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(agf)

La non democrazia delle segrete stanze

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Parte il governo. Con un rito separato, mentre si sta concludendo il negoziato di Palazzo Chigi per dar vita al ministero Conte e il capo dello Stato aspetta che il presidente incaricato sciolga la riserva, il Movimento cinque stelle ha convocato ieri i suoi 117 mila iscritti per un referendum online sull'alleanza con il Pd. Hanno votato oltre 79 mila persone, il 68 per cento degli aventi diritto, e il risultato è netto, molto al di là delle previsioni: il 79,3 per cento ha detto sì al governo e all'alleanza con il Pd, un pronunciamento esplicito, "un plebiscito", come lo ha definito Luigi Di Maio.

Il voto spazza dunque via le riserve mentali sull'intesa tra i grillini e il Pd, le nostalgie della Lega, le spinte verso destra di personaggi del movimento, come Di Battista. Ha vinto Grillo, che ha voluto la svolta dopo il tradimento di Salvini e ha persino provato a teorizzarla, unico tra i suoi, cercando confusamente oltre i numeri un orizzont…
Parte il governo. Con un rito separato, mentre si sta concludendo il negoziato di Palazzo Chigi per dar vita al ministero Conte e il capo dello Stato aspetta che il presidente incaricato sciolga la riserva, il Movimento cinque stelle ha convocato ieri i suoi 117 mila iscritti per un referendum online sull'alleanza con il Pd. Hanno votato oltre 79 mila persone, il 68 per cento degli aventi diritto, e il risultato è netto, molto al di là delle previsioni: il 79,3 per cento ha detto sì al governo e all'alleanza con il Pd, un pronunciamento esplicito, "un plebiscito", come lo ha definito Luigi Di Maio.

Il voto spazza dunque via le riserve mentali sull'intesa tra i grillini e il Pd, le nostalgie della Lega, le spinte verso destra di personaggi del movimento, come Di Battista. Ha vinto Grillo, che ha voluto la svolta dopo il tradimento di Salvini e ha persino provato a teorizzarla, unico tra i suoi, cercando confusamente oltre i numeri un orizzonte politico e sociale per la nuova maggioranza. Che nasce - e questo è il suo principale limite - senza una visione culturale altrettanto nuova e forte, capace di giustificare una convergenza improvvisa, per ragioni di convenienza reciproca, dopo anni di feroce contrapposizione.

La partecipazione è stata altissima in rapporto alla platea ristretta autorizzata a partecipare (gli iscritti al movimento da almeno sei mesi) raggiungendo una quota che Davide Casaleggio, il proprietario della piattaforma Rousseau teorico della democrazia diretta, ha definito enfaticamente "il record mondiale di partecipazione politica online": ma quasi 80 mila cittadini chiamati a prendere una decisione così rilevante per un partito e per l'intero Paese sono evidentemente pochi in assoluto, e pochissimi rispetto ai 10 milioni e mezzo di italiani che hanno votato per i Cinque Stelle alle elezioni politiche del 2018.

Già in questi numeri dalla doppia lettura c'è un'evidente contraddizione del voto organizzato dai grillini: e non è l'unica, e nemmeno la più importante, perché Rousseau è una piattaforma privata di cui non si conosce il meccanismo, il sistema di gestione, il codice e lo statuto che disciplinano la consultazione, mentre manca ogni sistema di certificazione e di controllo che garantisca la trasparenza e la sicurezza, a tutela dei votanti e a garanzia del risultato. Ma soprattutto è la concezione stessa di "democrazia diretta" del M5S che testimonia un problema.Ricorrere ai cittadini, e dar loro la possibilità di esprimersi tenendo poi conto dei risultati è sempre positivo, soprattutto in momenti di disincanto della società rispetto alla politica.

Ma i tempi e i modi del ricorso a Rousseau interferiscono con il percorso istituzionale previsto per le crisi di governo, e invadono lo spazio costituzionale riservato in questo passaggio politico ai poteri dello Stato, primo fra tutti il presidente della Repubblica. Anche un procedimento pubblico, come una votazione online, può infatti essere tecnicamente un "intruso" se condiziona il cammino e gli esiti del percorso attraverso il quale il mondo politico regola la sua condotta per risolvere una crisi e tentare la formazione di un governo, seguendo una prassi consolidata a garanzia di tutti, e naturalmente rispettando i dettami della Carta. Come appare chiaro, questa consultazione pubblica gestita da una struttura privata interviene in un momento specifico della gestione che il Quirinale sta facendo della crisi: il Capo dello Stato ha condotto le consultazioni, ha individuato una teorica maggioranza possibile, com'è suo dovere ne ha preso atto evitando di conseguenza - per il momento - di sciogliere le Camere, come impetuosamente pretendeva Salvini, per vedere se l'intesa ipotizzata prendeva credibilmente corpo.

Nulla da eccepire se prima di raggiungere il Colle per incontrare Mattarella i Cinque Stelle avessero attivato Rousseau, sottoponendo le alternative di governo (con la Lega o con il Pd) al giudizio dei loro iscritti. Sarebbero sempre rimaste in campo le riserve sulla gestione proprietaria di una società privata come la Casaleggio su una consultazione pubblica, ma il sistema scelto dal movimento per definire la sua linea d'azione non si sarebbe sovrapposto al metodo istituzionale, condizionandolo e imbarazzandone i titolari. Il voto di ieri è stato invece chiamato dopo che il vertice dei Cinque Stelle aveva consumato il suo strappo con la Lega, era stato tentato da un ripensamento, aveva poi deciso di non tornare al passato e aveva indicato al Capo dello Stato la sua scelta per una maggioranza con il Pd, proponendo anche - come forza di maggioranza relativa - il nome del possibile Capo del governo. Su queste basi il Presidente della Repubblica ha dato l'incarico a Conte, che si è impegnato in incontri, vertici, trattative, per smussare gli ultimi angoli dentro il movimento e con il Pd, e preparare la lista dei ministri.

Rousseau entra dunque in campo a cose fatte, degradando la potestà decisionale degli iscritti - esaltata ieri da Di Maio, secondo il quale "tutte le cancellerie europee aspettavano questo voto" - non a una scelta di linea, ma a una semplice ratifica confermativa di scelte altrui. Un voto postumo, dunque, di un popolo gregario truccato da protagonista. Non solo: anche se il quesito tecnicamente chiedeva ai votanti di pronunciarsi sull'alleanza con il Pd per far nascere il governo Conte, inevitabilmente il voto trascinava con sé anche un giudizio improprio sulla condotta nella crisi del presidente della Repubblica, e sulla sua scelta di incaricare il premier uscente.

Col risultato politicamente paradossale e istituzionalmente assurdo di una base - oltremodo ristretta - che poteva teoricamente revocare le decisione prese dai suoi vertici su un'intesa di governo ormai alle battute finali, e poteva addirittura sconfessare l'operato del Capo dello Stato, senza aver nessuna titolarità costituzionale per farlo. Ancora di più: riconosciuto come "manipolabile", il meccanismo di Rousseau in un'ipotesi estrema potrebbe essere usato intenzionalmente da un piccolo gruppo organizzato (altro che popolo) per dirottare le decisioni politiche secondo convenienza.

Naturalmente questo passaggio consente ora a Di Maio di rivendicare la diversità del Movimento rispetto ai partiti tradizionali, spiegando che i Cinque Stelle non risolvono le crisi di governo "nelle segrete stanze" ma "attraverso un percorso", ribadendo il culto pagano ed elettronico per quella piattaforma online che rappresenta il sancta sanctorum del Movimento, la modernità coniugata con la partecipazione, l'esaltazione della sovranità popolare, la sperimentazione ogni volta che è possibile di quella democrazia diretta che da mitologia del Movimento è diventata una sua ideologia.

C'è in questo un po' del vero Rousseau, centrifugato e servito freddo: il rifiuto della rappresentanza tipica della cultura liberale inseguendo la volontà generale, esercitata attraverso la sovranità che appartiene al popolo. Ma sottoporsi alla volontà generale in questa interpretazione vuol dire semplicemente ubbidire a se stessi, come membri del corpo sovrano: anche se per Rousseau l'individuo attraverso il contratto sociale non diventa soltanto cittadino, ma anche suddito, perché sottoposto alla legge.

E qui c'è il punto più delicato. Perché non è lo strumento, ma il metodo che stabilisce il grado di democraticità di una procedura e la sua trasparenza. Noi tutti (e addirittura il mondo e "le cancellerie", secondo la mitomania di Di Maio) abbiamo guardato all'esito del referendum implicito andato in scena ieri, per capire se nascondeva un trabocchetto nel passaggio finale della crisi oppure se dava via libera al governo che sta per nascere. Ma dovevamo invece guardare all'inizio di questo processo. L'atto finale, di pura ratifica, è stato sbandierato ieri come un momento altissimo e innovativo di pubblicità del processo politico, e di trasparenza.

Ma andiamo al momento in cui è stata fatta dal M5S la scelta che ieri è andata al voto: chi sa qualcosa di quella scelta? Chi l'ha fatta? Con quali motivazioni, con quali argomentazioni? Quali erano le diverse opzioni sul tavolo grillino, e chi le ha sostenute? Come si è sviluppata la discussione interna, e con quale rapporto di forze? Stiamo parlando della decisione di rifiutare la nuova offerta di alleanza di Salvini, per compiere una svolta radicale e puntare sul Pd: qualcuno avrà pur fatto un bilancio dei 14 mesi di governo, dello strapotere di Salvini, degli insuccessi del Movimento, sostenendo le ragioni dell'apertura a sinistra. Perché non c'è traccia pubblica di tutto questo? Non è forse materia che dovrebbe essere portata a conoscenza e a disposizione degli iscritti, e addirittura di tutta la società politica interessata invece di consentire a Di Maio, nel buio della vera decisione, di ripetere anche ieri "per noi non esistono né destra né sinistra"?

È esattamente qui, nel momento reale della scelta e del confronto di opinioni che la determina, che si gioca la partita della trasparenza, della pubblicità dei processi decisionali, dell'accountability. È in questo caso e a questo punto che bisogna uscire dalle "segrete stanze", non dopo, a cose fatte. Com'è evidente, la questione riguarda i grillini ma interessa l'intero sistema: perché chiama in causa esattamente quel "metodo democratico" che la Costituzione pretende dai partiti. Cominciando dal rendiconto davanti all'opinione interna del Movimento, dalla discussione pubblica che nel M5S manca, persino di fronte all'arruffato e affannato dibattito dentro il Pd - il che è tutto dire - che Zingaretti ha prima subito sui giornali, e poi guidato nelle sedi proprie. Un problema che ha un nome preciso: democrazia interna, qualcosa che non è scambiabile con un sito informatico, nemmeno se lo chiami Rousseau.

Correzione - In una prima versione di questo articolo avevamo scritto che Mattarella aveva dato l'incarico a Di Maio, mentre si tratta ovviamente di Conte. Abbiamo corretto nel testo, ci scusiamo per l'errore.