Ma bisogna credere nell'anima, o nel mondo nuovo in cui siamo entrati se ne può fare a meno? La vecchia questione torna all'ordine del giorno, davanti ai rantoli del governo che non sa decidere se sopravvivere o affidarsi all'eutanasia, concludendo la sua breve corsa. Naturalmente i protagonisti di quest'avventura senza nome vorrebbero tirare avanti, perché essendo minoranza nel Paese di fronte all'ondata di destra, nessuno di loro ha convenienza a misurarsi oggi nelle urne. Ma l'organismo politico a cui tutti insieme e per ragioni diverse hanno dato corpo - cioè il governo e la sua maggioranza - non è vitale. Vegeta, più che vivere.
Soprattutto, dopo aver bloccato la pretesa di Salvini di assumere i "pieni poteri" non ha ancora trovato il significato politico del suo potere, un proprio sentimento repubblicano, lo spirito di una missione culturale da indicare alla pubblica opinione, una ragion d'essere che rispo…
Soprattutto, dopo aver bloccato la pretesa di Salvini di assumere i "pieni poteri" non ha ancora trovato il significato politico del suo potere, un proprio sentimento repubblicano, lo spirito di una missione culturale da indicare alla pubblica opinione, una ragion d'essere che rispo…
Ma bisogna credere nell'anima, o nel mondo nuovo in cui siamo entrati se ne può fare a meno? La vecchia questione torna all'ordine del giorno, davanti ai rantoli del governo che non sa decidere se sopravvivere o affidarsi all'eutanasia, concludendo la sua breve corsa. Naturalmente i protagonisti di quest'avventura senza nome vorrebbero tirare avanti, perché essendo minoranza nel Paese di fronte all'ondata di destra, nessuno di loro ha convenienza a misurarsi oggi nelle urne. Ma l'organismo politico a cui tutti insieme e per ragioni diverse hanno dato corpo - cioè il governo e la sua maggioranza - non è vitale. Vegeta, più che vivere.
Soprattutto, dopo aver bloccato la pretesa di Salvini di assumere i "pieni poteri" non ha ancora trovato il significato politico del suo potere, un proprio sentimento repubblicano, lo spirito di una missione culturale da indicare alla pubblica opinione, una ragion d'essere che risponda ai bisogni e alle attese della fase: un'anima politica, appunto. Questo succede quando l'alleanza di governo non nasce da una comune interpretazione delle vicende del Paese e da una visione condivisa della sua storia politica e istituzionale, componendo un disegno unitario, in cui le diverse parti si riconoscono. No: al contrario, sembra che i Cinque Stelle e il Pd si siano trovati per caso sul pianerottolo delle scale di un condominio.
E che da qui abbiano deciso di proseguire insieme fino al bar vicino a casa, ruminando ognuno le proprie idee, senza nulla da mettere in comune, e soprattutto senza nessuna voglia di farlo. In più, si è aggiunto anche l'inquilino del piano di sotto, scaltro e litigioso, rendendo il clima ancora più sospettoso e guardingo, senza slanci da parte di nessuno.
Un'avarizia politica che comincia fin dalla denominazione. Questo è infatti un governo che ha rifiutato di definire se stesso, come se ignorasse la sua natura politica, e dunque di conseguenza il suo disegno e la sua missione. Ma non si tratta della neutralità di un esecutivo tecnico, bensì della sovranità politica di due partiti di rilievo, che per di più alleandosi ribaltano lo schema precedente dominato da una destra inedita, radicale e estrema, quindi a forte denominazione.
In questo quadro, per l'alleanza definire il suo spazio, il suo compito e la sua ambizione non è un optional, ma un dovere. Qual è il suo profilo culturale, il suo progetto, il significato dell'esperimento? A che base sociale si vuole rivolgere, quali interessi intende rappresentare? E infine, che segno vuole lasciare nella cronaca politica italiana?
Questo limite evidente e questa reticenza politica patente portano a un minimalismo quasi programmatico, un riduzionismo continuo. Si sta insieme ma è meglio non dirlo, se proprio è necessario meglio dirlo sottovoce, comunque senza spiegarlo, perché non lo si sa giustificare. La sbornia salviniana dei "pieni poteri" per il momento è passata, la contesa sull'aumento dell'Iva è stata vinta, la partita per il Quirinale è troppo lontana. Nessuna di queste tre ragioni di necessità formano una ragion d'essere: che va cercata dentro se stessi e non fuori, e cioè nelle scelte consapevoli di una politica libera e autonoma che decide incontri, accordi, intese, in un progetto culturale da cui derivano le alleanze e i governi.
Qui invece succede il contrario: il governo nasce come un fungo, ognuno può trarne il profilo culturale che vuole, purché a posteriori. Naturalmente la natura radicalmente diversa dei due maggiori contraenti spiega l'alleanza diffidente: e il carattere programmaticamente divergente da chiunque del partito solipsista di Renzi accentua ancor più questa diffidenza. Chi parlava di "valori comuni" che attendevano solo di essere capiti e interpretati tra Pd e Cinque Stelle, è servito. Chi giurava - contro qualsiasi evidenza - sulla natura di sinistra nascosta in fondo al grillismo, ha potuto misurare l'insofferenza dei suoi elettori in Umbria, quando l'intesa casuale col Pd ha timidamente provato a dichiararsi. E tuttavia, anche un'alleanza tra diversi è possibile in certe fasi della politica. Purché la si sappia spiegare, giustificare, indirizzare verso un minimo di scopo, un abbozzo di visione, un qualunque significato, una ragione se non una missione.
Se non c'è almeno qualcosa di tutto questo, è inutile l'accanimento, la sopravvivenza giorno per giorno affidata all'estemporaneità delle trovate e alla casualità delle imboscate, alle rincorse demagogiche, alla concorrenza interna, perché almeno due soci su tre non intendono ammettere che la destra è l'avversario, e preferiscono cercarlo nell'alleato. Col risultato di una fragilità permanente, che diventa clamorosa ogni volta che irrompe un pezzo di realtà forte - come la crisi dell'Ilva - di fronte alla quale la politica debole per forza di cose arranca. Soprattutto quando non ha un'identità sicura, da cui discendono scelte, interventi e decisioni, ciò che resta della "linea" politica.
Così, i giorni che stiamo vivendo dimostrano che senza un'anima nessuna alleanza sta in piedi, perché è come un sacco vuoto. È una brutta notizia per il governo: ma in fondo, è una buona notizia per la politica.
Soprattutto, dopo aver bloccato la pretesa di Salvini di assumere i "pieni poteri" non ha ancora trovato il significato politico del suo potere, un proprio sentimento repubblicano, lo spirito di una missione culturale da indicare alla pubblica opinione, una ragion d'essere che risponda ai bisogni e alle attese della fase: un'anima politica, appunto. Questo succede quando l'alleanza di governo non nasce da una comune interpretazione delle vicende del Paese e da una visione condivisa della sua storia politica e istituzionale, componendo un disegno unitario, in cui le diverse parti si riconoscono. No: al contrario, sembra che i Cinque Stelle e il Pd si siano trovati per caso sul pianerottolo delle scale di un condominio.
E che da qui abbiano deciso di proseguire insieme fino al bar vicino a casa, ruminando ognuno le proprie idee, senza nulla da mettere in comune, e soprattutto senza nessuna voglia di farlo. In più, si è aggiunto anche l'inquilino del piano di sotto, scaltro e litigioso, rendendo il clima ancora più sospettoso e guardingo, senza slanci da parte di nessuno.
Un'avarizia politica che comincia fin dalla denominazione. Questo è infatti un governo che ha rifiutato di definire se stesso, come se ignorasse la sua natura politica, e dunque di conseguenza il suo disegno e la sua missione. Ma non si tratta della neutralità di un esecutivo tecnico, bensì della sovranità politica di due partiti di rilievo, che per di più alleandosi ribaltano lo schema precedente dominato da una destra inedita, radicale e estrema, quindi a forte denominazione.
In questo quadro, per l'alleanza definire il suo spazio, il suo compito e la sua ambizione non è un optional, ma un dovere. Qual è il suo profilo culturale, il suo progetto, il significato dell'esperimento? A che base sociale si vuole rivolgere, quali interessi intende rappresentare? E infine, che segno vuole lasciare nella cronaca politica italiana?
Questo limite evidente e questa reticenza politica patente portano a un minimalismo quasi programmatico, un riduzionismo continuo. Si sta insieme ma è meglio non dirlo, se proprio è necessario meglio dirlo sottovoce, comunque senza spiegarlo, perché non lo si sa giustificare. La sbornia salviniana dei "pieni poteri" per il momento è passata, la contesa sull'aumento dell'Iva è stata vinta, la partita per il Quirinale è troppo lontana. Nessuna di queste tre ragioni di necessità formano una ragion d'essere: che va cercata dentro se stessi e non fuori, e cioè nelle scelte consapevoli di una politica libera e autonoma che decide incontri, accordi, intese, in un progetto culturale da cui derivano le alleanze e i governi.
Qui invece succede il contrario: il governo nasce come un fungo, ognuno può trarne il profilo culturale che vuole, purché a posteriori. Naturalmente la natura radicalmente diversa dei due maggiori contraenti spiega l'alleanza diffidente: e il carattere programmaticamente divergente da chiunque del partito solipsista di Renzi accentua ancor più questa diffidenza. Chi parlava di "valori comuni" che attendevano solo di essere capiti e interpretati tra Pd e Cinque Stelle, è servito. Chi giurava - contro qualsiasi evidenza - sulla natura di sinistra nascosta in fondo al grillismo, ha potuto misurare l'insofferenza dei suoi elettori in Umbria, quando l'intesa casuale col Pd ha timidamente provato a dichiararsi. E tuttavia, anche un'alleanza tra diversi è possibile in certe fasi della politica. Purché la si sappia spiegare, giustificare, indirizzare verso un minimo di scopo, un abbozzo di visione, un qualunque significato, una ragione se non una missione.
Se non c'è almeno qualcosa di tutto questo, è inutile l'accanimento, la sopravvivenza giorno per giorno affidata all'estemporaneità delle trovate e alla casualità delle imboscate, alle rincorse demagogiche, alla concorrenza interna, perché almeno due soci su tre non intendono ammettere che la destra è l'avversario, e preferiscono cercarlo nell'alleato. Col risultato di una fragilità permanente, che diventa clamorosa ogni volta che irrompe un pezzo di realtà forte - come la crisi dell'Ilva - di fronte alla quale la politica debole per forza di cose arranca. Soprattutto quando non ha un'identità sicura, da cui discendono scelte, interventi e decisioni, ciò che resta della "linea" politica.
Così, i giorni che stiamo vivendo dimostrano che senza un'anima nessuna alleanza sta in piedi, perché è come un sacco vuoto. È una brutta notizia per il governo: ma in fondo, è una buona notizia per la politica.