La politica metterà sotto controllo il virus o il virus contagerà la politica? La differenza tra l'allarme e la psicosi è proprio qui, nello spazio di governo che deve assorbire le paure del Paese rispondendo con un meccanismo di controllo e di garanzia scientifica, capace di far sentire il cittadino tutelato e informato sulle dimensioni del contagio e sulle misure di contenimento. Quanto più quello spazio è presidiato con rigore, trasparenza, autorevolezza, competenza e chiarezza d'indirizzo, tanto più il territorio irrazionale e ossessivo della paura si riduce a una forte e diffusa preoccupazione, capace di valutare il fenomeno per quel che è, giudicando nello stesso tempo le reazioni del sistema politico, sanitario, amministrativo. Se invece dal cuore del presidio statale alla sicurezza vengono segnali di indeterminatezza, di confusione, di incertezza e di divisione, allora il cittadino si sente esposto, indifeso e solo davan…
La politica metterà sotto controllo il virus o il virus contagerà la politica? La differenza tra l'allarme e la psicosi è proprio qui, nello spazio di governo che deve assorbire le paure del Paese rispondendo con un meccanismo di controllo e di garanzia scientifica, capace di far sentire il cittadino tutelato e informato sulle dimensioni del contagio e sulle misure di contenimento. Quanto più quello spazio è presidiato con rigore, trasparenza, autorevolezza, competenza e chiarezza d'indirizzo, tanto più il territorio irrazionale e ossessivo della paura si riduce a una forte e diffusa preoccupazione, capace di valutare il fenomeno per quel che è, giudicando nello stesso tempo le reazioni del sistema politico, sanitario, amministrativo. Se invece dal cuore del presidio statale alla sicurezza vengono segnali di indeterminatezza, di confusione, di incertezza e di divisione, allora il cittadino si sente esposto, indifeso e solo davanti a una manifestazione virale che proprio perché resta indefinita pesca nelle angosce più ancestrali dell'epidemia, da infezione diventa morbo, mentre l'allarme si trasforma in panico.
C'è dunque un dovere in più, per le forze di governo, ed è quello di dimostrare semplicemente che la modernità può prevalere sul primordiale, e che se la scienza è lo strumento di quest'azione di analisi, intelligenza, cura, contenimento e contrasto, la politica può e deve esserne la guida. Naturalmente il dovere non riguarda soltanto i partiti di governo, ma si allarga a tutte quelle che potremmo chiamare le "forze di sistema". Per fortuna non siamo davanti a un'emergenza, e tuttavia le circostanze particolari del nostro Paese riguardo alla diffusione del virus impongono fin d'ora un concorso di responsabilità, prima di tutto tra il Nord sotto attacco e il resto dell'Italia, poi tra le regioni e lo Stato centrale sulla gestione della sanità, infine tra maggioranza e opposizione: per aumentare la coesione nazionale, rendere più forti e più veloci le misure di contrasto, rispondere in modo coerente non solo alle paure delle fasce più deboli della popolazione (gli anziani che vivono soli) ma anche ai sacrifici e alle difficoltà cui devono far fronte le categorie già colpite nel lavoro e nell'economia dai primi immediati ricaschi della crisi causata dal virus.
In questo senso siamo davanti a una prova di sistema, in particolare per quelle forze che vengono da un altrove, e che nella battaglia contro il sistema hanno chiesto e raccolto voti: oggi hanno l'occasione per dimostrare che nei momenti decisivi sanno farsi Stato, assumendosi la loro quota di responsabilità. Ma in realtà la prova è per tutti, perché è una prova per la politica. Gran parte del discredito di cui soffre nasce infatti dall'incapacità di proteggere l'individuo dalle nuove emergenze universali (l'immigrazione di massa, la perdita del lavoro, il terrorismo internazionale, la delocalizzazione, la robotizzazione) che proprio per le loro caratteristiche globali sovrastano la dimensione tradizionale della politica rinchiusa nei confini di un singolo Paese, mentre il cittadino si smarrisce solitario nei bassifondi dello Stato nazionale, con la sensazione di non controllare più nulla e subire tutto. Cosa c'è di più globale del coronavirus? La politica, tutta insieme, può far sentire al cittadino - preoccupato perché minacciato nella sua sicurezza da qualcosa in gran parte ancora sconosciuto - che non è solo, perché il Paese è presidiato, la scienza opera con efficacia, il fronte sanitario regge, il welfare mantiene le sue promesse: e il sistema è governato. Auguriamoci che sia così.
Ma a questo punto nasce una domanda, perché si intravede una tentazione: serve andare oltre, puntare a un governo di tutti, a larghissime intese? Deciso dal virus, e non dai meccanismi della normalità politica, sarebbe con ogni evidenza un governo dell'emergenza, che come primo effetto avrebbe quello di certificare un allarme di massimo grado per l'epidemia, non giustificato oggi dai dati di analisi. Dunque un rialzo artificiale della temperatura del Paese, che rischierebbe di esporlo ancor più sul piano internazionale, rivelando una sua esagerata debolezza, proprio quando si vorrebbe proteggerlo maggiormente con il concorso universale degli attori politici di ogni parte. Diciamolo in una formula: l'allarme sanitario, che verrebbe invocato come ragione necessaria di un concorso politico generale, non è ragione sufficiente. Addirittura non è ragionevole. Le politiche quotidiane dettate dalla crisi sanitaria, infatti, possono e devono essere condivise - quando lo meritino - nel quadro politico attuale, con il governo che si assume la responsabilità primaria delle sue azioni e l'opposizione che concorre con le sue idee e le sue proposte, mentre controlla l'esecutivo. Il Paese che trova minoranza e maggioranza concordi sulle linee d'intervento contro il virus sarà sicuramente più rassicurato che da un governo-omnibus tra forze così diverse da essere incompatibili e improduttive, dove si smarriscono ogni fisionomia politica e tutte le identità, per precipitare nell'indistinto emergenziale, senza che per fortuna sia suonata la campana dell'emergenza.
In realtà dietro questa tentazione c'è la voglia di far fare un salto al sistema nel corso finale della legislatura per sgombrare il paesaggio: spezzare il confine tra destra e sinistra, consentire a qualche forza minore di attraversare il campo in una direzione o nell'altra senza più vincoli di appartenenza, legami di tradizione o impacci d'origine, disegnare un nuovo quadro politico neutro, rimpastare la compagine di governo silurando il premier Conte e aprendo qualche ministero di spicco ai nuovi venuti, e intanto distruggere la tela che il Pd sta faticosamente cercando di tessere per una nuova possibile trama di sinistra nel Paese.
Una partita legittima ma tutta politica, anzi puramente tattica, che nasconde dietro il virus le sue vere intenzioni, usandolo come un grimaldello per quelle operazioni che non si riescono a fare a bassa temperatura, senza agenti patogeni. Solo che la politica non fa salti, ha bisogno di costruzioni e spiegazioni, alla luce del sole. Naturalmente questo non significa che il governo debba restare in piedi a ogni costo. Sopravviverà se avrà la forza per farlo. Anzi, se troverà in sé la ragione per esistere. Così come non ci sono scorciatoie, non ci sono antidoti: una vera politica di cambiamento è l'unico vaccino possibile contro il governo del virus.
C'è dunque un dovere in più, per le forze di governo, ed è quello di dimostrare semplicemente che la modernità può prevalere sul primordiale, e che se la scienza è lo strumento di quest'azione di analisi, intelligenza, cura, contenimento e contrasto, la politica può e deve esserne la guida. Naturalmente il dovere non riguarda soltanto i partiti di governo, ma si allarga a tutte quelle che potremmo chiamare le "forze di sistema". Per fortuna non siamo davanti a un'emergenza, e tuttavia le circostanze particolari del nostro Paese riguardo alla diffusione del virus impongono fin d'ora un concorso di responsabilità, prima di tutto tra il Nord sotto attacco e il resto dell'Italia, poi tra le regioni e lo Stato centrale sulla gestione della sanità, infine tra maggioranza e opposizione: per aumentare la coesione nazionale, rendere più forti e più veloci le misure di contrasto, rispondere in modo coerente non solo alle paure delle fasce più deboli della popolazione (gli anziani che vivono soli) ma anche ai sacrifici e alle difficoltà cui devono far fronte le categorie già colpite nel lavoro e nell'economia dai primi immediati ricaschi della crisi causata dal virus.
In questo senso siamo davanti a una prova di sistema, in particolare per quelle forze che vengono da un altrove, e che nella battaglia contro il sistema hanno chiesto e raccolto voti: oggi hanno l'occasione per dimostrare che nei momenti decisivi sanno farsi Stato, assumendosi la loro quota di responsabilità. Ma in realtà la prova è per tutti, perché è una prova per la politica. Gran parte del discredito di cui soffre nasce infatti dall'incapacità di proteggere l'individuo dalle nuove emergenze universali (l'immigrazione di massa, la perdita del lavoro, il terrorismo internazionale, la delocalizzazione, la robotizzazione) che proprio per le loro caratteristiche globali sovrastano la dimensione tradizionale della politica rinchiusa nei confini di un singolo Paese, mentre il cittadino si smarrisce solitario nei bassifondi dello Stato nazionale, con la sensazione di non controllare più nulla e subire tutto. Cosa c'è di più globale del coronavirus? La politica, tutta insieme, può far sentire al cittadino - preoccupato perché minacciato nella sua sicurezza da qualcosa in gran parte ancora sconosciuto - che non è solo, perché il Paese è presidiato, la scienza opera con efficacia, il fronte sanitario regge, il welfare mantiene le sue promesse: e il sistema è governato. Auguriamoci che sia così.
Ma a questo punto nasce una domanda, perché si intravede una tentazione: serve andare oltre, puntare a un governo di tutti, a larghissime intese? Deciso dal virus, e non dai meccanismi della normalità politica, sarebbe con ogni evidenza un governo dell'emergenza, che come primo effetto avrebbe quello di certificare un allarme di massimo grado per l'epidemia, non giustificato oggi dai dati di analisi. Dunque un rialzo artificiale della temperatura del Paese, che rischierebbe di esporlo ancor più sul piano internazionale, rivelando una sua esagerata debolezza, proprio quando si vorrebbe proteggerlo maggiormente con il concorso universale degli attori politici di ogni parte. Diciamolo in una formula: l'allarme sanitario, che verrebbe invocato come ragione necessaria di un concorso politico generale, non è ragione sufficiente. Addirittura non è ragionevole. Le politiche quotidiane dettate dalla crisi sanitaria, infatti, possono e devono essere condivise - quando lo meritino - nel quadro politico attuale, con il governo che si assume la responsabilità primaria delle sue azioni e l'opposizione che concorre con le sue idee e le sue proposte, mentre controlla l'esecutivo. Il Paese che trova minoranza e maggioranza concordi sulle linee d'intervento contro il virus sarà sicuramente più rassicurato che da un governo-omnibus tra forze così diverse da essere incompatibili e improduttive, dove si smarriscono ogni fisionomia politica e tutte le identità, per precipitare nell'indistinto emergenziale, senza che per fortuna sia suonata la campana dell'emergenza.
In realtà dietro questa tentazione c'è la voglia di far fare un salto al sistema nel corso finale della legislatura per sgombrare il paesaggio: spezzare il confine tra destra e sinistra, consentire a qualche forza minore di attraversare il campo in una direzione o nell'altra senza più vincoli di appartenenza, legami di tradizione o impacci d'origine, disegnare un nuovo quadro politico neutro, rimpastare la compagine di governo silurando il premier Conte e aprendo qualche ministero di spicco ai nuovi venuti, e intanto distruggere la tela che il Pd sta faticosamente cercando di tessere per una nuova possibile trama di sinistra nel Paese.
Una partita legittima ma tutta politica, anzi puramente tattica, che nasconde dietro il virus le sue vere intenzioni, usandolo come un grimaldello per quelle operazioni che non si riescono a fare a bassa temperatura, senza agenti patogeni. Solo che la politica non fa salti, ha bisogno di costruzioni e spiegazioni, alla luce del sole. Naturalmente questo non significa che il governo debba restare in piedi a ogni costo. Sopravviverà se avrà la forza per farlo. Anzi, se troverà in sé la ragione per esistere. Così come non ci sono scorciatoie, non ci sono antidoti: una vera politica di cambiamento è l'unico vaccino possibile contro il governo del virus.