Non riuscendo a padroneggiare lo spazio e il tempo in cui vive, la politica corre verso un luogo che non c’è, ma raccoglie tutte le tentazioni dell’epoca e promette soluzioni a tutti i problemi del momento: l’indistinto democratico. È il punto (geometrico, non politico) dove dovrebbero incontrarsi la sinistra e la destra, nascondendo le differenze fondamentali in base alle quali hanno chiesto i voti ai cittadini per decenni — e proprio per questo quindi fuoriuscendo dalle loro identità — per dar vita a quel governo delle larghe intese che viene presentato come il player indispensabile per gestire i denari e lo sforzo della ripresa: quasi dovesse pensare non alla ricostruzione, ma a garantire un posto al tavolo del comando per tutti.
Una spinta evidente in questa direzione viene naturalmente dall’istinto di sopravvivenza, che vede nella fragilità della maggioranza di governo e nei suoi numeri ballerini il rischio di una f…
Una spinta evidente in questa direzione viene naturalmente dall’istinto di sopravvivenza, che vede nella fragilità della maggioranza di governo e nei suoi numeri ballerini il rischio di una f…
Non riuscendo a padroneggiare lo spazio e il tempo in cui vive, la politica corre verso un luogo che non c’è, ma raccoglie tutte le tentazioni dell’epoca e promette soluzioni a tutti i problemi del momento: l’indistinto democratico. È il punto (geometrico, non politico) dove dovrebbero incontrarsi la sinistra e la destra, nascondendo le differenze fondamentali in base alle quali hanno chiesto i voti ai cittadini per decenni — e proprio per questo quindi fuoriuscendo dalle loro identità — per dar vita a quel governo delle larghe intese che viene presentato come il player indispensabile per gestire i denari e lo sforzo della ripresa: quasi dovesse pensare non alla ricostruzione, ma a garantire un posto al tavolo del comando per tutti.
Una spinta evidente in questa direzione viene naturalmente dall’istinto di sopravvivenza, che vede nella fragilità della maggioranza di governo e nei suoi numeri ballerini il rischio di una fine anticipata della legislatura. Ma la spinta più forte nasce da un obiettivo politico più ambizioso: quello di usare lo stato di necessità imposto al Paese dal coronavirus e l’impegno europeo di ricostruzione per destrutturare il campo politico, far saltare i confini tra destra e sinistra, uscire dai canoni culturali del sistema occidentale e avviare un nuovo esperimento italiano che consenta di rimescolare le carte e gli equilibri.
Le larghe intese dunque non sono l’obiettivo finale di questa tentazione, ma un mezzo per diluire identità già malferme e insicure in un Paese in cui tutti i partiti sembrano nati mercoledì scorso, e consentire così ai leader più spregiudicati di muoversi fuori dai campi tradizionali, accorciando o allungando ogni volta il terreno di gioco secondo le convenienze, senza più vincoli con la tradizione, la storia, gli ideali e le diverse idee dell’Italia che destra e sinistra hanno sempre impersonato e in cui i cittadini si sono riconosciuti: e che oggi selezionano e separano le diverse opzioni di innovazione e modernizzazione dell’Italia. Un Paese indistinto, appunto, dove tutto stinge meno l’opportunismo, e la politica nasce ogni volta da un’improvvisazione estemporanea e contingente, senza radici e senza memoria, fuori dalla storia.
È un discorso di potere, più che politico. E infatti non punta a far rinascere l’eredità democristiana di un grande centro, che comporterebbe necessariamente la costruzione di una cultura moderata, come condizione preliminare capace di creare una politica. No: qui la cultura civile è semmai d’imbarazzo, perché è il veicolo che nel tempo ha selezionato valori, sentimenti, interessi legittimi, in un deposito identitario che rischia di ostacolare alleanze innaturali. Quel che conta è il contrario, la prassi trasformata in politica con la fine di ogni eredità del passato, il futuro come espediente retorico, il presente come unico orizzonte. In un ridisegno del sistema che punta a rimescolare le leadership, cercando intanto una base popolare di sostegno in quell’esplosione corporativa (figlia della fine delle classi e della precarietà dei ceti) attirata in teoria dall’innovazione e dalla dinamica sociale che ne deriva, appagata in pratica dalla spartizione come vecchio meccanismo gregario di scambio e tutela con la politica.
Quasi in ogni partito c’è chi coltiva questo progetto, per ragioni strategiche o per calcoli personali, per cambiare sistema di gioco o per restringere semplicemente gli spazi a Conte e all’alleanza tra i Cinquestelle e il Pd, soprattutto dopo il risultato positivo per l’Italia del negoziato con la Ue sul Recovery Fund. Prima degli aiuti europei l’ipotesi di un’alleanza basata sulla fine di ogni distinzione si presentava come alternativa alla debolezza di Conte: oggi si ripropone identica, ma come alternativa al recupero di forza del premier a Bruxelles, un dividendo che alleati e avversari non vogliono venga speso in prima persona, per un disegno politico autonomo.
Ognuna di queste ipotesi porta inevitabilmente al nodo Berlusconi, quasi senza che il Cavaliere si muova. Interessati a chiudere un’epoca e ad aprire un’agenzia di influenza politica indifferenziata rispetto alle tradizioni e ai valori, un agglomerato modellato sulle esigenze e le opportunità del potere, tutti i possibili soggetti promotori di questo governissimo assicurano che Berlusconi ormai è un moderato e anzi, rispetto all’estremismo di Salvini sembra Cavour. Soggetto ideale dunque per un Paese immemore, che dopo aver inseguito per due decenni la grande amnistia è pronto ad accontentarsi di una più modesta ma comoda amnesia generale.
Perfetto Zelig della politica, il leader di Forza Italia è pronto a impersonare la parte più adatta al mercato politico del momento. Lo vogliono moderato, anzi gli regalano l’etichetta-lasciapassare, senza l’onere della prova? Ringrazia e nei giorni dispari ci prova, mentre nei pari è impegnato a stringere i bulloni dell’alleanza sovranista locale con Meloni e Salvini, riservando il weekend a fabbricarsi un modello domestico di contro-giustizia alternativa e a incendiare polemicamente la Corte di Cassazione, rilanciando dal profondo della sua vera natura (come abbiamo già ricordato qui e nel dibattito di “Repubblica delle idee” a Bologna) l’eterno conflitto estremista con la magistratura: per di più usando sette anni dopo le parole di un giudice morto — intercettato e intercettatore nello stesso tempo — che dopo averlo condannato era andato a trovarlo a casa quattro volte per chiedergli scusa, e non si capisce perché. Ma nessuno chiede spiegazioni, perché la trasformazione del Caimano in ravveduto vegetariano è in pieno corso, sotto gli occhi compiaciuti di vecchi e futuri alleati, e non bisogna turbarla con la fastidiosa realtà che impone ancora l’obbligo di distinguere.
È evidente che la prima ragione per dire no alle larghe intese è questa distanza di concezioni, di storia e di cronaca, di metodi e culture, che rende un’alleanza incompatibile. La seconda ragione sta nella regola istituzionale di base delle democrazie occidentali, per cui nei momenti di emergenza e di eccezione le forze di opposizione possono e devono partecipare alla definizione delle misure fondamentali di salvaguardia e di rilancio del Paese, con un concorso di responsabilità su singoli provvedimenti, restando distinte dalla maggioranza, ed esercitando una funzione di controllo, per preparare l’alternativa. Non c’è dunque bisogno di larghe intese per dimostrarsi responsabili — com’è giusto e opportuno nell’interesse del Paese — di fronte allo stato d’eccezione. Ma appunto, ognuno dal suo ruolo, senza paralizzare l’azione del governo in un continuo compromesso al ribasso tra visioni del mondo inconciliabili, com’è inevitabile che sia.
Anche perché oggi è evidente a tutti che anche il partito meno indistinto d’Italia, la Lega salviniana, vive in un non-luogo, inseguendo un Paese che non c’è, isolazionista, nazionalista, antieuropeo, ambiguo sulle alleanze e sui riferimenti internazionali: il virus ha messo a nudo tutte queste contraddizioni, trasformando anche per i sovranisti l’Europa da incubo in salvezza.
Ma anche il governo ha la responsabilità di salvare se stesso. Passa il tempo e nessuno sa ancora come battezzare questa maggioranza: demo-populista? Di centro-sinistra? E nel caso, chi è il centro, e chi la sinistra? Nessuno ha sciolto il nodo che non riguarda una definizione, ma un’identità, una cultura politica, un’interpretazione dell’Italia. Così Pd e Cinquestelle camminano insieme senza incontrarsi, in un governo delle identità parallele, che è un’altra espressione dell’indistinto italiano. Certo, sono le politiche che contano, e possono dare un nome alla cosa: ma lo possono fare più facilmente le ragioni ideali che stanno alla base di un’alleanza, legano le scelte politiche una all’altra e creano un blocco sociale di riferimento, che decide da che parte del mondo stare: esercitando la libertà di scegliere un futuro davanti alla tentazione ambigua dell’indistinto, soprattutto nel momento in cui è in gioco l’occasione straordinaria di ricostruire il Paese.
Una spinta evidente in questa direzione viene naturalmente dall’istinto di sopravvivenza, che vede nella fragilità della maggioranza di governo e nei suoi numeri ballerini il rischio di una fine anticipata della legislatura. Ma la spinta più forte nasce da un obiettivo politico più ambizioso: quello di usare lo stato di necessità imposto al Paese dal coronavirus e l’impegno europeo di ricostruzione per destrutturare il campo politico, far saltare i confini tra destra e sinistra, uscire dai canoni culturali del sistema occidentale e avviare un nuovo esperimento italiano che consenta di rimescolare le carte e gli equilibri.
Le larghe intese dunque non sono l’obiettivo finale di questa tentazione, ma un mezzo per diluire identità già malferme e insicure in un Paese in cui tutti i partiti sembrano nati mercoledì scorso, e consentire così ai leader più spregiudicati di muoversi fuori dai campi tradizionali, accorciando o allungando ogni volta il terreno di gioco secondo le convenienze, senza più vincoli con la tradizione, la storia, gli ideali e le diverse idee dell’Italia che destra e sinistra hanno sempre impersonato e in cui i cittadini si sono riconosciuti: e che oggi selezionano e separano le diverse opzioni di innovazione e modernizzazione dell’Italia. Un Paese indistinto, appunto, dove tutto stinge meno l’opportunismo, e la politica nasce ogni volta da un’improvvisazione estemporanea e contingente, senza radici e senza memoria, fuori dalla storia.
È un discorso di potere, più che politico. E infatti non punta a far rinascere l’eredità democristiana di un grande centro, che comporterebbe necessariamente la costruzione di una cultura moderata, come condizione preliminare capace di creare una politica. No: qui la cultura civile è semmai d’imbarazzo, perché è il veicolo che nel tempo ha selezionato valori, sentimenti, interessi legittimi, in un deposito identitario che rischia di ostacolare alleanze innaturali. Quel che conta è il contrario, la prassi trasformata in politica con la fine di ogni eredità del passato, il futuro come espediente retorico, il presente come unico orizzonte. In un ridisegno del sistema che punta a rimescolare le leadership, cercando intanto una base popolare di sostegno in quell’esplosione corporativa (figlia della fine delle classi e della precarietà dei ceti) attirata in teoria dall’innovazione e dalla dinamica sociale che ne deriva, appagata in pratica dalla spartizione come vecchio meccanismo gregario di scambio e tutela con la politica.
Quasi in ogni partito c’è chi coltiva questo progetto, per ragioni strategiche o per calcoli personali, per cambiare sistema di gioco o per restringere semplicemente gli spazi a Conte e all’alleanza tra i Cinquestelle e il Pd, soprattutto dopo il risultato positivo per l’Italia del negoziato con la Ue sul Recovery Fund. Prima degli aiuti europei l’ipotesi di un’alleanza basata sulla fine di ogni distinzione si presentava come alternativa alla debolezza di Conte: oggi si ripropone identica, ma come alternativa al recupero di forza del premier a Bruxelles, un dividendo che alleati e avversari non vogliono venga speso in prima persona, per un disegno politico autonomo.
Ognuna di queste ipotesi porta inevitabilmente al nodo Berlusconi, quasi senza che il Cavaliere si muova. Interessati a chiudere un’epoca e ad aprire un’agenzia di influenza politica indifferenziata rispetto alle tradizioni e ai valori, un agglomerato modellato sulle esigenze e le opportunità del potere, tutti i possibili soggetti promotori di questo governissimo assicurano che Berlusconi ormai è un moderato e anzi, rispetto all’estremismo di Salvini sembra Cavour. Soggetto ideale dunque per un Paese immemore, che dopo aver inseguito per due decenni la grande amnistia è pronto ad accontentarsi di una più modesta ma comoda amnesia generale.
Perfetto Zelig della politica, il leader di Forza Italia è pronto a impersonare la parte più adatta al mercato politico del momento. Lo vogliono moderato, anzi gli regalano l’etichetta-lasciapassare, senza l’onere della prova? Ringrazia e nei giorni dispari ci prova, mentre nei pari è impegnato a stringere i bulloni dell’alleanza sovranista locale con Meloni e Salvini, riservando il weekend a fabbricarsi un modello domestico di contro-giustizia alternativa e a incendiare polemicamente la Corte di Cassazione, rilanciando dal profondo della sua vera natura (come abbiamo già ricordato qui e nel dibattito di “Repubblica delle idee” a Bologna) l’eterno conflitto estremista con la magistratura: per di più usando sette anni dopo le parole di un giudice morto — intercettato e intercettatore nello stesso tempo — che dopo averlo condannato era andato a trovarlo a casa quattro volte per chiedergli scusa, e non si capisce perché. Ma nessuno chiede spiegazioni, perché la trasformazione del Caimano in ravveduto vegetariano è in pieno corso, sotto gli occhi compiaciuti di vecchi e futuri alleati, e non bisogna turbarla con la fastidiosa realtà che impone ancora l’obbligo di distinguere.
È evidente che la prima ragione per dire no alle larghe intese è questa distanza di concezioni, di storia e di cronaca, di metodi e culture, che rende un’alleanza incompatibile. La seconda ragione sta nella regola istituzionale di base delle democrazie occidentali, per cui nei momenti di emergenza e di eccezione le forze di opposizione possono e devono partecipare alla definizione delle misure fondamentali di salvaguardia e di rilancio del Paese, con un concorso di responsabilità su singoli provvedimenti, restando distinte dalla maggioranza, ed esercitando una funzione di controllo, per preparare l’alternativa. Non c’è dunque bisogno di larghe intese per dimostrarsi responsabili — com’è giusto e opportuno nell’interesse del Paese — di fronte allo stato d’eccezione. Ma appunto, ognuno dal suo ruolo, senza paralizzare l’azione del governo in un continuo compromesso al ribasso tra visioni del mondo inconciliabili, com’è inevitabile che sia.
Anche perché oggi è evidente a tutti che anche il partito meno indistinto d’Italia, la Lega salviniana, vive in un non-luogo, inseguendo un Paese che non c’è, isolazionista, nazionalista, antieuropeo, ambiguo sulle alleanze e sui riferimenti internazionali: il virus ha messo a nudo tutte queste contraddizioni, trasformando anche per i sovranisti l’Europa da incubo in salvezza.
Ma anche il governo ha la responsabilità di salvare se stesso. Passa il tempo e nessuno sa ancora come battezzare questa maggioranza: demo-populista? Di centro-sinistra? E nel caso, chi è il centro, e chi la sinistra? Nessuno ha sciolto il nodo che non riguarda una definizione, ma un’identità, una cultura politica, un’interpretazione dell’Italia. Così Pd e Cinquestelle camminano insieme senza incontrarsi, in un governo delle identità parallele, che è un’altra espressione dell’indistinto italiano. Certo, sono le politiche che contano, e possono dare un nome alla cosa: ma lo possono fare più facilmente le ragioni ideali che stanno alla base di un’alleanza, legano le scelte politiche una all’altra e creano un blocco sociale di riferimento, che decide da che parte del mondo stare: esercitando la libertà di scegliere un futuro davanti alla tentazione ambigua dell’indistinto, soprattutto nel momento in cui è in gioco l’occasione straordinaria di ricostruire il Paese.