato, addirittura di galateo. Nelle loro dichiarazioni si dichiarano offesi, tristi, amareggiati, e accusano Salvini di slealtà, inaffidabilità, tradimento. Questo vuol dire che se Salvini si fosse mostrato paziente, di buon carattere e gentile per il M5S tutto sarebbe stato perfetto, e il governo avrebbe potuto proseguire tranquillamente per i prossimi anni?
È dunque Salvini il principio e la fine di tutto, e la politica grillina è un semplice rimbalzo delle scelte compiute dal capo leghista?
Ecco quel che manca: un giudizio politico autonomo, consapevole, pubblico, sulla scelta compiuta un anno fa decidendo l'alleanza con la Lega, sul funzionamento di questo patto di governo, sulla sua deriva di destra estrema, sui suoi risultati inconcludenti, sull'impronta sovranista dell'esecutivo, sullo spostamento dell'Italia in una geografia innaturale, fuori dalla Ue e dall'Occidente. È un passaggio fondamentale e obbligatorio nelle democrazie moderne: si chiama rendiconto. La politica ha inventato lo strumento adatto a questi momenti, come abbiamo ricordato pochi giorni fa. È il congresso, che i grillini possono chiamare come vogliono ma certamente e con qualsiasi nome è il contrario della riunione clandestina di cinque o sei caporioni a casa del padrone, e di plebisciti postumi convocati per confermare tutto su Rousseau. Facciano per una volta una discussione pubblica, trasparente, con tesi e opzioni diverse a confronto, discutano, scelgano o boccino una leadership, rendano il loro potere e il loro futuro democraticamente contendibile, politicamente intellegibile.
Soltanto una setta chiusa nella fede pagana di sé crede di non aver bisogno di questi riti democratici, perché la verità è già stata scritta una volta per tutte con la rivelazione iniziale, la terra è piatta, non c'è più niente da capire, non servono domande e non ci saranno risposte, basta adattare il Credo a ogni nuova situazione.
Romano Prodi sostiene addirittura che servono due congressi se si vuole un cambiamento trasparente e convincente, uno dei Cinquestelle e uno del Pd. Ha perfettamente ragione. Se guardiamo ai due partiti, vediamo che il livello dell'elaborazione politica e culturale è inadeguato rispetto al momento che attraversa il Paese. Nei grillini, Di Maio vive l'eccitazione artificiale di chi beneficia di una trasfusione di energia politica inaspettata ed esterna, mentre stava boccheggiando: ma è al traino, e sembra incapace di dare consistenza e drammaticità a una vera svolta. Nel Pd Zingaretti rivela nei toni e nelle posture il fastidio di chi insegue una politica altrui, invece di guidare la propria, mentre Renzi ha fatto la sua incursione da pirata, ha mosso le acque, e adesso aspetta la prossima occasione.
Ci si può ancora rivolgere a quella parte del Paese che sente una responsabilità democratica davanti a questa crisi. Ripetiamo che solo dalla condivisione di questa responsabilità repubblicana può trovare legittimità un'ipotesi che fermi i pieni poteri invocati da Salvini per cambiare sistema: non da accordi di sopravvivenza di brandelli spodestati di nomenclature. Perché l'autoritarismo si combatte con i piccoli passi della buona politica, non con i grandi camaleonti.
È una risposta che arriva alla vigilia del dibattito parlamentare, e vuole evidentemente indirizzarlo. A questo punto è molto probabile che il presidente del Consiglio Conte nel suo intervento in aula segua la stessa linea, non tirando a campare con un compromesso ma al contrario prendendo atto della rottura della coalizione che sostiene il suo governo, e addossandone la responsabilità interamente a Salvini.
Il ministro dell'Interno, baldanzoso nelle spiagge a torso nudo, entra in parlamento vestito, ma incartato. Convinto dal mondo virtuale in cui vive che basti ormai scuotere l'albero del sistema per vedersi cadere il Paese in mano, aveva addirittura sfiorato il tabù dell'autoritarismo chiedendo i pieni poteri, cioè indicando una posta bonapartista per le prossime elezioni. Come se il legittimo potere costituzionale non bastasse più, e fosse arrivato il momento di andare oltre la democrazia formale con il suo meccanismo di pesi e contrappesi, i controlli di legalità e di legittimità anche su chi comanda, la libertà di stampa, i vincoli europei.
È esattamente questo salto di qualità che ha creato le condizioni per immaginare alleanze che sembravano impossibili. Spinto dalla deriva sovranista, eccitato dai paragoni con Putin e Trump, confortato da Orbán, Salvini ha estremizzato se stesso, ha radicalizzato l'anima di destra della Lega, ha drammatizzato la crisi, dal punto di vista decisivo della democrazia. Dentro questa cornice di sfida sui fondamenti democratici del sistema, diventa possibile anche l'inaudito. E infatti il ministro dell'Interno lo ha capito, cambiando improvvisamente tono, spaventato dalla tempesta che ha seminato e che non controlla, perché incredibilmente si è alzato un vento da sinistra. Probabilmente si è corretto troppo tardi, come dimostra il comunicato del salotto grillino, che giudica Salvini oggi "non più credibile". Ma cosa significa questo giudizio? Che ieri il leader leghista era invece "credibile" e magari prima di Ferragosto addirittura "affidabile"? Manca qualcosa, nel Comitato centrale domestico dei Cinquestelle, e non è una mancanza da poco: perché si tratta nientemeno che della politica. Fino a oggi, infatti, i grillini si sono mossi nella sfera dei sentimenti privati, come se tutto fosse riducibile a una questione di rapporti, di caratteri, di buon vicinato, addirittura di galateo. Nelle loro dichiarazioni si dichiarano offesi, tristi, amareggiati, e accusano Salvini di slealtà, inaffidabilità, tradimento. Questo vuol dire che se Salvini si fosse mostrato paziente, di buon carattere e gentile per il M5S tutto sarebbe stato perfetto, e il governo avrebbe potuto proseguire tranquillamente per i prossimi anni?
È dunque Salvini il principio e la fine di tutto, e la politica grillina è un semplice rimbalzo delle scelte compiute dal capo leghista?
Ecco quel che manca: un giudizio politico autonomo, consapevole, pubblico, sulla scelta compiuta un anno fa decidendo l'alleanza con la Lega, sul funzionamento di questo patto di governo, sulla sua deriva di destra estrema, sui suoi risultati inconcludenti, sull'impronta sovranista dell'esecutivo, sullo spostamento dell'Italia in una geografia innaturale, fuori dalla Ue e dall'Occidente. È un passaggio fondamentale e obbligatorio nelle democrazie moderne: si chiama rendiconto. La politica ha inventato lo strumento adatto a questi momenti, come abbiamo ricordato pochi giorni fa. È il congresso, che i grillini possono chiamare come vogliono ma certamente e con qualsiasi nome è il contrario della riunione clandestina di cinque o sei caporioni a casa del padrone, e di plebisciti postumi convocati per confermare tutto su Rousseau. Facciano per una volta una discussione pubblica, trasparente, con tesi e opzioni diverse a confronto, discutano, scelgano o boccino una leadership, rendano il loro potere e il loro futuro democraticamente contendibile, politicamente intellegibile.
Soltanto una setta chiusa nella fede pagana di sé crede di non aver bisogno di questi riti democratici, perché la verità è già stata scritta una volta per tutte con la rivelazione iniziale, la terra è piatta, non c'è più niente da capire, non servono domande e non ci saranno risposte, basta adattare il Credo a ogni nuova situazione.
Romano Prodi sostiene addirittura che servono due congressi se si vuole un cambiamento trasparente e convincente, uno dei Cinquestelle e uno del Pd. Ha perfettamente ragione. Se guardiamo ai due partiti, vediamo che il livello dell'elaborazione politica e culturale è inadeguato rispetto al momento che attraversa il Paese. Nei grillini, Di Maio vive l'eccitazione artificiale di chi beneficia di una trasfusione di energia politica inaspettata ed esterna, mentre stava boccheggiando: ma è al traino, e sembra incapace di dare consistenza e drammaticità a una vera svolta. Nel Pd Zingaretti rivela nei toni e nelle posture il fastidio di chi insegue una politica altrui, invece di guidare la propria, mentre Renzi ha fatto la sua incursione da pirata, ha mosso le acque, e adesso aspetta la prossima occasione.
Ci si può ancora rivolgere a quella parte del Paese che sente una responsabilità democratica davanti a questa crisi. Ripetiamo che solo dalla condivisione di questa responsabilità repubblicana può trovare legittimità un'ipotesi che fermi i pieni poteri invocati da Salvini per cambiare sistema: non da accordi di sopravvivenza di brandelli spodestati di nomenclature. Perché l'autoritarismo si combatte con i piccoli passi della buona politica, non con i grandi camaleonti.