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(ansa)

Se il potere degli autocrati avvelena le democrazie

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L'Occidente davanti ai dispotismi
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Oltre agli interessi, ci sono ancora dei valori che guidano la politica nell'età del disincanto che stiamo vivendo? È la grande questione che abbiamo davanti e a cui non sappiamo rispondere: o forse pensiamo di poterne fare a meno. Ma la realtà sfida il cinismo e l'egoismo mettendo in fila giorno dopo giorno casi di prevaricazione violenta e criminale da parte di Paesi che pure si richiamano allo stato di diritto: e ripropone testardamente la domanda, rendendola ormai ineludibile. Come se il potere avesse deciso ovunque di liberarsi anche dell'ultimo pudore pseudo-democratico, mostrandosi nudo nella sua sostanza sovrana minacciosa, perché fatta soltanto di forza cieca, abuso permanente, violenza di Stato.
Vediamo gli ultimi esempi. In Russia il principale leader dell'opposizione viene avvelenato in un aeroporto del suo Paese con un agente nervino, la stessa arma chimica militare - il Novichok - già usata in due precedenti omicidi. In …
Oltre agli interessi, ci sono ancora dei valori che guidano la politica nell'età del disincanto che stiamo vivendo? È la grande questione che abbiamo davanti e a cui non sappiamo rispondere: o forse pensiamo di poterne fare a meno. Ma la realtà sfida il cinismo e l'egoismo mettendo in fila giorno dopo giorno casi di prevaricazione violenta e criminale da parte di Paesi che pure si richiamano allo stato di diritto: e ripropone testardamente la domanda, rendendola ormai ineludibile. Come se il potere avesse deciso ovunque di liberarsi anche dell'ultimo pudore pseudo-democratico, mostrandosi nudo nella sua sostanza sovrana minacciosa, perché fatta soltanto di forza cieca, abuso permanente, violenza di Stato.
Vediamo gli ultimi esempi. In Russia il principale leader dell'opposizione viene avvelenato in un aeroporto del suo Paese con un agente nervino, la stessa arma chimica militare - il Novichok - già usata in due precedenti omicidi. In Bielorussia i risultati elettorali vengono falsificati dal potere in carica, che dopo essersi assegnato l'80,23 per cento dei consensi reagisce alle proteste della popolazione ricorrendo alla violenza di polizia con un morto, decine di feriti, centinaia di arresti. In Turchia è appena morta in carcere l'avvocatessa Ebru Timtik, attivista dei diritti umani, dopo 238 giorni di uno sciopero della fame che l'aveva ridotta a 30 chili di peso, per chiedere un giusto processo dopo la farsa di Stato che l'aveva condannata a 13 anni di galera con l'accusa di terrorismo.

È evidente che nei tre Paesi si è superata la soglia che mascherava il dispotismo di regime, perché il potere a diverse latitudini ritiene ormai di poter mostrare il suo vero volto senza conseguenze né interne né internazionali, gettando appunto la maschera perché oggi i tempi sono propizi, e nel mondo è successo qualcosa che lo consente. Quel qualcosa, con ogni evidenza, è il doppio indebolimento dell'Occidente e della democrazia come sua ragion d'essere, sua natura politica, sua visione culturale. Le due fragilità sono infatti collegate, e i nuovi despoti lo hanno immediatamente capito, senza perdere tempo.

Ricucita la frattura del secolo che attraversava l'Europa, caduto il Muro di Berlino, sembravano impallidire anche i concetti di Est e Ovest, su cui si era fondato tutto il dopoguerra. L'alleanza militare della Nato doveva a quel punto aprirsi in un'alleanza cultural-politica, mantenendo vivo e vitale (anche dopo che era venuto meno con l'Urss il suo "nemico ereditario") il concetto di Occidente: trasformato in tempi di pace, dopo la lunga stagione della guerra fredda, nella testimonianza della democrazia dei diritti e della democrazia delle istituzioni, veicolo e garanzia di pace e progresso. Tutto questo non è accaduto.

L'Europa non è diventata un soggetto capace di spendere la sua moneta unica nelle grandi crisi del mondo, anzi si è divisa, rimanendo nana. E intanto il frutto malato della "America first" e dell'isolazionismo trumpiano ha portato al logoramento del rapporto atlantico tra Stati Uniti ed Europa, e al venir meno della consapevolezza di quella comunità di destino che nel corso del Novecento aveva saputo opporsi ai due totalitarismi e vincere la sfida: col risultato di ridurre oggi anche la visione americana a pura forza separata, solitaria.
Tutto questo ha liberato l'istinto autoritario che covava nelle spire delle "democrature", quei sistemi che si avvalgono di una forma superficiale democratica ridotta a pura procedura rituale, attorno a un nucleo di sostanza intollerante, prevaricatrice, dispotica. In questo equilibrio contraddittorio e perciò instabile, era chiaro che il nucleo violento avrebbe prima o poi spezzato la fragilità del guscio regolatore democratico. Il leader del Paese più potente tra i neo-autoritari, Vladimir Putin, si era anche incaricato di fissare la nuova dottrina, separando per la prima volta concettualmente la democrazia dal liberalismo, perché la cultura liberale a suo giudizio è ormai diventata obsoleta e inefficiente, dunque se ne può fare a meno, liberando tutta la potenza del potere sovrano senza più i condizionamenti e i vincoli dei controlli, dei contrappesi e del bilanciamento dei poteri concorrenti: dalla Corte Costituzionale alla magistratura, ai parlamenti, all'informazione libera e indipendente.
Ora, inevitabilmente, ci siamo: quella teoria della post-democrazia diventa realtà.

Il risultato è innanzitutto il pugno di ferro all'interno dei Paesi, schiacciando le opposizioni e anche le contestazioni prima che prendano una fisionomia e una consistenza pericolosa, mettendo fisicamente fuori gioco gli avversari con la repressione, con impedimenti elettorali, con arresti arbitrari. Proprio l'arbitrio diventa un'arma tipica dell'autoritarismo, perché rivela la piena discrezionalità del potere, la mancanza del limite dunque l'onnipotenza che decide soltanto in base alla propria convenienza, incurante dei diritti dei cittadini e dei vincoli di legge: nonostante le Costituzioni riconoscano "i diritti e le libertà dell'uomo, la pace civile e la concordia" in Russia, "onorando la memoria degli avi che ci hanno trasmesso l'amore e il rispetto per la patria, la fiducia nel bene e nella giustizia"; stabiliscano in Bielorussia che "lo Stato democratico è basato sulla supremazia della legge"; dispongano in Turchia che ogni cittadino "nasce e vive libero", perché la libertà è un "diritto naturale" e "la vita, i beni, l'onore, il domicilio sono inviolabili".

Il pugno di ferro contro gli oppositori è dunque un sopruso fuorilegge, palesemente dispotico e proprio per questo sovraccarico di potestà impropria esibito come un monito, in un'ostensione della forza abusiva su cui si fonda il nuovo potere. Mancava soltanto un punto: la proiezione esterna di questo sopruso. È arrivata con le minacce internazionali di un intervento russo "se l'Europa non sta lontana dalla Bielorussia", con le manovre di Erdogan coi tank al confine greco nella contesa sul Mediterraneo, "perché la Turchia ha la forza per cancellare le mappe imposte ingiustamente da altri". È la vocazione imperiale che riemerge nei dispotismi, fino a rimettere in discussione il disegno del mondo tracciato a Yalta.

Ecco perché l'Occidente e l'Europa dovrebbero riprendere coscienza di se stessi davanti alla violazione clamorosa del diritto, dei diritti umani e delle libertà dei moderni autocrati, risvegliando le opinioni pubbliche anestetizzate dalla crisi e dal Covid, e restituendo una morale alla politica estera. Se sanno ancora farlo. Henry Kissinger riconosceva che "la sicurezza senza valori è come una nave senza timone". Ma subito dopo aggiungeva: "I valori senza sicurezza sono come un timone senza nave".