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(ansa)

Inchieste Lega, perché Salvini non può tacere

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Sono troppi gli episodi oscuri per consentire al segretario di proseguire con il silenzio, la banalizzazione e l'indifferenza spacciate come prove di sicurezza, mentre invece sono una costante via di fuga dalla responsabilità di rispondere ai cittadini  nel merito dei problemi, dei dubbi e dei sospetti che un leader non dovrebbe tollerare in democrazia
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Sono ormai frequenti gli scandali a sfondo finanziario che coinvolgono la Lega e sollevano interrogativi nell'opinione pubblica. Sono molti i personaggi coinvolti nelle indagini della magistratura, spesso vicini al Capitano, con incarichi a vario titolo fiduciari. E sono infine troppi gli episodi oscuri legati a queste vicende per consentire a Matteo Salvini di proseguire con il silenzio, la banalizzazione e l'indifferenza spacciate come prove di sicurezza davanti a queste ipotesi criminali: mentre invece sono semplicemente una costante via di fuga dalla responsabilità di rispondere ai cittadini - e prima di tutto all'universo leghista - nel merito dei problemi, dei dubbi e dei sospetti che un leader non dovrebbe tollerare in democrazia.

In realtà attorno a Salvini si stanno aggrovigliando alcuni nodi che non ha saputo sciogliere negli anni della leadership incontrastata e della crescita del consenso. Prima fra tutti, l'immagine "barbarica" del…
Sono ormai frequenti gli scandali a sfondo finanziario che coinvolgono la Lega e sollevano interrogativi nell'opinione pubblica. Sono molti i personaggi coinvolti nelle indagini della magistratura, spesso vicini al Capitano, con incarichi a vario titolo fiduciari. E sono infine troppi gli episodi oscuri legati a queste vicende per consentire a Matteo Salvini di proseguire con il silenzio, la banalizzazione e l'indifferenza spacciate come prove di sicurezza davanti a queste ipotesi criminali: mentre invece sono semplicemente una costante via di fuga dalla responsabilità di rispondere ai cittadini - e prima di tutto all'universo leghista - nel merito dei problemi, dei dubbi e dei sospetti che un leader non dovrebbe tollerare in democrazia.

In realtà attorno a Salvini si stanno aggrovigliando alcuni nodi che non ha saputo sciogliere negli anni della leadership incontrastata e della crescita del consenso. Prima fra tutti, l'immagine "barbarica" della Lega custodita fin qui secondo il mito delle origini, quando lo stile, la selezione, il linguaggio, i riferimenti culturali e gli interessi materiali rappresentati da Bossi erano apertamente alternativi a "Roma ladrona" e ai suoi riti politici: dove sono oggi i "ladroni"? Bossi fu catturato da Berlusconi, omologato, neutralizzato e infine svuotato nel significato politico e di conseguenza nel consenso. Salvini ha completato la metamorfosi della Lega da movimento a partito, mentre la dirottava col sovranismo nazionalista su posizioni di destra estrema in Italia e in Europa, addirittura con la continua suggestione di echi post-fascisti, prima suggeriti, poi affacciati, ormai esibiti. Dei barbari, resiste soltanto il linguaggio della forza e della ferocia con i più deboli, i senza rappresentanza che si possono facilmente buttare a mare, anche se l'assedio concreto del Covid ha dissolto l'assedio fantasmatico dell'"invasione" dei migranti, lasciando il Capitano senza più voce, ma in compagnia di Orbán e Le Pen. Con una dissociazione esplicita tra il sentimento ideologico della Patria, crescente, e il senso dello Stato, declinante.

Radunando la rabbia e il risentimento che la crisi ha sparso nel Paese, Salvini ha creduto di poter sostituire i progetti con gli istinti e i programmi con le paure, col risultato che la Lega ha un efficace manifesto di propaganda ma non ha un programma di governo, ed è sguarnita persino davanti all'alleanza-concorrenza di Giorgia Meloni, che riesce più facilmente a impersonare il mix tra la tradizione della destra nazionale e la novità del populismo radicale. Nello stesso tempo il leader della Lega non ha saputo costruire (in un partito che è ormai il più vecchio tra quelli presenti in Parlamento) una classe dirigente plurale, articolata, coesa, capace di avere un ruolo collettivo concreto e visibile davanti al Paese. Anzi, le personalità più robuste sono state messe su un binario morto (Maroni, oggi ripescato) o locale (Zaia, che ha sviluppato un'autonoma capacità di governo e di leadership), o arrugginito (Giorgetti, portatore di un disegno politico-istituzionale indipendente, dunque non gradito).

Questo schema solitario è funzionale all'investitura perenne del leader, ormai qualcosa più di un segretario, con la biografia personale che deve coincidere con il destino finale del movimento, come ricorda il simbolo leghista oggi incatenato al giuramento "per Salvini premier". Il personalismo leaderistico è un ingrediente naturale del populismo in tutte le sue declinazioni, a destra e a sinistra. Ma poiché non si può vivere in un'eterna campagna elettorale, la continua rincorsa a se stesso vittorioso consuma il Capitano in una sfida perenne, che ha bisogno di trovare uno sbocco: e intanto costringe tutta la Lega a parlare con la voce solitaria del suo segretario, senza modulazioni di frequenza, senza valorizzare esperienze, competenze, percorsi. La politica si riduce alla promessa della vittoria, continuamente rinnovata. In questa riduzione e con questa fretta, il Capitano non si accorge di rinunciare all'operazione più ambiziosa, fallita anche da Berlusconi: dare un moderno fondamento culturale ad un campo di destra dove convivono tre identità diverse tutte incapaci di egemonia (sostituita dai rapporti di forza), dunque costantemente guardinghe in un'alleanza sospettosa.

È in questo quadro nello stesso tempo eccitato e infragilito che precipita adesso l'ultimo scandalo con l'indagine dei magistrati sugli 800 mila euro erogati dalla Lombardia Film Commission per la nuova sede, e poi finiti su conti privati. Si aggiunge ai 49 milioni di contributi elettorali incassati negli anni 2008-2010 e quindi scomparsi; all'inchiesta di Bergamo sui presunti bonifici illeciti arrivati da imprenditori ad associazioni vicine al partito; agli accertamenti della Procura di Milano sull'ipotesi di una maxi tangente da 65 milioni di dollari destinata alla Lega, in uno scambio sussurrato e intercettato all'hotel Metropol di Mosca, con uomini legati a Salvini pronti a svendere la sventurata politica estera italiana in cambio della percentuale petrolifera russa.

Cosa significa questa continua presenza di personaggi salviniani su ogni bordo di qualsiasi scandalo finanziario? A cosa serve questa insistente provvista di denaro e a chi fa riferimento? Se questi reati sono veri, cos'ha dato la Lega in cambio ai suoi interlocutori? È possibile che tutte queste persone coinvolte negli scandali si muovessero all'insaputa di Salvini, pur essendo legate a lui? E in buona sostanza, con questo intreccio di interessi oscuri, la politica della Lega oggi è libera o è vincolata? Il "contratto" del Metropol svela un legame degli uomini più prossimi al segretario con il Cremlino e i suoi obiettivi geopolitici: il Capo della Lega dovrebbe dunque spiegare, possibilmente alle Camere, quali sono gli interessi, gli accordi e i partner internazionali suoi e del suo movimento, per consentirci di capire se l'Italia rischia di cambiare campo e valori di riferimento per un interesse privato inconfessabile.

Ecco perché il Capitano non può più tacere. Probabilmente pensa che un successo elettorale nelle Regionali potrebbe risolvere tutto, cancellando le domande e sigillando il suo ruolo di comando e la sua autorità, e confida che la vittoria sia più veloce della verità e la renda inutile, annullandola. Ma neppure un capopartito populista può vivere col dubbio accanto, se quel dubbio riguarda la natura ultima del suo movimento e della sua leadership. Anche se vincesse, Salvini avrebbe il dovere di chiarire il codice segreto del suo cerchio ristretto, il mandato dei suoi collaboratori, le collusioni con gli scandali, l'ambiguità di una doppia politica estera: una ufficiale, occidentale e atlantica, l'altra sotterranea, orientale, filorussa. Un doppio binario che non può reggere.

Un leader che non ha nulla da nascondere ha tutto l'interesse a chiarire. E i cittadini hanno interesse a capire tutto: persino perché venerdì scorso sui manifesti che a Napoli annunciavano il comizio di Salvini in piazza Matteotti, è ricomparso in alternativa il nome di "piazza della Posta", recuperato per l'occasione dalla toponomastica fascista. Un ex ministro della Repubblica democratica, aspirante premier, ha il dovere di dire cosa lo imbarazza nel nome di Giacomo Matteotti, invece di flirtare con le memorie del Ventennio. Ecco perché l'ultima domanda è semplice e obbligata: siamo dunque a questo punto?