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Marco Cappato (ansa)

Fine vita: gli ultimi diritti nel vuoto della politica

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C'è voluta la disobbedienza civile per mettere in moto la riflessione costituzionale sul suicidio assistito
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C'è voluta la disobbedienza civile per mettere in moto la riflessione costituzionale sul suicidio assistito. Nonostante la sollecitazione un anno fa della Consulta alle Camere, perché intervenissero, la politica ha risposto con il vuoto legislativo, fingendo di non sapere che quel vuoto si riempiva della disperazione e della solitudine dei malati in condizioni estreme, con le famiglie abbandonate davanti all'interrogativo tra il dolore e l'amore, tra l'inerzia tecnica delle cure e una speranza che si spegne, tra la sofferenza ormai senza rimedio del paziente e il sentimento di sacralità della vita. Alla fine, la Corte ha deciso per l'incostituzionalità del reato di aiuto al suicidio, rispondendo al grande tema del fine vita.

Lo ha fatto dopo che Marco Cappato - dirigente dell'associazione Luca Coscioni - rischiando dodici anni di carcere aveva deciso di accompagnare in Svizzera a morire dj Fabo, tetraplegico dal 2014, che da troppo …
C'è voluta la disobbedienza civile per mettere in moto la riflessione costituzionale sul suicidio assistito. Nonostante la sollecitazione un anno fa della Consulta alle Camere, perché intervenissero, la politica ha risposto con il vuoto legislativo, fingendo di non sapere che quel vuoto si riempiva della disperazione e della solitudine dei malati in condizioni estreme, con le famiglie abbandonate davanti all'interrogativo tra il dolore e l'amore, tra l'inerzia tecnica delle cure e una speranza che si spegne, tra la sofferenza ormai senza rimedio del paziente e il sentimento di sacralità della vita. Alla fine, la Corte ha deciso per l'incostituzionalità del reato di aiuto al suicidio, rispondendo al grande tema del fine vita.

Lo ha fatto dopo che Marco Cappato - dirigente dell'associazione Luca Coscioni - rischiando dodici anni di carcere aveva deciso di accompagnare in Svizzera a morire dj Fabo, tetraplegico dal 2014, che da troppo tempo chiedeva di interrompere la sua agonia cosciente e consapevole.

Prima di lui, Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Bisogna immaginare lo strazio familiare dentro il quale nascono queste decisioni, che sono figlie dell'amore sottoposto ad una prova suprema, e tuttavia - proprio nel fondo di quell'abisso - anche della libertà. La libertà di scegliere fino alla fine, se si è in condizione di farlo, di disporre - anche nell'immobilità, nella soggezione alle macchine cliniche - del proprio essere corporeo, e persino di rifiutare la degradazione dell'umano, il suo annientamento progressivo, quando l'unico esito di una cura è il protrarsi della sofferenza, il suo ripetersi e accentuarsi, fino a coincidere con ciò che rimane del vivere.

La soglia tra la vita e la morte è la più intima, privata e personale, e la legge per questo fatica a intervenire con norme generali: soprattutto quando la coscienza è vigile e avvertita. Ma è questa stessa capacità di comprendere e volere da parte del malato, e dunque di decidere in autonomia di giudizio e di scelta, che la Consulta ha messo al centro delle condizioni necessarie perché diventi lecito il suicidio assistito. Il paziente dev'essere colpito da una patologia "non più reversibile", dev'essere mantenuto in vita soltanto grazie a "trattamenti di sostegno vitale", dev'essere afflitto da sofferenze fisiche e psicologiche che considera "intollerabili", ma soprattutto dev'essere "pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".

È questo passaggio che trasforma un atto di misericordia, o di solidarietà umana, di compassione, esattamente in un diritto. La persona che soffre e la persona che decide è la stessa. La scelta si forma "autonomamente e liberamente" nel dolore e insieme nella consapevolezza. In un ribaltamento di forze, il paziente stremato diventa nell'ultimo istante padrone dell'agonia che lo devasta, unico titolare della sua durata, giudice della dinamica non più sopportabile tra il male che lo affligge e il bene della sopravvivenza. C'è una fase in cui male e bene si rovesciano, la resistenza cede, la mente chiede infine tregua per il corpo stremato. Lì nasce il diritto finale, l'ultimo. Il diritto a decidere se continuare o finire una vita che è diventata un calvario, a comporre un bilancio di ciò che resta e di quanto è ormai perduto, e infine dire basta.

Può sembrare un diritto contro-natura, questa potestà di decidere la propria morte, dopo che la storia dell'umanità racconta continuamente "lo sforzo di molti per affermare i diritti di ciascuno" al benessere: diritti umani prima (dell'uomo in quanto uomo), civili e di libertà poi, quindi politici e infine sociali, quando il quadro delle facoltà dell'individuo sembrava completato e nel disegno costituzionale trovava spazio la formula mazziniana secondo cui "i diritti non sono se non una conseguenza di doveri adempiuti". In realtà è un'estensione della soggettività del cittadino, giunta fino a quel territorio estremo tra la vita e la morte che cessa di essere zona di nessuno proprio perché trova un titolare di diritti, il quale li esercita governando nel suo ultimo atto il conflitto tra la spinta alla vita e l'umiliazione dolorosa della vita stessa.

Poiché la società è un insieme vitale, e non uno schema ideologico, l'area dei diritti non è definita per sempre, così come il loro censimento. Le trasformazioni dell'ambiente sociale, l'urto del contemporaneo, il mutare delle relazioni sociali, determinano nuove domande, sviluppano inedite facoltà, dischiudono opportunità e rischi, chiedono riconoscimenti ulteriori. Nascono dunque nuovi diritti, che entrano in un meccanismo di solidarietà tra di loro, per il legame che connette le diverse espressioni di libertà che prendono forma. I diritti, infine, non stanno fermi, camminano. Accrescono le facoltà e la soggettività degli individui che li esercitano, ma aumentano la cifra collettiva di emancipazione, lo spazio civile. È la trama della democrazia di relazione, la democrazia d'uso, che viviamo quotidianamente.

Per questo il ritardo della politica in questo campo - sottolineato dalla Consulta - è particolarmente drammatico, perché la taglia fuori dal divenire della società, dall'articolazione dei nuovi soggetti, dai bisogni emergenti: il più evidente è la tutela ambientale, che oggi i ragazzi del global strike, decisi a governare in prima persona il loro futuro, portano in piazza come un diritto della terza generazione. Il più necessario è lo ius soli, che è anche il più ideologizzato da chi lo combatte. Il più clamoroso è proprio il diritto alla fine, che il Parlamento a questo punto dovrà affrontare per forza, e al più presto, dopo la dimostrazione con la sentenza della Corte che l'orizzonte di libertà e di responsabilità si può spostare anche in questa fase di egoismo dei diritti e di privatizzazione nazionalista del poco benessere disponibile.

Nel gioco della libertà di tutti i soggetti in campo, questo diritto alla fine appena nato può incontrare sul suo cammino l'ostacolo di un altro diritto, quello all'obiezione di coscienza del medico chiamato in causa. Oggi in Italia di fronte a 800 malati in attesa di poter ricorrere al suicidio assistito, 4 mila medici si annunciano come obiettori. Due diritti scaturiti da un moto autonomo della morale personale s'intersecano e confliggono, entrambi legittimi perché nascono da una libera valutazione della realtà, alla luce dei propri valori di riferimento. Salvo che la Chiesa, come annuncia il cardinal Becciu ("i cattolici non devono collaborare") ordini una mobilitazione-sedizione contro la legge a tutti i medici cattolici. In questo caso l'obiezione di coscienza diventerebbe un'altra cosa: un'obbligazione di appartenenza.