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Ue, se torna la parola umanità

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Ursula von der Leyen ha compiuto un primo passo con il discorso sullo Stato dell’Unione, cercando di dare una sostanza politica agli aiuti straordinari del Recovery Fund, trasformandoli da strumenti di finanziamento in strumenti di governo. Se alle parole seguiranno i fatti, non è un cambiamento da poco
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Come tutte le grandi crisi il virus della pandemia è un'occasione di cambiamento, che possiamo subire o governare. Vale per i Paesi, naturalmente, ma vale anche per l'Unione Europea, soprattutto davanti all'evidenza di un attacco che riguarda la dimensione universale del pianeta e l'insieme del genere umano. La sfida che è in corso ci ha già fatto capire l'urgenza di correggere, potenziare e migliorare un sistema sanitario che credevamo all'avanguardia, di difendere il welfare che è nato qui, di sostenere il lavoro inabissato dal lockdown, di aiutare la produzione a ripartire mentre i consumi sono fermi per le paure e le incertezze della fase, di sperimentare cure e vaccini che contrastino e sconfiggano l'infezione. È evidente che una partita di questo genere non si può giocare su scala nazionale, per un problema economico, di mezzi, ma anche per un problema politico, di civiltà.

Se l'uscita dall'eme…
Come tutte le grandi crisi il virus della pandemia è un'occasione di cambiamento, che possiamo subire o governare. Vale per i Paesi, naturalmente, ma vale anche per l'Unione Europea, soprattutto davanti all'evidenza di un attacco che riguarda la dimensione universale del pianeta e l'insieme del genere umano. La sfida che è in corso ci ha già fatto capire l'urgenza di correggere, potenziare e migliorare un sistema sanitario che credevamo all'avanguardia, di difendere il welfare che è nato qui, di sostenere il lavoro inabissato dal lockdown, di aiutare la produzione a ripartire mentre i consumi sono fermi per le paure e le incertezze della fase, di sperimentare cure e vaccini che contrastino e sconfiggano l'infezione. È evidente che una partita di questo genere non si può giocare su scala nazionale, per un problema economico, di mezzi, ma anche per un problema politico, di civiltà.

Se l'uscita dall'emergenza infatti passa attraverso una trasformazione del nostro modo di vivere, del meccanismo sociale, degli obiettivi e delle priorità, per non sprecare l'occasione è necessario che l'Europa prenda in mano il suo destino, governando il cambiamento secondo un progetto comune che rispetti l'ancoraggio democratico di questa parte del mondo nel momento in cui la politica deve agire in condizioni di necessità e la sicurezza può sembrare più importante della libertà.

L'Europa dunque come futuro, se è capace di liberarsi della dimensione burocratica che l'ha trasformata in un sistema di vincoli, di cui il cittadino spesso non è più in grado di riconoscere la legittimità: per diventare finalmente un soggetto politico capace di infondere un'autorità alla sua moneta, e quindi di spenderla nelle grandi crisi del mondo, interne e internazionali. Ieri la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha compiuto un primo passo in questa direzione con il discorso sullo Stato dell'Unione, cercando appunto di dare una sostanza politica agli aiuti straordinari del Recovery Fund, trasformandoli da strumenti di finanziamento in strumenti di governo. Se alle parole seguiranno i fatti, non è un cambiamento da poco.

Il disegno è quello di un continente verde, digitale, solidale, attento al sociale e alla salute, e finalmente consapevole di essere la patria dei diritti. Tutto questo comporta evidentemente dei vincoli e legittima delle ambizioni. Partendo prima di tutto dalla protezione della vita, minacciata dal virus che non sta perdendo forza, e potrebbe ancora sfuggire al controllo. Inevitabilmente questa vulnerabilità rende i cittadini fragili perché insicuri. Da qui la proposta di costruire "un'Unione della sanità", rivedendo le competenze che oggi sono nazionali, rafforzando le agenzie per il controllo delle malattie e dei farmaci, costruendo un'agenzia per la ricerca biomedica, convocando un vertice mondiale sulla salute in Italia e avvertendo che non basta trovare un vaccino, ma bisogna garantirne l'accesso ai cittadini di tutto il mondo, perché "il nazionalismo dei vaccini mette a rischio le vite".

La seconda urgenza è quella di governare i flussi migratori, con una responsabilità finalmente comune di fronte ai due milioni di esseri umani che arrivano in Europa ogni anno. Un'Unione che introduce elementi di mutualità persino sul debito, non può infatti rimanere sorda sul tema delle frontiere interessate all'immigrazione, e risolvere il problema nell'egoismo dei Paesi più lontani dal Mediterraneo, pronti a scaricare tutto il peso politico, sociale e morale del carico umano nei barconi sui Paesi del Sud, direttamente investiti. Dunque la Commissione abolirà il regolamento di Dublino, ha annunciato von der Leyen, e la prossima settimana proporrà una nuova governance europea per la gestione delle migrazioni, con una struttura comune degli asili e dei rimpatri, e un meccanismo di solidarietà "molto forte e incisivo".

Colmato questo ritardo, può prendere forma il profilo della nuova Europa. Il primo punto è il Green Deal, che impegnando il 37 per cento dei 750 miliardi del Fondo di Ricostruzione in politiche verdi, vuole cambiare il rapporto tra il cittadino e la natura per costruire il primo continente climaticamente neutro, attraverso una riduzione del 55 per cento delle emissioni entro il 2030, la realizzazione di un milione di punti di ricarica elettrica e la formazione di nuove "valli europee dell'idrogeno" per modernizzare le imprese, alimentare i veicoli e rilanciare le aree agricole. Un altro 20 per cento degli interventi straordinari andrà alla trasformazione digitale, per collegare quel 40 per cento delle popolazioni rurali che non ha ancora accesso alla banda larga, costruire un super-computer di concezione e realizzazione europea, stoccare e custodire qui i nostri dati riparandoli dal controllo di Paesi stranieri, in modo che l'Europa possa gestire in prima persona il suo futuro.

Questa nuova soggettività comporta un ruolo internazionale, tutto da costruire. Von der Leyen, sulla scia di Angela Merkel, ha delineato un'Europa che si distingue da Trump rilanciando il multilateralismo, appoggiando la riforma del Wto e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, ma rilanciando con qualunque prossimo inquilino della Casa Bianca l'alleanza transatlantica basata su "storia e valori comuni e su un legame indissolubile". Sono questi valori che portano necessariamente l'Europa a schierarsi col popolo della Bielorussia contro gli abusi "vergognosi" del potere, a ammonire la Turchia a non innescare un'escalation nel Mediterraneo, a ricordare a Boris Johnson che l'Ue non farà mai marcia indietro sull'accordo Brexit, e che quell'accordo non si può cambiare unilateralmente, a inviare a Putin il messaggio che nessun calcolo economico, "nessun gasdotto" può cambiare il giudizio europeo sul caso Navalny, a definire la Cina un partner negoziale, un concorrente economico, un rivale sistemico.

Perché l'Europa è anche la terra dei diritti. Nel piano della nuova Ue il welfare sembra quasi entrare nella costituzione, con la possibilità per tutti di accedere al salario minimo, perché "è arrivato il momento che il lavoro venga pagato in modo equo", proprio mentre la crisi evidenzia i limiti di un modello "che ha privilegiato la ricchezza sul benessere". E c'è l'impegno per una Unione antirazzista che chiederà di allungare la lista dei crimini di incitamento all'odio razziale, di genere, di orientamento sessuale, mentre ricorda ai Paesi del gruppo di Visegrad che i fondi del Recovery dovranno accompagnarsi a precise garanzie sullo Stato di diritto.

La cornice è fissata. Sta ora ai governi nazionali presentare i progetti di investimento per l'intervento europeo, in modo coerente. L'Italia è in ritardo, deve evitare rattoppi, spese clientelari, cambiali elettorali, favori municipali per indicare alla Ue e al Paese un orizzonte di ricostruzione: non solo per uscire dalla crisi, ma per entrare nel nuovo mondo che l'Europa sta disegnando.