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Il lavoro degli altri

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Alla fine il virus si trova davanti l'ultima barriera: il lavoro. Mentre si aspetta il vaccino, mentre si tentano le terapie, si scopre che nella comunità scavata fino all'essenziale dall'epidemia e ridotta allo scheletro sociale di se stessa, il lavoro è il vero punto di difesa, di resistenza, di contrasto al male.

Il lavoro dei medici e degli infermieri, naturalmente e prima di tutto, con il miracolo dell'universo italiano della sanità. Ma subito dopo, anzi insieme, il lavoro oscuro, materiale e sconosciuto della catena alimentare e farmaceutica, della distribuzione e dell'informazione, dei trasporti e dei servizi. Quella macchina che in questi giorni estremi manda comunque avanti un sistema ridotto al minimo, ma in grado di rispondere alle nostre esigenze e ci consente di sopravvivere come un insieme e non come individui disarticolati e abbandonati, che devono badare ognuno a se stesso, magari in conflitto tra loro.

Se possiamo stare a cas…
Alla fine il virus si trova davanti l'ultima barriera: il lavoro. Mentre si aspetta il vaccino, mentre si tentano le terapie, si scopre che nella comunità scavata fino all'essenziale dall'epidemia e ridotta allo scheletro sociale di se stessa, il lavoro è il vero punto di difesa, di resistenza, di contrasto al male.

Il lavoro dei medici e degli infermieri, naturalmente e prima di tutto, con il miracolo dell'universo italiano della sanità. Ma subito dopo, anzi insieme, il lavoro oscuro, materiale e sconosciuto della catena alimentare e farmaceutica, della distribuzione e dell'informazione, dei trasporti e dei servizi. Quella macchina che in questi giorni estremi manda comunque avanti un sistema ridotto al minimo, ma in grado di rispondere alle nostre esigenze e ci consente di sopravvivere come un insieme e non come individui disarticolati e abbandonati, che devono badare ognuno a se stesso, magari in conflitto tra loro.

Se possiamo stare a casa, con le porte chiuse, aspettando che la minaccia si riduca è perché qualche milione di persone esce di casa ogni mattina e prende il suo posto davanti alla cassa di un supermercato, in fabbrica, nel camion che trasporta le merci, nei magazzini delle farmacie. Qualcuno anche oggi prepara il pane per noi, per tutti, ha già raccolto la frutta, imbottigliato l'acqua, tagliato la carne, rifornito le pompe di benzina, e adesso parliamo piano, perché sta facendo in Rete scuola ai nostri figli. Qualcun altro stanotte ha pensato alla manutenzione delle autostrade su cui viaggia l'energia, così come Internet e il telefono. Altri ancora nei giornali, nelle radio e in televisione vanno sui luoghi del contagio, raccolgono le notizie e le distribuiscono, in modo che possiamo essere informati trovando fatti, dati, giudizi, opinioni e risposte alle nostre domande, uscendo dal buio.

È il lavoro degli altri. Siamo abituati a servircene come se fosse una risorsa naturale, un dispositivo di servizio obbligato, anzi una struttura servente a nostra perenne disposizione. Lo vediamo solo dal nostro lato, come soggetti consumatori, non dall'altro, quello dei produttori. O meglio, non lo riconosciamo perché non riusciamo a scomporlo nelle sue tecnicalità, nelle abilità che lo compongono, nelle sue trasformazioni e nei suoi adattamenti. Qual è il peso sociale, culturale e quindi politico che gli attribuiamo quando ne parliamo? Il concetto stesso di lavoro nella modernità viene deviato, come se fosse un vocabolo-reperto dell'altro secolo, e viene annacquato nelle categorie eufemistiche e parziali del sapere, del mestiere, della professionalità, che da sole non riescono a definire l'insieme, come se quel significato si fosse perduto. Travolto dalla cometa dell'immateriale, dall'ubiquità della delocalizzazione, dal fantasma del virtuale che batte addirittura moneta, il lavoro si fa ma non si dice, e in questa condizione di minorità politica perde fatalmente i suoi diritti, considerati ormai come diritti nani, semplici pattuizioni, spettanze, cioè variabili dipendenti di ogni crisi.

Oggi il virus riscopre il lavoro, sfrondato dalle ideologie, semplicemente nella sua funzione-base di prestazione che trasforma le risorse per soddisfare i bisogni della collettività, e con questo dà una fondazione sociale alla democrazia, le fa mettere i piedi per terra, mentre crea relazione tra gli individui. Nell'emergenza, quando tutto si svuota e ogni cosa si ferma, il lavoro è la sola fonte di alimentazione della vita che continua, e dunque diventa l'ultimo e unico volano della società malata e imprigionata che mentre si difende deve sopravvivere a ranghi ridotti.

Improvvisamente il lavoro recupera un valore in sé, e non solo nella merce che produce. Abbiamo bisogno che qualcuno lavori, per consentirci di difendere la nostra salute. Ma chi difende la salute di chi lavora? Ecco la questione di questi giorni. Prima c'è stato il problema della tenuta del sistema produttivo di fronte alla chiusura dei punti vendita delle merci, al blocco delle città, alla chiusura in casa dei consumatori, e il governo ha preso le misure straordinarie di necessità. Poi dal sistema si è passati alle persone, dalla fabbrica alla salute. La paura è entrata nelle officine, negli uffici, nei magazzini.

C'è un popolo - quelli che vanno al lavoro ogni giorno - che si sente escluso dalla generale manovra di sicurezza collettiva che consiglia di isolarsi, di non uscire, di evitare contatti; o almeno si sente coinvolto da questa manovra di salvaguardia solo a scartamento ridotto, part-time, nel tempo libero, prima e dopo il lavoro. Come se funzionasse una cautela a metà. Come se esistesse una paura di serie B. Dalle proteste di fabbrica (e dall'assenteismo crescente) è nata la pressione operaia per chiudere le aziende, che ha investito Cgil, Cisl e Uil. Il sindacato ha proposto, prima di chiudere le fabbriche, di metterle in sicurezza proseguendo il lavoro in condizioni di tutela. Si sono firmati decine di migliaia di accordi in questo senso, dai grandi gruppi come Fca e Luxottica alle piccole unità produttive, introducendo le misure dell'emergenza: distanze di sicurezza nei reparti e negli uffici, protezioni individuali, bagni esterni per gli autisti dei camion che vengono a consegnare e ritirare le merci, pulizie ripetute e speciali.

Il sistema industriale italiano - con poche eccezioni, e qualche ritardo - ha provato a mettersi a regime di fronte all'eccezionalità degli eventi, tarandosi sul nuovo costume di vita collettivo imposto dalla crisi sanitaria. Cercando così di portare il meccanismo di tutela interno alle aziende più vicino al meccanismo sociale esterno.

La questione si è riaperta quando il governo ha dovuto decidere domenica, con il consenso delle parti sociali, una stretta ulteriore col blocco totale della produzione, salvo le attività essenziali, sanitarie, agroalimentari, di trasporti e servizi. Poi le maglie del decreto si sono aperte - il sindacato sostiene per la pressione di Confindustria - e dopo una giornata di confusione sono evase dal blocco le aziende tessili, chimiche, quelle della gomma, della manutenzione e riparazione di autoveicoli.

Da qui, dal decreto mutilato che riapriva settori produttivi non essenziali, sono nati scioperi spontanei nelle zone più attaccate dalla pandemia: e infine la minaccia sindacale di arrivare ad uno sciopero generale, "non di rivendicazione, ma di tutela della salute dei lavoratori".

Intaccando la società e la sua organizzazione, fino a resettarla sui suoi fondamentali, il virus rivela così l'ultimo decisivo conflitto della modernità, quello tra lavoro e salute. Le dimensioni della minaccia, la paura che ne deriva cambiano l'equilibrio e da accessorio, secondario, subordinato e dipendente il diritto alla salute di chi lavora chiede oggi di diventare fondamentale, primario, autonomo e incondizionato. C'è ancora un punto, che la pandemia rende evidente: di fronte all'emergenza sanitaria in cui si trova il Paese, il tema della salute di chi lavora non può essere considerato una questione sindacale, perché è già un problema sociale.

Dunque deve uscire dal negoziato, per diventare materia comune, obiettivo condiviso, che il governo fa suo. Solo così si può chiedere a chi lavora oggi uno sforzo di solidarietà in più, cioè di accettare una sfida quotidiana al virus, personale, in nome dell'interesse generale. Con lo smart working che stiamo usando per necessità cambia la natura stessa del lavoro sotto i nostri occhi, la sua morfologia, la sua organizzazione. Ancora una volta il lavoro reinventa se stesso, trascinando nel cambiamento metodi, strumenti di rappresentanza, diritti.

Probabilmente dalla crisi uscirà un nuovo modello di sviluppo, addirittura una relazione diversa tra capitale e lavoro. A questo punto, per non rimanere impigliati nel Novecento, bisogna prendere atto che il rapporto irrisolto tra produzione e salute fa parte di un altro rapporto, quello tra lavoro e democrazia.