E se il sistema non tiene? L'allarme viene dalla zona più colpita dal virus, la Lombardia. "Non possiamo resistere a lungo", ha spiegato ieri il presidente della Regione, Attilio Fontana, "abbiamo bisogno che la gente interrompa il contagio e si arrivi a una vera inversione di tendenza". E l'assessore al Welfare, Giulio Gallera, ha aggiunto: "Non reggiamo altri 15 o 20 giorni con una crescita così forsennata di persone nei pronto soccorso e nei reparti di terapia intensiva". Da qui la proposta che arriva da Milano: svuotare uffici, negozi, mezzi di trasporto, salvare solo i servizi essenziali. "Chiudere tutto, subito, per ripartire prima possibile".
Se l'Italia sperimenta per conto dell'Europa quel che rischia di accadere in tutto l'Occidente, Milano anticipa quel che l'intero Paese dovrà affrontare. L'ultimo allarme, dunque, arriva dalla frontiera più avanzata e più esposta al nemico, quella munita tra l'altro del sistema sanitario migliore che oggi rischia il collasso, sopraffatto dall'emergenza.
È importante che le altre Regioni, fin che sono in tempo, forzino subito l'adeguamento delle loro strutture, gli organici dei medici e degli infermieri, e predispongano un piano straordinario di fronte alla minaccia. Ed è necessario che nel cuore della zona rossa si sospenda la vita pubblica, si riportino i cittadini a casa, si tengano aperti soltanto gli alimentari e le farmacie, si cerchi di tagliare la strada, i rifornimenti, il meccanismo di riproduzione e il sistema di trasmissione del virus.
Come succede nelle guerre totali, nessuna misura di emergenza riesce a coprire l'intero arco della minaccia. Appena si adotta un provvedimento di contrasto al contagio, subito spunta un'esigenza ulteriore, che rende insufficienti, inadeguate, in ritardo, regole che solo poche ore prima sembravano addirittura eccessive. Pare quasi che il virus sia dotato di una intelligenza strategica, capace di consentirgli di infilarsi negli spazi scoperti tra queste misure-tampone: che lo inseguono quasi in una corsa a mosca cieca tra il contemporaneo e il primordiale, la politica e l'epidemia, l'informazione e l'infezione.
Siamo ancora al buio su troppi aspetti della contaminazione globale che ci sovrasta. La scienza non ci ha spiegato perché l'Italia ha un numero notevolmente più alto di contagiati (e purtroppo di morti) rispetto a Paesi vicini, non conosciamo le cause d'origine dell'agente patogeno, non possiamo misurare la quantità di contagi silenti presenti tra noi. Abbiamo dovuto far fronte nel nostro Paese a disastri, terremoti, alluvioni: il panorama che emergeva era ogni volta spaventoso ma definito, certo, la scienza conosceva i fenomeni, spiegava la loro dinamica. Questa volta no. Il virus sembra venire da un altrove, fino ad oggi la sua alterità è la sua invulnerabilità.
In questa oscurità da modernità impazzita, con la mondializzazione ibridata sotto i nostri occhi dal primitivo, riemerge l'eterna potenza metafisica del male, cresce l'irrazionale che innesca la psicosi, treni per il Sud presi d'assalto contro ogni logica di prevenzione, supermercati assediati, code davanti alle farmacie. Credevamo di vivere in una società post-materialistica, e invece tornano fondamentali le merci, il cibo, l'acqua, i viveri, le medicine, mentre si torna a fare ogni giorno il conto dei morti.
Se la ragione si misura con la realtà e le sue inquietudini, l'inconscio fa i conti coi fantasmi e con le angosce che nascono dall'ignoto, in una dimensione non raggiungibile da politica e governo.
Abituata a ragionare di diritti, soggetti, persone, la politica si trova improvvisamente a dover decidere sui corpi, perché l'emergenza li getta in primo piano. I corpi, e il loro spazio di relazione. Scopriamo di colpo quante azioni, gesti, segnali si muovono dentro quel metro e mezzo che oggi diventa la misura del contagio e la distanza di sicurezza. Tutto un sistema complesso e quotidiano di riconoscimento e di scambio si svolge in quello spazio minimo che adesso dobbiamo svuotare, sperando di desertificare il percorso dell'agente infettivo. È la strategia della separazione sociale, unico antidoto per ora sconosciuto alla tattica del contagio. Ma un altro elemento su cui gioca il microorganismo che ci attacca è il tempo. Il virus è più veloce della democrazia. Le regole decise ieri, oggi rischiano di non bastare più, quella distanza non ci tutela.
Si arriva così, in questa gara con la malattia e infine la morte, alla misura-zero: togliere l'umano dalla scena pubblica. Era stata costruita per l'uomo, ma oggi lui la profana, contaminandola. Deve sparire, cancellarsi da qualunque atto sociale, chiudersi nel privato, rimanere in casa, isolandosi. È il vuoto della città, delle sue strade e delle piazze - lo spazio della civiltà europea - contrapposto inevitabilmente al pieno delle carceri sovraffollate, come se la disumanità ci presentasse il conto delle nostre contraddizioni, occultate dentro la normalità del quotidiano, rivelate dallo scoppio dell'emergenza.
La radicalità della sfida tra il virus e la scienza metterà presto in luce altre contraddizioni. L'egoismo feroce che ha cambiato la nostra società, la coltivazione delle paure, la rabbia di classe contro la disperazione oggi sembrano risucchiate in un orizzonte di paura più grande, in una diversa scala di priorità dell'opinione pubblica, ma torneranno a divampare al primo errore, al prossimo grado di allarme, incendiando un tessuto sociale sfibrato e infragilito. Siamo sempre pronti a rovesciare colpe e responsabilità sulla politica, che certo ne ha molte.
Ma adesso, il divenire della crisi rovescia il quadro, e chiama in causa noi cittadini. La partita per contenere il contagio è nelle nostre mani e non c'è altra strada. Dobbiamo sospendere il nostro diritto fondamentale, quello di muoverci nella vita pubblica, come soggetti sociali. Per "ripartire prima possibile", come dice Milano: liberi davvero, perché liberi dal male.
Se l'Italia sperimenta per conto dell'Europa quel che rischia di accadere in tutto l'Occidente, Milano anticipa quel che l'intero Paese dovrà affrontare. L'ultimo allarme, dunque, arriva dalla frontiera più avanzata e più esposta al nemico, quella munita tra l'altro del sistema sanitario migliore che oggi rischia il collasso, sopraffatto dall'emergenza.
È importante che le altre Regioni, fin che sono in tempo, forzino subito l'adeguamento delle loro strutture, gli organici dei medici e degli infermieri, e predispongano un piano straordinario di fronte alla minaccia. Ed è necessario che nel cuore della zona rossa si sospenda la vita pubblica, si riportino i cittadini a casa, si tengano aperti soltanto gli alimentari e le farmacie, si cerchi di tagliare la strada, i rifornimenti, il meccanismo di riproduzione e il sistema di trasmissione del virus.
Come succede nelle guerre totali, nessuna misura di emergenza riesce a coprire l'intero arco della minaccia. Appena si adotta un provvedimento di contrasto al contagio, subito spunta un'esigenza ulteriore, che rende insufficienti, inadeguate, in ritardo, regole che solo poche ore prima sembravano addirittura eccessive. Pare quasi che il virus sia dotato di una intelligenza strategica, capace di consentirgli di infilarsi negli spazi scoperti tra queste misure-tampone: che lo inseguono quasi in una corsa a mosca cieca tra il contemporaneo e il primordiale, la politica e l'epidemia, l'informazione e l'infezione.
Siamo ancora al buio su troppi aspetti della contaminazione globale che ci sovrasta. La scienza non ci ha spiegato perché l'Italia ha un numero notevolmente più alto di contagiati (e purtroppo di morti) rispetto a Paesi vicini, non conosciamo le cause d'origine dell'agente patogeno, non possiamo misurare la quantità di contagi silenti presenti tra noi. Abbiamo dovuto far fronte nel nostro Paese a disastri, terremoti, alluvioni: il panorama che emergeva era ogni volta spaventoso ma definito, certo, la scienza conosceva i fenomeni, spiegava la loro dinamica. Questa volta no. Il virus sembra venire da un altrove, fino ad oggi la sua alterità è la sua invulnerabilità.
In questa oscurità da modernità impazzita, con la mondializzazione ibridata sotto i nostri occhi dal primitivo, riemerge l'eterna potenza metafisica del male, cresce l'irrazionale che innesca la psicosi, treni per il Sud presi d'assalto contro ogni logica di prevenzione, supermercati assediati, code davanti alle farmacie. Credevamo di vivere in una società post-materialistica, e invece tornano fondamentali le merci, il cibo, l'acqua, i viveri, le medicine, mentre si torna a fare ogni giorno il conto dei morti.
Se la ragione si misura con la realtà e le sue inquietudini, l'inconscio fa i conti coi fantasmi e con le angosce che nascono dall'ignoto, in una dimensione non raggiungibile da politica e governo.
Abituata a ragionare di diritti, soggetti, persone, la politica si trova improvvisamente a dover decidere sui corpi, perché l'emergenza li getta in primo piano. I corpi, e il loro spazio di relazione. Scopriamo di colpo quante azioni, gesti, segnali si muovono dentro quel metro e mezzo che oggi diventa la misura del contagio e la distanza di sicurezza. Tutto un sistema complesso e quotidiano di riconoscimento e di scambio si svolge in quello spazio minimo che adesso dobbiamo svuotare, sperando di desertificare il percorso dell'agente infettivo. È la strategia della separazione sociale, unico antidoto per ora sconosciuto alla tattica del contagio. Ma un altro elemento su cui gioca il microorganismo che ci attacca è il tempo. Il virus è più veloce della democrazia. Le regole decise ieri, oggi rischiano di non bastare più, quella distanza non ci tutela.
Si arriva così, in questa gara con la malattia e infine la morte, alla misura-zero: togliere l'umano dalla scena pubblica. Era stata costruita per l'uomo, ma oggi lui la profana, contaminandola. Deve sparire, cancellarsi da qualunque atto sociale, chiudersi nel privato, rimanere in casa, isolandosi. È il vuoto della città, delle sue strade e delle piazze - lo spazio della civiltà europea - contrapposto inevitabilmente al pieno delle carceri sovraffollate, come se la disumanità ci presentasse il conto delle nostre contraddizioni, occultate dentro la normalità del quotidiano, rivelate dallo scoppio dell'emergenza.
La radicalità della sfida tra il virus e la scienza metterà presto in luce altre contraddizioni. L'egoismo feroce che ha cambiato la nostra società, la coltivazione delle paure, la rabbia di classe contro la disperazione oggi sembrano risucchiate in un orizzonte di paura più grande, in una diversa scala di priorità dell'opinione pubblica, ma torneranno a divampare al primo errore, al prossimo grado di allarme, incendiando un tessuto sociale sfibrato e infragilito. Siamo sempre pronti a rovesciare colpe e responsabilità sulla politica, che certo ne ha molte.
Ma adesso, il divenire della crisi rovescia il quadro, e chiama in causa noi cittadini. La partita per contenere il contagio è nelle nostre mani e non c'è altra strada. Dobbiamo sospendere il nostro diritto fondamentale, quello di muoverci nella vita pubblica, come soggetti sociali. Per "ripartire prima possibile", come dice Milano: liberi davvero, perché liberi dal male.