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(ansa)

La lezione del dopoguerra

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È con la parola "insieme" che oggi sembra perduta ma che va recuperata, che dobbiamo uscire dall'emergenza della pandemia come Paese, con le sue regole democratiche, e non come singoli individui, ad uno ad uno, con le mani in alto, perché siamo capaci di essere uniti solo nella paura
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Chissà dov'è oggi il Creator Spiritus ("dolce consolatore, acqua viva, fuoco, amore, luce all'intelletto, fiamma ardente nel cuore, dito della mano di Dio") che Benedetto Croce invocò l'11 marzo del 1947 nel suo unico discorso all'assemblea Costituente. L'Italia era ancora in macerie, dopo la tragedia della guerra e il dramma nazionale del ventennio di dittatura, quando il filosofo liberale convocò nell'aula lo Spirito Santo con le parole dell'inno liturgico, perché scendesse a "visitare le menti" dei padri costituenti mentre stavano scrivendo la Carta fondamentale che doveva reggere la nuova Repubblica.

Croce era critico col progetto di Costituzione, perché scritto da troppe mani in un inevitabile compromesso, perché recepiva
i Patti Lateranensi e perché conteneva un impegno contro una possibile disciplina legislativa del divorzio. E tuttavia sentiva la necessità di una spe…
Chissà dov'è oggi il Creator Spiritus ("dolce consolatore, acqua viva, fuoco, amore, luce all'intelletto, fiamma ardente nel cuore, dito della mano di Dio") che Benedetto Croce invocò l'11 marzo del 1947 nel suo unico discorso all'assemblea Costituente. L'Italia era ancora in macerie, dopo la tragedia della guerra e il dramma nazionale del ventennio di dittatura, quando il filosofo liberale convocò nell'aula lo Spirito Santo con le parole dell'inno liturgico, perché scendesse a "visitare le menti" dei padri costituenti mentre stavano scrivendo la Carta fondamentale che doveva reggere la nuova Repubblica.

Croce era critico col progetto di Costituzione, perché scritto da troppe mani in un inevitabile compromesso, perché recepiva
i Patti Lateranensi e perché conteneva un impegno contro una possibile disciplina legislativa del divorzio. E tuttavia sentiva la necessità di una specie di Pentecoste laica, una cornice non solo solenne, ma addirittura sacra per i compiti che la nuova Italia stava fissando a se stessa.

La Repubblica era nata un anno prima nel referendum che rivelava un Paese spaccato in due, la nuova Costituzione sarebbe entrata in vigore dieci mesi più tardi, il primo giorno del 1948, dopo essere stata firmata a fine dicembre a palazzo Giustiniani da Enrico De Nicola, che come Capo provvisorio dello Stato non aveva voluto entrare al Quirinale.

Ma Piero Calamandrei rispondeva ai ragazzi che cercavano una testimonianza d'origine della Carta con un altro richiamo alla religiosità repubblicana: "Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità".

Non si può parlare di ricostruzione se si dimentica lo sfondo ideale che circondava lo sforzo di rinascita e lo slancio di ripresa dell'Italia sconfitta nella guerra e umiliata nel fascismo. Proprio la dimensione rovinosa e titanica della dominazione mussoliniana rende impossibile ogni analogia tra quel dopoguerra e l'oggi, quando siamo usciti dalla fase più acuta di un'emergenza sanitaria universale - che riguardava la vita e la morte - con un lungo elenco di lutti, un costo sociale elevato, un conto economico disastrato ma con il sistema politico-istituzionale intatto nel suo carattere democratico, pur avendo gestito uno stato d'eccezione.

In più i cittadini con un'obbligazione volontaria alla necessità hanno dato prova di responsabilità, di coesione sociale e persino di generosità, se pensiamo all'impegno in prima linea di medici e infermieri e di tanti soggetti anonimi che durante il lockdown hanno garantito al meccanismo di base del Paese di rimanere in funzione, permettendo alla grande maggioranza della popolazione di restare a casa, al sicuro.

Aggiungiamo l'aiuto straordinario dell'Europa che arriverà, vinte le resistenze ideologiche dei Cinque Stelle sul Mes e le opposizioni dei Paesi che si definiscono frugali (ma si comportano da egoisti) sul Recovery fund.

Ci sono dunque le condizioni finanziarie, morali e civili per un patto nazionale di ripresa che non disperda le risorse in mance clientelari e cambiali elettorali, riducendo l'enfatica sfilata degli Stati generali a uno scambio corporativo con le categorie: ma affronti le falle, i ritardi, gli squilibri che l'emergenza coronavirus ha portato alla luce, risani la sanità umiliata da vent'anni di tagli, ripristini il welfare come strumento d'integrazione e di dignità sociale, sottraendolo alla logica di mercato, colmi l'arretratezza del divario digitale.

E soprattutto rilanci il lavoro, l'occupazione e la produzione, rovesciando la sfida dell'emergenza virale (con gli investimenti, il credito, gli ammortizzatori e un piano di infrastrutture) in un'opportunità di modernizzazione e trasformazione del Paese, affrancandolo dai suoi ritardi e dai suoi deficit strutturali, visto che non si può affrancarlo dai suoi debiti. Per arrivare alla fine anche a recuperare efficienza e garanzie nel sistema istituzionale.

È l'occasione di una seconda ricostruzione, dopo quella del dopoguerra, di cui si può recuperare il carattere, lo spirito, in condizioni del tutto diverse.

Anche allora ci fu un aiuto straniero di carattere straordinario, con il piano Marshall per lanciare esattamente un Recovery Program europeo che portò al nostro Paese 1,2 miliardi di dollari del tempo, il terzo contributo dopo i 3,2 miliardi per il Regno Unito e i 2,3 per la Francia, Paesi alleati.

Quel sostegno a una nazione ex nemica, e sconfitta, doveva servire alla modernizzazione degli impianti industriali per innescare una crescita economica, ma nella prima fase servì soprattutto a recuperare una stabilità alimentare con sostegno all'importazione di generi di prima necessità e aiuti mirati all'agricoltura, per poi passare, come si diceva allora, "dai maccheroni alle macchine", con un intervento pari in media al 2,1 per cento annuo del Pil, dal 1948 al 1952.

Oggi che per la prima volta in tempi di pace il sistema produttivo si è fermato, i consumi si sono bloccati, molte piccole imprese temono di finire fuori dal mercato e i licenziamenti sono il vero spettro di fine anno, non dobbiamo dimenticare da quale abisso è partito quello sforzo di ricostruzione: nel '45 la capacità produttiva dell'industria arrivava appena al 67 per cento di quella del 1938, l'agricoltura era ferma al 63, gli impianti termoelettrici erano ridotti al 50 per cento come i cantieri navali e il parco ferroviario, mentre le infrastrutture portuali erano precipitate a quota 10 per cento rispetto a prima della guerra, e la flotta mercantile addirittura all'8.

Aggiungiamo che la produzione di grano era dimezzata rispetto al periodo pre-bellico mentre il costo della vita era cresciuto di 20 volte, con le abitazioni distrutte che sfioravano i 2 milioni di vani mentre si considerava perduto un quinto del patrimonio nazionale. Una bancarotta, sventata da una capacità di crescita che nel '48 è superiore al 5 per cento e recupera già i livelli del 1938, che dal 1950 al '73 è del 5,6 per cento, mentre il Paese ricostruendo si si trasforma, con gli occupati nell'industria che passano dal 29 per cento del 1950 al 42 del '71, e dal 27 al 39 per cento nel terziario.

Certo la mano pubblica allora fu decisiva, figlia indispensabile dell'epoca: ma dietro l'Iri c'era comunque il decisore politico che oltre a riconvertire l'industria meccanica dalla produzione bellica a quella civile decise di sviluppare la siderurgia, di investire nel campo elettrico, di puntare sullo sviluppo di due settori strategici come la telefonia e la radiofonia.

Era uno spirito nazionale da nuovo inizio che nasceva dai primi governi figli del Cln e resisteva ai cambiamenti del quadro politico, anzi diventava la missione di De Gasperi dopo la vittoria elettorale del '48, si allargava ai produttori che lavoravano in fabbrica, coinvolgeva il "quarto partito" industrial-finanziario, come lo chiamava allora il Presidente del Consiglio, nelle differenze politiche, ideali e di ruolo, tra maggioranza e opposizione.

Ma sopra le differenze, oltre le contrapposizioni feroci che nell'agosto '61 innalzeranno nella Ddr il monumento alla guerra fredda col muro di Berlino, c'era l'impegno comune a ricominciare, a crescere, a ricostruire. Con la parola-chiave dei manifesti per il piano Marshall che avrebbe siglato anche la nascita nel 1957 della Comunità Economica Europea, proprio a Roma: together. È quell'insieme che oggi sembra perduto, e che va recuperato, se vogliamo uscire dall'emergenza della pandemia come Paese, con le sue regole democratiche, e non come singoli individui, ad uno ad uno, con le mani in alto, perché siamo capaci di essere uniti solo nella paura.