Il passo storto del mondo
Eugenio Scalfari , di EUGENIO SCALFARI
La tragedia del coronavirus sta interessando l'Italia ancor più che gli altri Paesi europei e qui da noi è concentrata soprattutto nelle regioni del Nord. Abbiamo per fortuna un presidente del Consiglio che ha il senso dello Stato, confortato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ieri è stato un altro giorno disperante. Il Paese è blindato nella speranza che tra due o tre settimane i contagi diminuiscano e consentano un minimo di libertà della propria esistenza. Ce lo auguriamo e abbiamo anche fiducia nelle disposizioni del nostro governo. Quanto è accaduto finora ci induce comunque a delle riflessioni.
Riflessioni che danno all'opinione pubblica una maturità maggiore di quanto finora non ci sia stata. Il presidente del Consiglio, ovviamente, è un leader politico e tutto ci fa ritenere che questa sua leadership aumenti nell'emergenza. Abbiamo già un governo di centro-sinistra con ovvie ripercussio…
Riflessioni che danno all'opinione pubblica una maturità maggiore di quanto finora non ci sia stata. Il presidente del Consiglio, ovviamente, è un leader politico e tutto ci fa ritenere che questa sua leadership aumenti nell'emergenza. Abbiamo già un governo di centro-sinistra con ovvie ripercussio…
La tragedia del coronavirus sta interessando l'Italia ancor più che gli altri Paesi europei e qui da noi è concentrata soprattutto nelle regioni del Nord. Abbiamo per fortuna un presidente del Consiglio che ha il senso dello Stato, confortato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ieri è stato un altro giorno disperante. Il Paese è blindato nella speranza che tra due o tre settimane i contagi diminuiscano e consentano un minimo di libertà della propria esistenza. Ce lo auguriamo e abbiamo anche fiducia nelle disposizioni del nostro governo. Quanto è accaduto finora ci induce comunque a delle riflessioni.
Riflessioni che danno all'opinione pubblica una maturità maggiore di quanto finora non ci sia stata. Il presidente del Consiglio, ovviamente, è un leader politico e tutto ci fa ritenere che questa sua leadership aumenti nell'emergenza. Abbiamo già un governo di centro-sinistra con ovvie ripercussioni favorevoli che daranno all'Italia una fisionomia di modernità, nei limiti del possibile, anche ai Cinque Stelle, ma comunque soprattutto all'Italia socialdemocratica, con la speranza che anche Zingaretti esca dal suo malanno e possa riprendere la guida del Pd.
Questa situazione complessiva del nostro Paese mi induce però a riprendere un passato culturale che ebbe il suo massimo dai primi dell'Ottocento e arrivò fino al fascismo che ne fu il maggiore avversario fino a quando fu spazzato via dalla seconda Guerra mondiale.
Scrisse Friedrich Nietzsche ne La gaia scienza il tema della morte di Dio vista come l'evento culminante del nichilismo, ossia di quel fenomeno che per Nietzsche segnò la modernità per la quale tutti i valori assoluti si svalutano. Riproduco qui quanto scritto da Nietzsche in quella occasione: "Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: cerco Dio! Cerco Dio. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "È forse perduto? disse uno. Si è perduto come un bambino, fece un altro. Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato? gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e gridò: Dove se n'è andato Dio? - gridò - Ve lo voglio dire: siamo stati noi a ucciderlo, Voi ed Io! Siamo noi tutti i suoi assassini. Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l'intero orizzonte? Che mai facemmo per sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dove che ci muoviamo noi? Non è il nostro un eterno precipitare? Non stiamo forse vagando attraverso un infinito nulla? Dio è morto e resta morto e noi lo abbiamo ucciso".
Insieme a Nietzsche in piena consapevolezza del proprio pensiero gli si affianca Schopenhauer innestando sul suo tronco elementi provenienti da Schelling e da Hegel. Questa è l'atmosfera filosofica di quel ricco periodo che prosegue a suo modo la filosofia messa in moto dalla Rivoluzione francese.
Ci sono molti ulteriori uomini di pensiero che nel tempo si sono avvicendati e direi che uno dei più interessanti è Arnold Schönberg. Questo è un personaggio di interesse notevole: musicista molto moderno ma anche filosofo, era grafomane, rifletteva su tutto e non si limitava a mettere per iscritto i suoi pensieri, ma li catalogava con cura e conservava anche il più piccolo foglietto.
Gli scritti sulla musica sono ovviamente i più interessanti e i più autorevoli rispetto a quelli di tipo filosofico. Col passar degli anni Schönberg fornì una serie di riflessioni di notevole interesse, alcune delle quali meritano di essere ricordate.
"L'artista sa rappresentare molto meno di quello che può immaginare. Il dilettante molto di più".
"Quale sia la differenza tra talento e genio si comprende dal fatto che esiste l'espressione "talento imitativo"".
"Il ritratto non deve somigliare al modello ma al pittore".
"Si impara: ormai mi so comportare molto bene con i principi ma non ancora con i camerieri".
"Un povero diavolo deve stare attento a non pagare una cosa più di quello che vale. Per questo motivo chi amministra le propri inclinazioni e opinioni con la stessa economia con la quale amministra i propri soldi ha il terrore di poter un giorno sopravvalutare qualcuno".
"La mia originalità consiste nell'aver imitato subito tutto ciò che di buono ho visto e riconosciuto. Anche quando non lo avevo ancora visto in altri".
"Nella mia professione non ho superiori, sono tutti già morti: Beethoven, Bach e Wagner".
"Mi reputo una delle menti più acute perché scopro errori logici perfino in me mentre altri non trovano neppure i loro".
"L'uomo è malvagio. Non solo si difende, ma va anche all'attacco: non chiede giustizia ma potere. Non aspira soltanto al necessario ma vuole anche il superfluo. Non si accontenta del proprio vantaggio ma vuole anche danneggiare l'avversario. Non gli basta salvaguardare se stesso ma deve anche soggiogare il prossimo".
"Ogni scimmia che imita un uomo sicuramente non sa se a scimmiottare ha cominciato lei o l'uomo".
Ce ne sarebbero molte altre di formulazioni in favore di se stessi e in disprezzo e ironia per gli altri, ma credo che abbiamo dato un discreto esempio citando un filosofo importante e pigliatutto come si dice per chi ha stima di se e disprezzo per gli altri rischiando di ottenere un giudizio assolutamente contrastante con la realtà.
Noi sappiamo che la politica è gremita di questo stesso sentimento del meglio per sé e peggio per gli altri. Debbo dire che noi per fortuna abbiamo avuto una politica relativamente seria. Relativamente. La classe politica dalla metà dell'Ottocento fino alla nascita del fascismo è stata abbastanza autorevole e ben preparata. Il capitalismo in Italia non c'era a metà dell'Ottocento: veniva dall'estero, dalla Francia, dalla Germania, dall'Austria ma si limitava a trarre dalla sua presenza vantaggio economico senza tuttavia ridurre al peggio l'economia italiana.
Strano a dirsi: per l'Italia fu più importante la politica che il capitalismo economico. Attualmente è il mondo intero che si muove a volte dritto e a volte storto ma con modalità abbastanza conformi: quando è il momento della dirittura è il mondo intero che si muove in quella posizione e così anche avviene quando è la stortura che ha la meglio. Bene o male sono conformi e questo è comunque un bene. Così può sembrare. Attenzione però: che il mondo intero vada allo stesso passo a me non piace, la conformità assoluta non va bene per la democrazia. Demos e kratos sono due elementi la cui combinazione è il meglio. Il populismo e la dittatura sono il peggio. Non perdiamo mai di vista questo aspetto della nostra vita pubblica e privata, Leopardi ce lo insegna con i suoi versi meravigliosi e Machiavelli con le sue lettere e il suo Principe.
Riflessioni che danno all'opinione pubblica una maturità maggiore di quanto finora non ci sia stata. Il presidente del Consiglio, ovviamente, è un leader politico e tutto ci fa ritenere che questa sua leadership aumenti nell'emergenza. Abbiamo già un governo di centro-sinistra con ovvie ripercussioni favorevoli che daranno all'Italia una fisionomia di modernità, nei limiti del possibile, anche ai Cinque Stelle, ma comunque soprattutto all'Italia socialdemocratica, con la speranza che anche Zingaretti esca dal suo malanno e possa riprendere la guida del Pd.
Questa situazione complessiva del nostro Paese mi induce però a riprendere un passato culturale che ebbe il suo massimo dai primi dell'Ottocento e arrivò fino al fascismo che ne fu il maggiore avversario fino a quando fu spazzato via dalla seconda Guerra mondiale.
Scrisse Friedrich Nietzsche ne La gaia scienza il tema della morte di Dio vista come l'evento culminante del nichilismo, ossia di quel fenomeno che per Nietzsche segnò la modernità per la quale tutti i valori assoluti si svalutano. Riproduco qui quanto scritto da Nietzsche in quella occasione: "Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: cerco Dio! Cerco Dio. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "È forse perduto? disse uno. Si è perduto come un bambino, fece un altro. Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato? gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e gridò: Dove se n'è andato Dio? - gridò - Ve lo voglio dire: siamo stati noi a ucciderlo, Voi ed Io! Siamo noi tutti i suoi assassini. Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l'intero orizzonte? Che mai facemmo per sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dove che ci muoviamo noi? Non è il nostro un eterno precipitare? Non stiamo forse vagando attraverso un infinito nulla? Dio è morto e resta morto e noi lo abbiamo ucciso".
Insieme a Nietzsche in piena consapevolezza del proprio pensiero gli si affianca Schopenhauer innestando sul suo tronco elementi provenienti da Schelling e da Hegel. Questa è l'atmosfera filosofica di quel ricco periodo che prosegue a suo modo la filosofia messa in moto dalla Rivoluzione francese.
Ci sono molti ulteriori uomini di pensiero che nel tempo si sono avvicendati e direi che uno dei più interessanti è Arnold Schönberg. Questo è un personaggio di interesse notevole: musicista molto moderno ma anche filosofo, era grafomane, rifletteva su tutto e non si limitava a mettere per iscritto i suoi pensieri, ma li catalogava con cura e conservava anche il più piccolo foglietto.
Gli scritti sulla musica sono ovviamente i più interessanti e i più autorevoli rispetto a quelli di tipo filosofico. Col passar degli anni Schönberg fornì una serie di riflessioni di notevole interesse, alcune delle quali meritano di essere ricordate.
"L'artista sa rappresentare molto meno di quello che può immaginare. Il dilettante molto di più".
"Quale sia la differenza tra talento e genio si comprende dal fatto che esiste l'espressione "talento imitativo"".
"Il ritratto non deve somigliare al modello ma al pittore".
"Si impara: ormai mi so comportare molto bene con i principi ma non ancora con i camerieri".
"Un povero diavolo deve stare attento a non pagare una cosa più di quello che vale. Per questo motivo chi amministra le propri inclinazioni e opinioni con la stessa economia con la quale amministra i propri soldi ha il terrore di poter un giorno sopravvalutare qualcuno".
"La mia originalità consiste nell'aver imitato subito tutto ciò che di buono ho visto e riconosciuto. Anche quando non lo avevo ancora visto in altri".
"Nella mia professione non ho superiori, sono tutti già morti: Beethoven, Bach e Wagner".
"Mi reputo una delle menti più acute perché scopro errori logici perfino in me mentre altri non trovano neppure i loro".
"L'uomo è malvagio. Non solo si difende, ma va anche all'attacco: non chiede giustizia ma potere. Non aspira soltanto al necessario ma vuole anche il superfluo. Non si accontenta del proprio vantaggio ma vuole anche danneggiare l'avversario. Non gli basta salvaguardare se stesso ma deve anche soggiogare il prossimo".
"Ogni scimmia che imita un uomo sicuramente non sa se a scimmiottare ha cominciato lei o l'uomo".
Ce ne sarebbero molte altre di formulazioni in favore di se stessi e in disprezzo e ironia per gli altri, ma credo che abbiamo dato un discreto esempio citando un filosofo importante e pigliatutto come si dice per chi ha stima di se e disprezzo per gli altri rischiando di ottenere un giudizio assolutamente contrastante con la realtà.
Noi sappiamo che la politica è gremita di questo stesso sentimento del meglio per sé e peggio per gli altri. Debbo dire che noi per fortuna abbiamo avuto una politica relativamente seria. Relativamente. La classe politica dalla metà dell'Ottocento fino alla nascita del fascismo è stata abbastanza autorevole e ben preparata. Il capitalismo in Italia non c'era a metà dell'Ottocento: veniva dall'estero, dalla Francia, dalla Germania, dall'Austria ma si limitava a trarre dalla sua presenza vantaggio economico senza tuttavia ridurre al peggio l'economia italiana.
Strano a dirsi: per l'Italia fu più importante la politica che il capitalismo economico. Attualmente è il mondo intero che si muove a volte dritto e a volte storto ma con modalità abbastanza conformi: quando è il momento della dirittura è il mondo intero che si muove in quella posizione e così anche avviene quando è la stortura che ha la meglio. Bene o male sono conformi e questo è comunque un bene. Così può sembrare. Attenzione però: che il mondo intero vada allo stesso passo a me non piace, la conformità assoluta non va bene per la democrazia. Demos e kratos sono due elementi la cui combinazione è il meglio. Il populismo e la dittatura sono il peggio. Non perdiamo mai di vista questo aspetto della nostra vita pubblica e privata, Leopardi ce lo insegna con i suoi versi meravigliosi e Machiavelli con le sue lettere e il suo Principe.