Poco alla volta la vecchia talpa della politica sta scavando nel terreno sempre più arido del populismo, guadagnando posizioni. Capita in un Paese distratto, con una propensione naturale a negare la realtà, fingendo di celebrare un Ferragosto normale ammassandosi in spiaggia e in discoteca senza mascherina, nonostante il virus sia in agguato sulle curve di crescita tornate inquietanti. Ma capita.
Forse proprio per questa ragione è stata scelta la metà di agosto per consumare in gran fretta nei meandri elettronici privati della piattaforma Rousseau non un qualunque referendum, ma una svolta radicale che sembra un voltafaccia: abolendo in un colpo solo il divieto per il Movimento di stringere accordi con i partiti tradizionali e (parzialmente) il vincolo dei due mandati per gli eletti grillini. Dal punto di vista delle regole generali siamo davanti ad una normalizzazione che rende il sistema più fluido. Dal punto di vista politico, invece, non t…
Forse proprio per questa ragione è stata scelta la metà di agosto per consumare in gran fretta nei meandri elettronici privati della piattaforma Rousseau non un qualunque referendum, ma una svolta radicale che sembra un voltafaccia: abolendo in un colpo solo il divieto per il Movimento di stringere accordi con i partiti tradizionali e (parzialmente) il vincolo dei due mandati per gli eletti grillini. Dal punto di vista delle regole generali siamo davanti ad una normalizzazione che rende il sistema più fluido. Dal punto di vista politico, invece, non t…
Poco alla volta la vecchia talpa della politica sta scavando nel terreno sempre più arido del populismo, guadagnando posizioni. Capita in un Paese distratto, con una propensione naturale a negare la realtà, fingendo di celebrare un Ferragosto normale ammassandosi in spiaggia e in discoteca senza mascherina, nonostante il virus sia in agguato sulle curve di crescita tornate inquietanti. Ma capita.
Forse proprio per questa ragione è stata scelta la metà di agosto per consumare in gran fretta nei meandri elettronici privati della piattaforma Rousseau non un qualunque referendum, ma una svolta radicale che sembra un voltafaccia: abolendo in un colpo solo il divieto per il Movimento di stringere accordi con i partiti tradizionali e (parzialmente) il vincolo dei due mandati per gli eletti grillini. Dal punto di vista delle regole generali siamo davanti ad una normalizzazione che rende il sistema più fluido. Dal punto di vista politico, invece, non tutto è chiaro e molto è ancora da capire, soprattutto se non ci si ferma ai risultati ma si cerca di rintracciare le ragioni che li hanno determinati. Proviamo a farlo.
Intanto i tempi. Il referendum cade dopo un anno di governo Cinquestelle-Pd, dunque a metà strada tra la necessità di giustificare il salto disinvolto — e mai spiegato — da Salvini a Zingaretti e l’opportunità di dare mano libera al Movimento nelle alleanze per le elezioni locali, assegnando all’intesa giallorossa un orizzonte strategico che fin qui è mancato e che potrebbe rafforzare il governo. La casualità di un incontro poteva bastare per l’avvio dell’avventura governativa, in opposizione ai “pieni poteri” pretesi da Salvini. Ma con ogni evidenza non poteva proiettarsi sull’intera legislatura, e forse nemmeno garantire il successo di un rimpasto per irrobustire l’esecutivo nella fase decisiva della ricostruzione, dopo l’emergenza Covid.
Dunque i grillini potranno cercare alleanze. Cade il velo della presunta diversità, quello che separava il Movimento dai partiti tradizionali, considerati un fascio indistinto utile per il rigattiere, da rifiutare in blocco, e da schernire in un reality show in streaming quando cercavano un dialogo. Certificato il declino nei consensi, si è ridimensionato anche il delirio di onnipotenza che sognava un populismo totalitario in grado di governare da solo, incontaminato nella sua alterità. In questo senso i Cinquestelle prendono semplicemente atto della realtà, anzi il simulacro della diversità viene rimosso in ritardo, perché era già stato abbattuto dalla concretezza dei fatti.
Ma un secondo velo, il più importante, attende ancora di cadere davanti alla pubblica opinione. È quello della natura ancora non risolta del Movimento, della sua identità indefinita, della sua scelta continuamente rinviata su quale parte del Paese vuole rappresentare, in quale lettura del mondo si riconosce. Su questo, silenzio. Si capisce che Grillo ha scelto da tempo una collocazione nel campo progressista e l’ha assegnata come meta al Movimento. L’autorità del fondatore non viene messa in discussione, ma viene interpretata da tutti secondo le convenienze di ognuno, in ordine sparso. Col risultato della confusione generale, dell’indeterminatezza costante, dell’identità ballerina, dell’ambiguità permanente. Come se al Movimento mancassero gli strumenti politici per dare un seguito sistematico all’intuizione del leader.
Così una parola chiara sul campo a cui si vuole appartenere manca ancora. E tutte le scelte, per conseguenza, diventano estemporanee, episodiche, disancorate da ragioni storiche e motivazioni ideali, quasi tutto fosse prassi. Infatti il referendum autorizza i Cinquestelle ad accordi con i partiti tradizionali: quali? Non c’è risposta oltre le mani libere, come se fosse indifferente. In questo modo, con una distanza rilevante rispetto alla spinta iniziale, l’unica cosa importante sembra ormai il potere, con gli alleati che possono cambiare a piacere purché il populismo grillino resti insediato al governo, garante di se stesso per l’eternità, senza un disegno politico generale fatto di progetti, valori, interessi legittimi.
Anche l’abolizione parziale del vincolo dei due mandati è stata spiegata senza spiegazione, con una tautologia: si cambia un principio fondante perché il Movimento evolve: d’accordo, ma in quale direzione? Cosa succede a questo punto della mistica dell’“uno-vale-uno” sbandierata per anni, delle nomine vagheggiate a sorteggio, del carisma generale del Movimento che soffia dove vuole, investendo i prescelti e trasformandoli con la sua grazia politica, indipendentemente dalle loro attitudini e dalla loro preparazione? Sarebbe comprensibile la svolta se si dicesse che dopo una prima esperienza di governo c’è bisogno di consolidare una classe dirigente, che non s’inventa con la bacchetta magica. Ma bisognerebbe ammettere che la competenza conta, che l’esperienza pesa, che la conoscenza aiuta, dopo aver sparso a piene mani diffidenza populista contro il sapere considerato appannaggio di casta, in un culto pagano e irresponsabile dell’ignoranza come patente di suprema innocenza.
Come si vede, fatte le scelte bisogna spiegarne le ragioni, per poterle spendere in politica. Tutto pare invece risolversi e riassumersi dentro quesiti procedurali, senza un dibattito pubblico aperto sulle questioni di merito, generali. Sembra quasi che il Movimento cerchi a tentoni, faticosamente, di rispondere alla domanda “con chi stai?” senza avere ancora risposto alla domanda fondamentale: “chi sei”? O che chieda agli iscritti un’autorizzazione a partire per un viaggio che non sa dove arriverà. Anche Rousseau ormai è uno strumento asfittico rispetto alle scelte che incombono e la sua confisca elettronica (e proprietaria) dei grandi temi ridotti alla semplificazione di un “sì” e un “no” imprigiona il Movimento: finendo per rinchiuderlo nella famosa scatoletta di tonno che la metafora fondativa voleva scardinare, rispetto alla contesa aperta dei grandi congressi di partito, cui si dovrà inevitabilmente ritornare, se questi primi segnali hanno un senso. Intanto, silenziosamente, la politica riprende spazio all’antipolitica: ancora una volta ben scavato, vecchia talpa.
Forse proprio per questa ragione è stata scelta la metà di agosto per consumare in gran fretta nei meandri elettronici privati della piattaforma Rousseau non un qualunque referendum, ma una svolta radicale che sembra un voltafaccia: abolendo in un colpo solo il divieto per il Movimento di stringere accordi con i partiti tradizionali e (parzialmente) il vincolo dei due mandati per gli eletti grillini. Dal punto di vista delle regole generali siamo davanti ad una normalizzazione che rende il sistema più fluido. Dal punto di vista politico, invece, non tutto è chiaro e molto è ancora da capire, soprattutto se non ci si ferma ai risultati ma si cerca di rintracciare le ragioni che li hanno determinati. Proviamo a farlo.
Intanto i tempi. Il referendum cade dopo un anno di governo Cinquestelle-Pd, dunque a metà strada tra la necessità di giustificare il salto disinvolto — e mai spiegato — da Salvini a Zingaretti e l’opportunità di dare mano libera al Movimento nelle alleanze per le elezioni locali, assegnando all’intesa giallorossa un orizzonte strategico che fin qui è mancato e che potrebbe rafforzare il governo. La casualità di un incontro poteva bastare per l’avvio dell’avventura governativa, in opposizione ai “pieni poteri” pretesi da Salvini. Ma con ogni evidenza non poteva proiettarsi sull’intera legislatura, e forse nemmeno garantire il successo di un rimpasto per irrobustire l’esecutivo nella fase decisiva della ricostruzione, dopo l’emergenza Covid.
Dunque i grillini potranno cercare alleanze. Cade il velo della presunta diversità, quello che separava il Movimento dai partiti tradizionali, considerati un fascio indistinto utile per il rigattiere, da rifiutare in blocco, e da schernire in un reality show in streaming quando cercavano un dialogo. Certificato il declino nei consensi, si è ridimensionato anche il delirio di onnipotenza che sognava un populismo totalitario in grado di governare da solo, incontaminato nella sua alterità. In questo senso i Cinquestelle prendono semplicemente atto della realtà, anzi il simulacro della diversità viene rimosso in ritardo, perché era già stato abbattuto dalla concretezza dei fatti.
Ma un secondo velo, il più importante, attende ancora di cadere davanti alla pubblica opinione. È quello della natura ancora non risolta del Movimento, della sua identità indefinita, della sua scelta continuamente rinviata su quale parte del Paese vuole rappresentare, in quale lettura del mondo si riconosce. Su questo, silenzio. Si capisce che Grillo ha scelto da tempo una collocazione nel campo progressista e l’ha assegnata come meta al Movimento. L’autorità del fondatore non viene messa in discussione, ma viene interpretata da tutti secondo le convenienze di ognuno, in ordine sparso. Col risultato della confusione generale, dell’indeterminatezza costante, dell’identità ballerina, dell’ambiguità permanente. Come se al Movimento mancassero gli strumenti politici per dare un seguito sistematico all’intuizione del leader.
Così una parola chiara sul campo a cui si vuole appartenere manca ancora. E tutte le scelte, per conseguenza, diventano estemporanee, episodiche, disancorate da ragioni storiche e motivazioni ideali, quasi tutto fosse prassi. Infatti il referendum autorizza i Cinquestelle ad accordi con i partiti tradizionali: quali? Non c’è risposta oltre le mani libere, come se fosse indifferente. In questo modo, con una distanza rilevante rispetto alla spinta iniziale, l’unica cosa importante sembra ormai il potere, con gli alleati che possono cambiare a piacere purché il populismo grillino resti insediato al governo, garante di se stesso per l’eternità, senza un disegno politico generale fatto di progetti, valori, interessi legittimi.
Anche l’abolizione parziale del vincolo dei due mandati è stata spiegata senza spiegazione, con una tautologia: si cambia un principio fondante perché il Movimento evolve: d’accordo, ma in quale direzione? Cosa succede a questo punto della mistica dell’“uno-vale-uno” sbandierata per anni, delle nomine vagheggiate a sorteggio, del carisma generale del Movimento che soffia dove vuole, investendo i prescelti e trasformandoli con la sua grazia politica, indipendentemente dalle loro attitudini e dalla loro preparazione? Sarebbe comprensibile la svolta se si dicesse che dopo una prima esperienza di governo c’è bisogno di consolidare una classe dirigente, che non s’inventa con la bacchetta magica. Ma bisognerebbe ammettere che la competenza conta, che l’esperienza pesa, che la conoscenza aiuta, dopo aver sparso a piene mani diffidenza populista contro il sapere considerato appannaggio di casta, in un culto pagano e irresponsabile dell’ignoranza come patente di suprema innocenza.
Come si vede, fatte le scelte bisogna spiegarne le ragioni, per poterle spendere in politica. Tutto pare invece risolversi e riassumersi dentro quesiti procedurali, senza un dibattito pubblico aperto sulle questioni di merito, generali. Sembra quasi che il Movimento cerchi a tentoni, faticosamente, di rispondere alla domanda “con chi stai?” senza avere ancora risposto alla domanda fondamentale: “chi sei”? O che chieda agli iscritti un’autorizzazione a partire per un viaggio che non sa dove arriverà. Anche Rousseau ormai è uno strumento asfittico rispetto alle scelte che incombono e la sua confisca elettronica (e proprietaria) dei grandi temi ridotti alla semplificazione di un “sì” e un “no” imprigiona il Movimento: finendo per rinchiuderlo nella famosa scatoletta di tonno che la metafora fondativa voleva scardinare, rispetto alla contesa aperta dei grandi congressi di partito, cui si dovrà inevitabilmente ritornare, se questi primi segnali hanno un senso. Intanto, silenziosamente, la politica riprende spazio all’antipolitica: ancora una volta ben scavato, vecchia talpa.