La lezione dell’Estremo Oriente per convivere con il Covid 19
di Maurizio Molinari , di Maurizio MolinariCorea del Sud, Singapore, Taiwan e Cina sono i Paesi che hanno reagito meglio alla pandemia grazie alle esperienze maturate contro i precedenti virus Sars e Mers
In attesa di sapere quando avremo il vaccino l’unica alternativa è convivere con il Covid 19 e questo significa adattare le nostre vite alla perdurante minaccia del virus come stanno facendo più nazioni dell’Estremo Oriente.
Se guardiamo a quanto avvenuto dall’inizio di questo secolo abbiamo già adattato le nostre vite a due diversi tipi di minacce collettive senza precedenti: dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 abbiamo cambiato il nostro modo di viaggiare, portare zaini e identificare sospetti per ostacolare i jihadisti così come dopo la crisi finanziaria dell’autunno 2008 le maggiori economie hanno varato nuove regole per tutelare azionisti e correntisti, obbligando le banche ad operare in maniera più trasparente. Adesso la pandemia del Covid 19 pone una terza e più temibile sfida perché la minaccia investe la salute di ognuno a causa di un virus invisibile.
Ma se facciamo attenzione a…
Se guardiamo a quanto avvenuto dall’inizio di questo secolo abbiamo già adattato le nostre vite a due diversi tipi di minacce collettive senza precedenti: dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 abbiamo cambiato il nostro modo di viaggiare, portare zaini e identificare sospetti per ostacolare i jihadisti così come dopo la crisi finanziaria dell’autunno 2008 le maggiori economie hanno varato nuove regole per tutelare azionisti e correntisti, obbligando le banche ad operare in maniera più trasparente. Adesso la pandemia del Covid 19 pone una terza e più temibile sfida perché la minaccia investe la salute di ognuno a causa di un virus invisibile.
Ma se facciamo attenzione a…
In attesa di sapere quando avremo il vaccino l’unica alternativa è convivere con il Covid 19 e questo significa adattare le nostre vite alla perdurante minaccia del virus come stanno facendo più nazioni dell’Estremo Oriente.
Se guardiamo a quanto avvenuto dall’inizio di questo secolo abbiamo già adattato le nostre vite a due diversi tipi di minacce collettive senza precedenti: dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 abbiamo cambiato il nostro modo di viaggiare, portare zaini e identificare sospetti per ostacolare i jihadisti così come dopo la crisi finanziaria dell’autunno 2008 le maggiori economie hanno varato nuove regole per tutelare azionisti e correntisti, obbligando le banche ad operare in maniera più trasparente. Adesso la pandemia del Covid 19 pone una terza e più temibile sfida perché la minaccia investe la salute di ognuno a causa di un virus invisibile.
Ma se facciamo attenzione ai dati ci accorgiamo che il processo di adattamento collettivo è in corso: i dati del Fmi suggeriscono che dopo il brusco rallentamento del 2020 avremo una ripresa nel 2021 a dimostrazione della flessibilità dei settori produttivi e il numero delle vittime causate dai nuovi contagi è in calo perché disponiamo di terapie capaci di fronteggiare il virus assai meglio rispetto a sette mesi fa.
Resta però un vulnus significativo: il numero dei contagi perché aumenta a vista d’occhio mettendo sotto forte pressione gli ospedali e mettendo a rischio la ripresa dell’economia.
In Europa questo è particolarmente vero in Francia, Spagna, Gran Bretagna ed ora anche nel nostro Paese. L’interrogativo posto dalla seconda ondata del Covid 19 è dunque come gestire ed arginare l’impennata dei contagi nella maniera più efficiente, adattando il nostro sistema di vita alla minaccia pandemica e limitando al massimo le conseguenze negative.
Per cercare la risposta migliore bisogna guardare all’Estremo Oriente perché è qui che si trovano le nazioni che hanno reagito finora meglio all’impatto del Covid 19 grazie alle esperienze maturate contro i precedenti virus Sars e Mers. La Corea del Sud con oltre 50 milioni di abitanti e 25 mila contagi è un esempio di successo nel contenimento della pandemia che si spiega con le lezioni apprese dalla lotta alla Sars: obbligo di mascherina, rispetto della distanza sociale, centri di test separati dalle strutture sanitarie, quarantene dei contagiati in località designate e massiccio impiego delle tecnologie digitali per tracciare ogni contagiato ed i suoi movimenti. Come spiega Tony Blakely, docente alla “School of Population and Global Health” di Melbourne in Australia, «la tecnologia sudcoreana prevede il riconoscimento facciale per tracciare i contagiati» con una tecnica talmente sofisticata da riuscire adesso ad operare «anche in presenza di mascherine».
A Singapore, circa 60 mila contagiati, ben 2,4 milioni di abitanti su un totale di 5,6 milioni hanno scaricato la app per il tracciamento elettronico dimostrando un elevato tasso di partecipazione alla sicurezza collettiva. Per un recente studio dell’Università di Cambridge il modello più efficiente di contenimento viene invece da Taiwan — 24 milioni di abitanti, 535 contagiati e solo 7 vittime — grazie ad un «metodo aggressivo di test, isolamento dei contagiati, tracciamento elettronico, mascherine e distanza sociale». E in Cina, da dove il Covid 19 è partito, la sorveglianza elettronica è la più estesa e sofisticata del Pianeta basandosi su un codice a semaforo — rosso, giallo e verde — assegnato ad ogni abitante: è sulla base del colore che si riceve uno “status” in forza del quale ci si muove durante il giorno. Il tutto grazie ad una rete nazionale delle telecomunicazioni con i dati aggiornati sugli spostamenti di ogni cliente negli ultimi 15 giorni. Pechino inoltre ha sviluppato una capacità logistica che le permette in situazioni di emergenza, come quella appena verificatasi a Qingdao, di effettuare in pochi giorni i tamponi a tutti i quasi 6 milioni di abitanti dopo aver verificato 12 casi di virus — di cui la metà asintomatici — in un singolo ospedale cittadino.
L’epidemiologo americano Gary Slutkin, veterano dell’Organizzazione mondiale della Sanità, ritiene che i risultati di Corea del Sud, Singapore, Taiwan e Cina siano «frutto delle esperienze maturate durante la pandemia Sars del 2003 e Mers del 2015» che hanno portato ad avere strutture efficienti per eseguire tamponi e test veloci in grande quantità come anche a disporre di tecnologia avanzata per il tracciamento elettronico, oltre naturalmente ad un vasto consenso sociale sul rispetto di tali procedure come anche sull’obbligo di mascherine e distanze sociali.
Insomma, la seconda ondata del Covid 19 impone agli europei — e agli italiani — di seguire l’esempio dell’Estremo Oriente nel dotarsi di logistica e tecnologia che consentono di gestire nel lungo termine un numero alto di contagiati senza nuocere troppo al sistema economico nazionale. Adattandosi alla pandemia, anche perché non sappiamo quanto durerà quella presente e non possiamo escluderne altre in futuro.
Se guardiamo a quanto avvenuto dall’inizio di questo secolo abbiamo già adattato le nostre vite a due diversi tipi di minacce collettive senza precedenti: dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 abbiamo cambiato il nostro modo di viaggiare, portare zaini e identificare sospetti per ostacolare i jihadisti così come dopo la crisi finanziaria dell’autunno 2008 le maggiori economie hanno varato nuove regole per tutelare azionisti e correntisti, obbligando le banche ad operare in maniera più trasparente. Adesso la pandemia del Covid 19 pone una terza e più temibile sfida perché la minaccia investe la salute di ognuno a causa di un virus invisibile.
Ma se facciamo attenzione ai dati ci accorgiamo che il processo di adattamento collettivo è in corso: i dati del Fmi suggeriscono che dopo il brusco rallentamento del 2020 avremo una ripresa nel 2021 a dimostrazione della flessibilità dei settori produttivi e il numero delle vittime causate dai nuovi contagi è in calo perché disponiamo di terapie capaci di fronteggiare il virus assai meglio rispetto a sette mesi fa.
Resta però un vulnus significativo: il numero dei contagi perché aumenta a vista d’occhio mettendo sotto forte pressione gli ospedali e mettendo a rischio la ripresa dell’economia.
In Europa questo è particolarmente vero in Francia, Spagna, Gran Bretagna ed ora anche nel nostro Paese. L’interrogativo posto dalla seconda ondata del Covid 19 è dunque come gestire ed arginare l’impennata dei contagi nella maniera più efficiente, adattando il nostro sistema di vita alla minaccia pandemica e limitando al massimo le conseguenze negative.
Per cercare la risposta migliore bisogna guardare all’Estremo Oriente perché è qui che si trovano le nazioni che hanno reagito finora meglio all’impatto del Covid 19 grazie alle esperienze maturate contro i precedenti virus Sars e Mers. La Corea del Sud con oltre 50 milioni di abitanti e 25 mila contagi è un esempio di successo nel contenimento della pandemia che si spiega con le lezioni apprese dalla lotta alla Sars: obbligo di mascherina, rispetto della distanza sociale, centri di test separati dalle strutture sanitarie, quarantene dei contagiati in località designate e massiccio impiego delle tecnologie digitali per tracciare ogni contagiato ed i suoi movimenti. Come spiega Tony Blakely, docente alla “School of Population and Global Health” di Melbourne in Australia, «la tecnologia sudcoreana prevede il riconoscimento facciale per tracciare i contagiati» con una tecnica talmente sofisticata da riuscire adesso ad operare «anche in presenza di mascherine».
A Singapore, circa 60 mila contagiati, ben 2,4 milioni di abitanti su un totale di 5,6 milioni hanno scaricato la app per il tracciamento elettronico dimostrando un elevato tasso di partecipazione alla sicurezza collettiva. Per un recente studio dell’Università di Cambridge il modello più efficiente di contenimento viene invece da Taiwan — 24 milioni di abitanti, 535 contagiati e solo 7 vittime — grazie ad un «metodo aggressivo di test, isolamento dei contagiati, tracciamento elettronico, mascherine e distanza sociale». E in Cina, da dove il Covid 19 è partito, la sorveglianza elettronica è la più estesa e sofisticata del Pianeta basandosi su un codice a semaforo — rosso, giallo e verde — assegnato ad ogni abitante: è sulla base del colore che si riceve uno “status” in forza del quale ci si muove durante il giorno. Il tutto grazie ad una rete nazionale delle telecomunicazioni con i dati aggiornati sugli spostamenti di ogni cliente negli ultimi 15 giorni. Pechino inoltre ha sviluppato una capacità logistica che le permette in situazioni di emergenza, come quella appena verificatasi a Qingdao, di effettuare in pochi giorni i tamponi a tutti i quasi 6 milioni di abitanti dopo aver verificato 12 casi di virus — di cui la metà asintomatici — in un singolo ospedale cittadino.
L’epidemiologo americano Gary Slutkin, veterano dell’Organizzazione mondiale della Sanità, ritiene che i risultati di Corea del Sud, Singapore, Taiwan e Cina siano «frutto delle esperienze maturate durante la pandemia Sars del 2003 e Mers del 2015» che hanno portato ad avere strutture efficienti per eseguire tamponi e test veloci in grande quantità come anche a disporre di tecnologia avanzata per il tracciamento elettronico, oltre naturalmente ad un vasto consenso sociale sul rispetto di tali procedure come anche sull’obbligo di mascherine e distanze sociali.
Insomma, la seconda ondata del Covid 19 impone agli europei — e agli italiani — di seguire l’esempio dell’Estremo Oriente nel dotarsi di logistica e tecnologia che consentono di gestire nel lungo termine un numero alto di contagiati senza nuocere troppo al sistema economico nazionale. Adattandosi alla pandemia, anche perché non sappiamo quanto durerà quella presente e non possiamo escluderne altre in futuro.