Proprio il carattere universale della pandemia, che si muoveva indifferente e imparziale nella parte alta e nella parte bassa della società, tra élite e popolo, aveva contribuito a costruire quel sentimento di solidarietà generale che il Paese non era più abituato a riconoscere a se stesso, o almeno quel senso di condivisione di fronte al pericolo comune che genera un’inattesa coesione sociale. Sembrava che fossimo diventati tutti uguali, perché tutti ugualmente esposti nella medesima fragilità umana, prigionieri a pari grado della stessa impotenza davanti al male.
In realtà quel sentire comune e quello spirito condiviso nascevano in gran parte dalla paura e dal bisogno naturale di spartire con gli altri la preoccupazione per l’assedio del virus, per non sentirne tutto il peso da soli: tanto più quando a causa delle necessarie misure di distanziamento sociale non si potevano incontrare come d’abitudine i famili…
In realtà quel sentire comune e quello spirito condiviso nascevano in gran parte dalla paura e dal bisogno naturale di spartire con gli altri la preoccupazione per l’assedio del virus, per non sentirne tutto il peso da soli: tanto più quando a causa delle necessarie misure di distanziamento sociale non si potevano incontrare come d’abitudine i famili…
Proprio il carattere universale della pandemia, che si muoveva indifferente e imparziale nella parte alta e nella parte bassa della società, tra élite e popolo, aveva contribuito a costruire quel sentimento di solidarietà generale che il Paese non era più abituato a riconoscere a se stesso, o almeno quel senso di condivisione di fronte al pericolo comune che genera un’inattesa coesione sociale. Sembrava che fossimo diventati tutti uguali, perché tutti ugualmente esposti nella medesima fragilità umana, prigionieri a pari grado della stessa impotenza davanti al male.
In realtà quel sentire comune e quello spirito condiviso nascevano in gran parte dalla paura e dal bisogno naturale di spartire con gli altri la preoccupazione per l’assedio del virus, per non sentirne tutto il peso da soli: tanto più quando a causa delle necessarie misure di distanziamento sociale non si potevano incontrare come d’abitudine i familiari lontani, gli amici, i colleghi di lavoro. Il sostegno del rapporto ravvicinato, dello scambio a tu per tu veniva sostituito dal conforto di una condizione generale condivisa, che sembrava far saltare le disuguaglianze sociali, economiche, di ruolo. Solo una differenza resisteva e s’imponeva, inedita per la struttura familistica della nostra società: quella tra i giovani, risparmiati dall’infezione, e gli anziani, precipitati di colpo e tutti insieme nella categoria socio-sanitaria dei vecchi, vittime designate e forse addirittura predestinate.
Nato dal panico, questo schema consolatorio non poteva reggere nella realtà. Soprattutto davanti alla crisi, che comunque si presenti è sempre un attore sociale di prima grandezza, capace si sovvertire gli equilibri: o almeno, di radicalizzare gli squilibri latenti nel corpo sociale, portando a esplodere le contraddizioni interne che la presunta normalità a stento regolava. Abbiamo visto che la grande crisi economico-finanziaria di un decennio fa ha agito sulla scala delle disuguaglianze esistenti, trasformandole in esclusioni. Oggi la crisi sanitaria genera una sfida tra la vita e la morte, dunque aggiunge uno scompenso emotivo, un contraccolpo istintivo, un riflesso primitivo che affonda nel primordiale e nell’irrazionale. In fondo, il Quarto Cavaliere dell’Apocalisse, quando si aprì il quarto sigillo, apparve su un cavallo verdastro che portava la Peste e la Morte, «e gli veniva dietro l’inferno».
Oggi la prima spinta della crisi pandemica fa precipitare un pezzo di Paese dalla precarietà alla povertà. Anzi, le due condizioni sono più che mai intrecciate. Avevamo accettato per forza di cose il precariato come nuova forma del proletariato, cambiando la morfologia del lavoro, con i padri che uscivano giovani dalla produzione attiva, i ragazzi che vi entravano tardi, una fetta di lavoratori occupati ridotta, una generazione o quasi espulsa in alto, un’altra in basso che si preparava a un domani in cui non avrebbe mai conosciuto la pensione. Oggi il blocco della produzione allarga l’incertezza e l’incognita sul domani a una parte di popolazione che fino a ieri si considerava ceto produttivo, perché aveva un mestiere in mano e un impiego. L’insicurezza dell’occupazione per i dipendenti, il calcolo del lavoro perduto per le piccole attività in proprio, le incognite sulla ripartenza per tutte le aziende restringono l’orizzonte delle famiglie. Riducendosi il reddito, che diviene anch’esso precario, si restringeranno i consumi, e la spirale di impoverimento minaccia di avvitarsi sul Paese.
Tre cifre danno una prima dimensione del fenomeno. Nei primi sei mesi dell’anno il Pil segna una riduzione del 15 per cento, un livello da economia di guerra, che potrebbe portare a fine 2020 a un calo tra il 7 e il 9 per cento del reddito nazionale. Allo Stato nei conti di fine anno mancheranno 26 miliardi di gettito fiscale, mentre i Comuni nel solo mese di marzo hanno perso 600 milioni in tributi ed entrate tariffarie. Le domande per la cassa integrazione ordinaria sono arrivate a quota 2,9 milioni, mentre un milione e settecentomila lavoratori hanno chiesto l’assegno previsto per questa emergenza per i dipendenti di aziende non ammesse alla Cassa.
È una situazione comune a tutte le economie sviluppate, con l’ultimo rapporto Oxfam che prevede mezzo miliardo di poveri in più nel mondo, e un salto indietro di trent’anni nella lotta contro l’indigenza assoluta. In Italia le stime parlano di 10 milioni di possibili nuovi poveri, che dal lockdown non hanno più ricevuto lo stipendio e non sanno se lo riceveranno alla riapertura, e sono in coda davanti alla burocrazia per gli ammortizzatori sociali, che dovrebbero servire per l’immediato. Ma fuori dai calcoli, parlano chiaro le code senza distanziamento davanti all’insegna del Monte dei Pegni, il boom delle chiamate alle organizzazioni caritatevoli per i pacchi alimentari, le file alle mense dei poveri, le risposte rivelatrici degli italiani all’ultimo sondaggio Demos-Unipolis: il 91 per cento è pronto a barattare quote di libertà in cambio di quote di sicurezza davanti a una pandemia che per la grande maggioranza durerà mesi, il 47 per cento ha sospeso la sua attività di lavoro o lavora a casa,il 96 per cento evita di uscire. Ma poi le paure prendono corpo, e tutte riguardano lo spettro dell’impoverimento. Il 53 per cento infatti è preoccupato per il futuro dei figli, il 44 per la perdita del lavoro, il 42 per il rischio di non avere la pensione, il 38 per il timore di perdere i risparmi, mentre il 39 per cento confessa apertamente l’angoscia «di non avere abbastanza soldi per vivere».
È la nuova infezione della povertà, la soglia sotto la quale si sta inabissando proprio in questi giorni una parte d’Italia. Ma oltre al reddito c’è un altro indicatore dell’impoverimento sociale, ed è il livello delle disuguaglianze. La ri-proletarizzazione in corso di una parte del ceto produttivo e l’impatto della pandemia agiscono sulle differenze sociali tramutandole in sperequazioni, e tutto questo preme sulle disparità esistenti, precipitandole in uno scompenso generale. Se va in crisi il lavoro “bianco”, regolare, chiediamoci cosa succede ai 4,2 milioni di persone che al Sud campano arrangiandosi con il lavoro nero. Se l’emergenza sanitaria va in tilt per l’assalto del coronavirus, pensiamo ai malati con altre patologie, al ritmo alterato delle chemioterapie e delle visite di controllo, alle liste d’attesa che da ordinarie diventano straordinarie. Riflettiamo sulla paura del virus nelle carceri italiane, affollate al punto da contare 121,75 detenuti ogni 100 posti regolari, e con già 94 contagiati in cella, più 204 agenti. Ragioniamo sui migranti irregolari, cavie-fantasma nelle baraccopoli illegali che li espongono all’infezione. Non dimentichiamo i 50 mila senzatetto, nelle mani dei medici volontari che vanno a cercarli negli ingressi delle banche dove dormono, per misurare la febbre di notte. E infine, riemergendo oltre la soglia di povertà, buchiamo l’illusione della scuola telematica uguale per tutti, con un terzo delle famiglie che non ha il computer a casa, e il Sud che sta peggio.
Il virus è imparziale, ma noi siamo disuguali: e la pandemia accentua i nostri ritardi. È questo squilibrio che interpella la politica, perché fa parte dell’emergenza. Con un solo punto all’attivo del nostro Paese, oltre alla generosità di chi lavora per salvare gli altri: il welfare, strumento di civiltà, che andrà sottratto alla logica di mercato.
In realtà quel sentire comune e quello spirito condiviso nascevano in gran parte dalla paura e dal bisogno naturale di spartire con gli altri la preoccupazione per l’assedio del virus, per non sentirne tutto il peso da soli: tanto più quando a causa delle necessarie misure di distanziamento sociale non si potevano incontrare come d’abitudine i familiari lontani, gli amici, i colleghi di lavoro. Il sostegno del rapporto ravvicinato, dello scambio a tu per tu veniva sostituito dal conforto di una condizione generale condivisa, che sembrava far saltare le disuguaglianze sociali, economiche, di ruolo. Solo una differenza resisteva e s’imponeva, inedita per la struttura familistica della nostra società: quella tra i giovani, risparmiati dall’infezione, e gli anziani, precipitati di colpo e tutti insieme nella categoria socio-sanitaria dei vecchi, vittime designate e forse addirittura predestinate.
Nato dal panico, questo schema consolatorio non poteva reggere nella realtà. Soprattutto davanti alla crisi, che comunque si presenti è sempre un attore sociale di prima grandezza, capace si sovvertire gli equilibri: o almeno, di radicalizzare gli squilibri latenti nel corpo sociale, portando a esplodere le contraddizioni interne che la presunta normalità a stento regolava. Abbiamo visto che la grande crisi economico-finanziaria di un decennio fa ha agito sulla scala delle disuguaglianze esistenti, trasformandole in esclusioni. Oggi la crisi sanitaria genera una sfida tra la vita e la morte, dunque aggiunge uno scompenso emotivo, un contraccolpo istintivo, un riflesso primitivo che affonda nel primordiale e nell’irrazionale. In fondo, il Quarto Cavaliere dell’Apocalisse, quando si aprì il quarto sigillo, apparve su un cavallo verdastro che portava la Peste e la Morte, «e gli veniva dietro l’inferno».
Oggi la prima spinta della crisi pandemica fa precipitare un pezzo di Paese dalla precarietà alla povertà. Anzi, le due condizioni sono più che mai intrecciate. Avevamo accettato per forza di cose il precariato come nuova forma del proletariato, cambiando la morfologia del lavoro, con i padri che uscivano giovani dalla produzione attiva, i ragazzi che vi entravano tardi, una fetta di lavoratori occupati ridotta, una generazione o quasi espulsa in alto, un’altra in basso che si preparava a un domani in cui non avrebbe mai conosciuto la pensione. Oggi il blocco della produzione allarga l’incertezza e l’incognita sul domani a una parte di popolazione che fino a ieri si considerava ceto produttivo, perché aveva un mestiere in mano e un impiego. L’insicurezza dell’occupazione per i dipendenti, il calcolo del lavoro perduto per le piccole attività in proprio, le incognite sulla ripartenza per tutte le aziende restringono l’orizzonte delle famiglie. Riducendosi il reddito, che diviene anch’esso precario, si restringeranno i consumi, e la spirale di impoverimento minaccia di avvitarsi sul Paese.
Tre cifre danno una prima dimensione del fenomeno. Nei primi sei mesi dell’anno il Pil segna una riduzione del 15 per cento, un livello da economia di guerra, che potrebbe portare a fine 2020 a un calo tra il 7 e il 9 per cento del reddito nazionale. Allo Stato nei conti di fine anno mancheranno 26 miliardi di gettito fiscale, mentre i Comuni nel solo mese di marzo hanno perso 600 milioni in tributi ed entrate tariffarie. Le domande per la cassa integrazione ordinaria sono arrivate a quota 2,9 milioni, mentre un milione e settecentomila lavoratori hanno chiesto l’assegno previsto per questa emergenza per i dipendenti di aziende non ammesse alla Cassa.
È una situazione comune a tutte le economie sviluppate, con l’ultimo rapporto Oxfam che prevede mezzo miliardo di poveri in più nel mondo, e un salto indietro di trent’anni nella lotta contro l’indigenza assoluta. In Italia le stime parlano di 10 milioni di possibili nuovi poveri, che dal lockdown non hanno più ricevuto lo stipendio e non sanno se lo riceveranno alla riapertura, e sono in coda davanti alla burocrazia per gli ammortizzatori sociali, che dovrebbero servire per l’immediato. Ma fuori dai calcoli, parlano chiaro le code senza distanziamento davanti all’insegna del Monte dei Pegni, il boom delle chiamate alle organizzazioni caritatevoli per i pacchi alimentari, le file alle mense dei poveri, le risposte rivelatrici degli italiani all’ultimo sondaggio Demos-Unipolis: il 91 per cento è pronto a barattare quote di libertà in cambio di quote di sicurezza davanti a una pandemia che per la grande maggioranza durerà mesi, il 47 per cento ha sospeso la sua attività di lavoro o lavora a casa,il 96 per cento evita di uscire. Ma poi le paure prendono corpo, e tutte riguardano lo spettro dell’impoverimento. Il 53 per cento infatti è preoccupato per il futuro dei figli, il 44 per la perdita del lavoro, il 42 per il rischio di non avere la pensione, il 38 per il timore di perdere i risparmi, mentre il 39 per cento confessa apertamente l’angoscia «di non avere abbastanza soldi per vivere».
È la nuova infezione della povertà, la soglia sotto la quale si sta inabissando proprio in questi giorni una parte d’Italia. Ma oltre al reddito c’è un altro indicatore dell’impoverimento sociale, ed è il livello delle disuguaglianze. La ri-proletarizzazione in corso di una parte del ceto produttivo e l’impatto della pandemia agiscono sulle differenze sociali tramutandole in sperequazioni, e tutto questo preme sulle disparità esistenti, precipitandole in uno scompenso generale. Se va in crisi il lavoro “bianco”, regolare, chiediamoci cosa succede ai 4,2 milioni di persone che al Sud campano arrangiandosi con il lavoro nero. Se l’emergenza sanitaria va in tilt per l’assalto del coronavirus, pensiamo ai malati con altre patologie, al ritmo alterato delle chemioterapie e delle visite di controllo, alle liste d’attesa che da ordinarie diventano straordinarie. Riflettiamo sulla paura del virus nelle carceri italiane, affollate al punto da contare 121,75 detenuti ogni 100 posti regolari, e con già 94 contagiati in cella, più 204 agenti. Ragioniamo sui migranti irregolari, cavie-fantasma nelle baraccopoli illegali che li espongono all’infezione. Non dimentichiamo i 50 mila senzatetto, nelle mani dei medici volontari che vanno a cercarli negli ingressi delle banche dove dormono, per misurare la febbre di notte. E infine, riemergendo oltre la soglia di povertà, buchiamo l’illusione della scuola telematica uguale per tutti, con un terzo delle famiglie che non ha il computer a casa, e il Sud che sta peggio.
Il virus è imparziale, ma noi siamo disuguali: e la pandemia accentua i nostri ritardi. È questo squilibrio che interpella la politica, perché fa parte dell’emergenza. Con un solo punto all’attivo del nostro Paese, oltre alla generosità di chi lavora per salvare gli altri: il welfare, strumento di civiltà, che andrà sottratto alla logica di mercato.