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(ansa)

Il fantasma del grande complotto

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Il Mes in questo disegno arriva nel momento perfetto, come la costruzione meccanica e artificiale di una congiura multinazionale che punirà i Paesi più poveri del Sud, ma soprattutto metterà in scacco la politica
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A chi parlava il presidente del Consiglio Conte, ieri, nella sua informativa a Montecitorio e Palazzo Madama sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità? Prima di tutto al Paese, attraverso il Parlamento che lo rappresenta, per garantire che nessuna trattativa è stata avviata in Europa con modalità segrete, nessun trattato è stato firmato, nessun automatismo è stato previsto per la ristrutturazione del debito. Poi all'Europa e ai mercati, che vedono un sistema politico ipnotizzato non tanto dal nodo di un debito pubblico enorme, ma dal rischio che quel nodo venga al pettine del Mes, mentre invece "è pienamente sostenibile, come riconoscono la commissione europea e il Fmi".

Quindi alla Lega e a Fratelli d'Italia, che proprio sul Mes stanno attaccando il premier con accuse gravissime di alto tradimento e di spergiuro, considerandolo colpevole di aver tradito gli interessi dell'Italia per assecondare quelli dell'E…
A chi parlava il presidente del Consiglio Conte, ieri, nella sua informativa a Montecitorio e Palazzo Madama sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità? Prima di tutto al Paese, attraverso il Parlamento che lo rappresenta, per garantire che nessuna trattativa è stata avviata in Europa con modalità segrete, nessun trattato è stato firmato, nessun automatismo è stato previsto per la ristrutturazione del debito. Poi all'Europa e ai mercati, che vedono un sistema politico ipnotizzato non tanto dal nodo di un debito pubblico enorme, ma dal rischio che quel nodo venga al pettine del Mes, mentre invece "è pienamente sostenibile, come riconoscono la commissione europea e il Fmi".

Quindi alla Lega e a Fratelli d'Italia, che proprio sul Mes stanno attaccando il premier con accuse gravissime di alto tradimento e di spergiuro, considerandolo colpevole di aver tradito gli interessi dell'Italia per assecondare quelli dell'Europa e in particolare della Germania.

Ma senza mai citarlo, e senza nemmeno guardarlo seduto al suo fianco, mentre puntava il dito contro l'opposizione di destra Conte parlava anche al suo ministro degli Esteri, il leader dei Cinque Stelle Di Maio. Vediamo perché. L'ultimo scontro che infiamma il sistema politico e che è approdato in Parlamento oppone ovviamente Conte a Salvini, in modo diretto. I due si sono fissati a distanza per tutto il tempo, ieri al Senato, incatenati polemicamente da un contrasto verticale, che dopo la rottura del governo Lega-Cinque Stelle li costringe a un duello all'ultimo sangue.

Per il leader della Lega il premier è il campione del trasformismo, che ha lasciato l'alleanza di destra per la sinistra e ha ribaltato il suo atteggiamento nei confronti dell'Europa, assecondando col Mes uno strumento "che porterà via i risparmi degli italiani nottetempo" per ristrutturare il debito delle banche tedesche: "Si vergogni". Per Conte l'ex ministro degli Interni del suo governo è un politico che non studia i dossier, bugiardo e spregiudicato, che "per lucrare qualche effimero vantaggio" mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Salvini è convinto che l'accordo sul Mes sia già stato chiuso, e che Conte negandolo menta di fronte alle Camere. La campagna leghista trasforma l'Europa in un complotto burocratico e tecnocratico, con i poteri forti sovranazionali che impongono i loro diktat ai Paesi più deboli, costringendoli a piegarsi alla dittatura di un'Unione sempre più tedesca, contrastata soltanto dal sovranismo, unico difensore degli interessi nazionali ridotti a minoranza, e dei cittadini ingannati da una politica succube di Strasburgo e gregaria di Bruxelles.
Il Mes in questo disegno arriva nel momento perfetto, come la costruzione meccanica e artificiale di una congiura multinazionale che punirà i Paesi più poveri del Sud, ma soprattutto metterà in scacco la politica, stritolandola con un congegno automatico che paralizzerà la sovranità economica degli Stati e dei loro governi, svuotandoli di ogni autonomia.

È questo fantasma che Conte ha dovuto affrontare ieri in Parlamento, non solo una polemica politica. "Le accuse che mi vengono rivolte sono irresponsabili - ha detto il premier - così gravi che se fossero vere dovrei immediatamente dimettermi". La risposta si è rovesciata in un attacco: Salvini sapeva tutto sul Mes, perché i ministri sono stati coinvolti nella discussione sulla riforma 11 volte, la posizione italiana è stata decisa in modo "corale", tutto ciò che avveniva sui tavoli europei "era a piena conoscenza dei membri del governo", le accuse di una carenza di consultazione "sono completamente false", nessun ministro della Lega ha mai obiettato a questo percorso, in Parlamento anzi i leghisti hanno applaudito: dunque, "i perplessi dov'erano?".
Mentre il duello andava in scena, Di Maio immobile sui banchi del governo non applaudiva il premier. E si capisce: palesemente, l'attacco a Salvini colpiva anche lui, che era sulla stessa linea del fuoco. La polemica del leader Cinque Stelle sul Mes infatti risuona come un'eco della campagna leghista, ma in più tiene in scacco il governo, paralizza la sua maggioranza, evoca addirittura la crisi e la fine dell'alleanza tra i grillini e il Pd. Conte ha dunque voluto mandare un segnale anche a Di Maio, che come Salvini nel precedente governo era a conoscenza del cammino della riforma Mes, del suo divenire e dei suoi obiettivi, ha condiviso tutti i passaggi, ha supportato la linea italiana in Europa, non ha mai sollevato obiezioni.

"Ma come fa Di Maio - twittava dall'aula il presidente della Commissione Bilancio Borghi, leghista - a sedere accanto a uno che in pratica gli sta dando del coglione?".

In realtà il problema è più complesso, e coincide con il destino della legislatura, non solo del governo. L'opposizione di Di Maio al suo stesso governo è infatti la prova e il risultato della crisi scoppiata all'interno dei Cinque Stelle, riflesso della loro crisi esterna di consenso. Commissariato e imbalsamato da Grillo, che lo consegnava all'alleanza col Pd, il ministro degli Esteri ha tentato di ritrovare una parvenza di vita propria, per salvare la leadership. Aveva due strade: o dare una prospettiva politica all'intesa con la sinistra, diventandone protagonista, o recuperare l'identità populista, per non lasciare il campo libero a Salvini.

Il richiamo della foresta gli ha fatto scegliere la scorciatoia antipolitica, trasformando il Mes in uno spettro dell'Europa matrigna e l'Europa nel nemico permanente del cittadino spaurito, isolato, ingannato e depredato, bisognoso di tutela. Con questo ritorno alle origini, Di Maio accontenta formalmente Grillo giurando lealtà al governo, mentre salda il fronte interno degli oppositori, guidato da Di Battista, contrario a stabilizzare l'alleanza col Pd, rendendola strategica: proponendosi così come l'unico garante della precaria unità di un movimento che è alla perenne vigilia dell'eruzione.

Ma la lettura politica della fase rivela qualcosa di più profondo. La dislocazione della società civile, per fortuna in movimento più della società politica, dimostra che la distinzione tra destra e sinistra sta tornando ad essere la dominante, ovviamente in forme nuove. Accade nel mondo, sta accadendo anche in Italia. La radicalizzazione della destra, la scomparsa dei moderati, l'attacco alla cultura liberale e ai suoi istituti di garanzia, determinano una reazione nel sociale che - come dimostrano le piazze delle "sardine" - restituisce un linguaggio autonomo alla politica, rifiuta la semplificazione feroce del populismo, taglia la strada al cortocircuito dell'antipolitica, pretende qualcosa di più: e intanto sceglie spontaneamente da che parte stare, rifiutando l'estremismo della nuova destra, che in Italia fino a ieri ha scorrazzato senza limiti e senza confini, come se un altro pensiero e una pratica diversa non fossero possibili. Questo nuovo protagonismo chiede alla politica tradizionale di rispondere, di chiarire con chi sta, di non nascondersi nell'indistinto democratico, di giudicare il radicalismo nazionalista e sovranista, distinguendosene. Forse la stagione della falsa indifferenza tra destra e sinistra (che in realtà lasciava galoppare la destra) è già finita.

La vera angoscia politica di Di Maio è questa: la trasversalità annaspa, perché la destra non è più l'unica misura del mondo, e a sinistra sta rinascendo un campo. Chi rimane fuori, resterà senzaterra.