✕
La movida a Campo dei Fiori, a Roma (ansa)

L’avamposto delle città

Ascolta l'audio

Dobbiamo fare subito un salto in avanti, trasformare tutta la rigidità pesante della nostra organizzazione sociale in una macchina di contrasto attivo al virus. Altrimenti l’attacco diventa diretto al Paese: a quel punto il lockdown è inevitabile
3 minuti di lettura
L'esperienza e la conoscenza sono la base del sapere che regola le attività umane, riducendo il peso dell’imponderabile e il margine dell’azzardo ogni volta che dobbiamo prendere decisioni. Questo vale per l’individuo, ma vale anche per la politica che nelle sue varie forme di governo deve spesso decidere anche per noi, per i cittadini, dettando norme prescrittive di comportamento. Non c’è dubbio che nell’allentamento estivo del codice di sicurezza che ci eravamo autoimposti in primavera, insieme con i numeri via via più ridotti dell’infezione ha pesato la convinzione che avevamo già sperimentato la pandemia, i suoi attacchi, le misure di contenimento e di salvaguardia, rallentando l’insidia del virus.

Qui è nato l’errore che stiamo pagando oggi, e ancora non sappiamo quale sarà il saldo: la fine del lockdown, cioè della fase acuta contrastata dalle misure più estreme, è…
L'esperienza e la conoscenza sono la base del sapere che regola le attività umane, riducendo il peso dell’imponderabile e il margine dell’azzardo ogni volta che dobbiamo prendere decisioni. Questo vale per l’individuo, ma vale anche per la politica che nelle sue varie forme di governo deve spesso decidere anche per noi, per i cittadini, dettando norme prescrittive di comportamento. Non c’è dubbio che nell’allentamento estivo del codice di sicurezza che ci eravamo autoimposti in primavera, insieme con i numeri via via più ridotti dell’infezione ha pesato la convinzione che avevamo già sperimentato la pandemia, i suoi attacchi, le misure di contenimento e di salvaguardia, rallentando l’insidia del virus.

Qui è nato l’errore che stiamo pagando oggi, e ancora non sappiamo quale sarà il saldo: la fine del lockdown, cioè della fase acuta contrastata dalle misure più estreme, è stata vissuta come un “liberi tutti”, esponendoci a un contagio che abbiamo importato dalle vacanze estive e che stiamo distribuendo adesso moltiplicato, infettando paurosamente l’autunno. L’esperienza, dunque, non immunizza.

Da qui l’ansia dei cittadini, che sta ridiventando angoscia. Credevamo di aver preso le misure al virus, come se con il distanziamento, le terapie, il lockdown gli avessimo costruito una gabbia invisibile intorno: perché è proprio il vuoto l’unica arma letale che possediamo nei confronti dell’agente patogeno, il solo mezzo capace di impedirgli il contagio, l’infezione e la riproduzione, portandolo a cadere nel nulla per mancanza di bersagli, e rendendolo inerte e inoffensivo. Oggi scopriamo con l’evidenza dei numeri che da quella gabbia il microrganismo che ci infetta è riuscito a evadere e ha ripreso la sua corsa, sorprendendoci una seconda volta. Anzi ci sta sorprendendo anche adesso, in questo momento, perché silenziosamente ha superato la soglia sotto la quale è possibile per noi recuperare il controllo risalendo e isolando la mappa del contagio, mentre ormai è saltato il sistema di tracciamento, il focolaio è autonomo, libero di crescere e di espandersi, stiamo perdendo il controllo. Com’è stato possibile?

Per trovare una risposta dobbiamo pensare che il virus attacca l’individuo non soltanto nel suo corpo fisico, ma anche nel corpo sociale in cui agisce: la famiglia, il lavoro, la scuola, la rete di relazioni private e pubbliche. Ognuno di noi è il centro di un particolare sistema. Questo sistema è una struttura pesante mentre il virus è leggero, è rigido quando lui è flessibile, è complesso quanto più lui è semplice nel suo comandamento genetico che gli ordina di infettare per riprodursi e garantire la specie. Per difenderci noi dobbiamo convertire ogni volta tutta la struttura del sistema che governiamo, modificandolo per adattarlo al pericolo. Al virus basta essere uguale a se stesso, replicando il suo compito. È come una partita - mortale - tra un soggetto fisso e un soggetto mobile, totalmente libero di agire mentre l’altro è vincolato dalla sua stessa organizzazione. Ecco perché il Covid non è soltanto un vettore patogeno, ma è anche un agente sovversivo dell’ordine preesistente.

E infatti la difesa più radicale, il lockdown, è esattamente la disattivazione dell’individuo come animale sociale, la sua disconnessione dal sistema, la disarticolazione di tutti i meccanismi che lo tengono collegato agli altri, dando rilevanza generale al suo agire. Denudato del suo abito pubblico, col portafoglio dei diritti e dei doveri ristretto all’unico comandamento estremo di proteggersi per proteggere gli altri, il cittadino ritorna individuo, spaventato: a questo punto può ritrarsi chiudendosi nel guscio domestico, sottraendosi alla dimensione collettiva per sterilizzare l’assalto dell’avversario, che passa sempre per le linee e gli incroci del sociale. Dunque aboliamo temporaneamente la società, o almeno sospendiamola, per bruciare il terreno davanti al contagio.

Si capisce dunque la resistenza dei governi europei, compreso il nostro, a neutralizzare il meccanismo sociale delle democrazie con il lockdown, che paralizza l’intero sistema, senza sfumature, e strangola l’economia limitando il lavoro, la produzione, la circolazione e dunque la domanda e l’offerta di merci, beni e servizi. Ma intanto, mentre il virus avanza, cresce quasi inevitabilmente la tentazione di testare pezzi di lockdown su quei modelli di società in scala ridotta che sono le città.

Non si può chiudere il Paese perché il costo è troppo alto, e tuttavia bisogna difendersi? Chiudiamo i pezzi di Paese organizzati in città, quelle porzioni di Stato articolate attorno a una piazza col municipio, la prefettura, il duomo, magari i portici: il teatro diffuso dello scambio sociale e dello spirito civico dell’Italia dei Comuni, interpreti autentici della vicenda nazionale ben più delle Regioni. Stiamo assistendo, senza che nessun potere lo abbia teorizzato, esattamente a questo: le città sperimentano porzioni progressive di chiusura - dalla scuola online al coprifuoco - tentando di isolare il virus alla cinta daziaria, per conto del Paese.

La strategia è dunque diversa da quella di marzo, più modulata e teoricamente graduata in base al peso della crisi. Il problema è che anche il virus ha cambiato strategia: allora ci inseguiva, oggi ci sopravanza e siamo noi a inseguirlo, adattando le misure di contrasto ai numeri del male in crescita ogni sera. Ma in questo modo leggiamo il passato, guardiamo indietro, mentre il contagio è più avanti, lavora ormai con altri numeri, conquista posizioni, ha già trasformato in morti una quota di cittadini che noi incaselliamo ancora tra i “positivi”. In più scontiamo un colpevole ritardo, in gran parte delle Regioni, nella dotazione degli strumenti di base anti-pandemia che dovevano essere predisposti per l’ondata d’autunno, e che ancora mancano. Dobbiamo fare subito un salto in avanti, aspettare il virus all’incrocio, trasformare tutta la rigidità pesante della nostra organizzazione sociale - scuole, ospedali, medicina di base, diagnostica rapida, terapie - in una macchina di contrasto attivo all’infezione. Altrimenti, se salta l’avamposto delle città, l’attacco diventa diretto al Paese: a quel punto il lockdown è inevitabile, e nella gabbia finiamo noi.