Di quale Iri abbiamo bisogno
Fabio Bogo , di FABIO BOGO
Di fronte all’aggravarsi di due crisi industriali, quella ciclica dell’acciaio dell’Ilva e quella cronica di Alitalia, torna forte la suggestione, in alcune forze di governo, di nazionalizzare le imprese in difficoltà. Un ritorno al passato che viene edulcorato con la necessità di creare un nuovo Iri.
L'Istituto per la riconversione industriale, fondato nel 1933 per sostenere l’economia italiana uscita piegata dal secondo conflitto mondiale, ha inizialmente svolto un ruolo fondamentale nella ripresa e nel successivo boom economico del Paese. Ha realizzato infrastrutture importanti (l’Autostrada del Sole), ha posto le basi per eccellenze industriali (Finmeccanica), è stata leader nelle Tlc per innovazione (Stet e Telecom). Poi è diventato un conglomerato talmente complicato e ramificato sul territorio da essere preda prediletta di partiti, sindacati e comunità locali che cercavano di consolidare potere e sfere di inf…
L'Istituto per la riconversione industriale, fondato nel 1933 per sostenere l’economia italiana uscita piegata dal secondo conflitto mondiale, ha inizialmente svolto un ruolo fondamentale nella ripresa e nel successivo boom economico del Paese. Ha realizzato infrastrutture importanti (l’Autostrada del Sole), ha posto le basi per eccellenze industriali (Finmeccanica), è stata leader nelle Tlc per innovazione (Stet e Telecom). Poi è diventato un conglomerato talmente complicato e ramificato sul territorio da essere preda prediletta di partiti, sindacati e comunità locali che cercavano di consolidare potere e sfere di inf…
Di fronte all’aggravarsi di due crisi industriali, quella ciclica dell’acciaio dell’Ilva e quella cronica di Alitalia, torna forte la suggestione, in alcune forze di governo, di nazionalizzare le imprese in difficoltà. Un ritorno al passato che viene edulcorato con la necessità di creare un nuovo Iri.
L'Istituto per la riconversione industriale, fondato nel 1933 per sostenere l’economia italiana uscita piegata dal secondo conflitto mondiale, ha inizialmente svolto un ruolo fondamentale nella ripresa e nel successivo boom economico del Paese. Ha realizzato infrastrutture importanti (l’Autostrada del Sole), ha posto le basi per eccellenze industriali (Finmeccanica), è stata leader nelle Tlc per innovazione (Stet e Telecom). Poi è diventato un conglomerato talmente complicato e ramificato sul territorio da essere preda prediletta di partiti, sindacati e comunità locali che cercavano di consolidare potere e sfere di influenza.
Furono gli anni che Romano Prodi, che dell’Iri fu due volte presidente, definì “il mio Vietnam”. Ogni giorno una battaglia “con pressioni di ogni tipo, connivenze con i poteri locali e con le magistrature, pervasività dei potentati locali. Di fronte a una crisi aziendale - ricordò Prodi - si muovevano tutti”. Proprio come adesso.
È così per l’Ilva, dove la situazione si è impantanata tra veti, minacce e proteste locali con effetti sul governo. Lo è per Alitalia, dove si sono sfilati tutti i protagonisti industriali e si sta tornando all’idea di uno Stato padrone che poi ceda la società a una compagnia straniera, e dove già alzano le barricate i sindacati ( gli stessi che nel 2017 con un referendum bocciarono un piano di salvataggio che prevedeva solo mille esuberi e una ricapitalizzazione da due miliardi).
Se questa è l’Iri che il ministro Patuanelli ha in mente, un carrozzone che faccia salire a bordo aziende decotte e ne faccia pagare il conto alla collettività, allora è bene chiamare le cose con il loro nome. Nella storia economica italiana abbiamo avuto già strutture del genere, come la Cassa per il Mezzogiorno e la Gepi . Ma la nuova Iri ventilata adesso ricorda di più l’Efim, il terzo grande agglomerato industriale e finanziario itliano degli anni passati (l’altro era l’Eni). L’Efim, feudo del Psdi, fu il vaso nel quale concentrare decine di aziende, mai sinergiche tra loro, e caratterizzate quasi tutte dalla cronica incapacità di tornare a produrre utili. Nel 1992 fu liquidatodopo aver accumulato 4 mila miliardi di esposizione verso le banche italiane, 3500 miliardi verso quelle estere, 2mila miliardi verso i fornitori e mille miliardi verso il mercato obbligazionario. L’insolvenza dell’Efim dette un colpo mortale alla credibilità italiana sui mercati. Non è questa l’Iri di cui abbiamo bisogno, non serve assistenza ma idee e politica industriale. Ce l’hanno quelli che hanno regalato al Paese il reddito di cittadinanza?
L'Istituto per la riconversione industriale, fondato nel 1933 per sostenere l’economia italiana uscita piegata dal secondo conflitto mondiale, ha inizialmente svolto un ruolo fondamentale nella ripresa e nel successivo boom economico del Paese. Ha realizzato infrastrutture importanti (l’Autostrada del Sole), ha posto le basi per eccellenze industriali (Finmeccanica), è stata leader nelle Tlc per innovazione (Stet e Telecom). Poi è diventato un conglomerato talmente complicato e ramificato sul territorio da essere preda prediletta di partiti, sindacati e comunità locali che cercavano di consolidare potere e sfere di influenza.
Furono gli anni che Romano Prodi, che dell’Iri fu due volte presidente, definì “il mio Vietnam”. Ogni giorno una battaglia “con pressioni di ogni tipo, connivenze con i poteri locali e con le magistrature, pervasività dei potentati locali. Di fronte a una crisi aziendale - ricordò Prodi - si muovevano tutti”. Proprio come adesso.
È così per l’Ilva, dove la situazione si è impantanata tra veti, minacce e proteste locali con effetti sul governo. Lo è per Alitalia, dove si sono sfilati tutti i protagonisti industriali e si sta tornando all’idea di uno Stato padrone che poi ceda la società a una compagnia straniera, e dove già alzano le barricate i sindacati ( gli stessi che nel 2017 con un referendum bocciarono un piano di salvataggio che prevedeva solo mille esuberi e una ricapitalizzazione da due miliardi).
Se questa è l’Iri che il ministro Patuanelli ha in mente, un carrozzone che faccia salire a bordo aziende decotte e ne faccia pagare il conto alla collettività, allora è bene chiamare le cose con il loro nome. Nella storia economica italiana abbiamo avuto già strutture del genere, come la Cassa per il Mezzogiorno e la Gepi . Ma la nuova Iri ventilata adesso ricorda di più l’Efim, il terzo grande agglomerato industriale e finanziario itliano degli anni passati (l’altro era l’Eni). L’Efim, feudo del Psdi, fu il vaso nel quale concentrare decine di aziende, mai sinergiche tra loro, e caratterizzate quasi tutte dalla cronica incapacità di tornare a produrre utili. Nel 1992 fu liquidatodopo aver accumulato 4 mila miliardi di esposizione verso le banche italiane, 3500 miliardi verso quelle estere, 2mila miliardi verso i fornitori e mille miliardi verso il mercato obbligazionario. L’insolvenza dell’Efim dette un colpo mortale alla credibilità italiana sui mercati. Non è questa l’Iri di cui abbiamo bisogno, non serve assistenza ma idee e politica industriale. Ce l’hanno quelli che hanno regalato al Paese il reddito di cittadinanza?