Joe Biden è a un passo dalla Casa Bianca ma Donald Trump tenta di sbarrargli la strada con una raffica di azioni legali. È la coda del più rovente Election Day che memoria ricordi: non ha ancora generato il nome del presidente degli Stati Uniti ma ci consegna un pugno di indubbie, drammatiche novità sulla trasformazione politica in corso nella più grande democrazia del Pianeta.
Usa 2020, Molinari: "Biden parla da presidente e tende la mano agli ex avversari"
La prima e più dirompente ha a che vedere con l'identità del partito democratico. Gli strateghi di Joe Biden hanno lavorato nell'ultimo anno alla nascita di una coalizione multietnica nella convinzione che fosse destinata a rappresentare la grande maggioranza degli elettori per almeno una generazione, mandando in pezzi il progetto populista di Trump. In realtà la coalizione multietnica si è infranta sugli ispanici…
Joe Biden è a un passo dalla Casa Bianca ma Donald Trump tenta di sbarrargli la strada con una raffica di azioni legali. È la coda del più rovente Election Day che memoria ricordi: non ha ancora generato il nome del presidente degli Stati Uniti ma ci consegna un pugno di indubbie, drammatiche novità sulla trasformazione politica in corso nella più grande democrazia del Pianeta.
Usa 2020, Molinari: "Biden parla da presidente e tende la mano agli ex avversari"
La prima e più dirompente ha a che vedere con l'identità del partito democratico. Gli strateghi di Joe Biden hanno lavorato nell'ultimo anno alla nascita di una coalizione multietnica nella convinzione che fosse destinata a rappresentare la grande maggioranza degli elettori per almeno una generazione, mandando in pezzi il progetto populista di Trump. In realtà la coalizione multietnica si è infranta sugli ispanici che non sono una minoranza compatta - in Arizona hanno votato Biden ma in Florida no - perché all'interno prevalgono valori cattolici, ambizioni economiche e i sospetti nei confronti del movimento afroamericano "Black Lives Matter" protagonista della campagna anti-razzista. Più decisivi per Biden si sono rivelati i bianchi - non solo le donne dei sobborghi ma anche gli uomini senza laurea della classe operaia - perché lo hanno scelto negli Stati del Grandi Laghi e del Sud come non avevano fatto con Hillary Clinton quattro anni fa. Non si tratta di grandi numeri ma di quozienti decisivi in una battaglia che vede questi Stati in palio per poche migliaia di suffragi. Dunque, Biden pensava di vincere esaltando l'identità multietnica dei liberal ma in realtà la carta in più si sta rivelando quella dei bianchi delle famiglie del più impoverite, forse stanchi degli eccessi del presidente.
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Poi c'è la tenuta della coalizione di Donald Trump. Smentendo una miriade di sondaggi, analisi e previsioni sull'ecatombe del "Grand Old Party", Trump ha dimostrato che la coalizione basata sui "dimenticati" - del ceto medio lasciato ai margini dalla globalizzazione - è ancora viva e vegeta. Riuscendo anche a portare alle urne quote di uomini e donne bianche senza diploma che mai avevano votato in precedenza. Ovvero, se nel 2016 Trump travolse il partito repubblicano e da allora ha combattuto contro una moltitudine di suoi leader, oggi può vantarsi di averlo ridisegnato a sua immagine e somiglianza attorno ad un messaggio "di protesta" e "controrivoluzionario" - come osserva il politologo Victor Davis Hanson - contraltare della coalizione di Biden. Rafforzato dai risultati al Congresso dove gli eletti di Trump sembrano in grado di mantenere il controllo del Senato e crescono anche alla Camera dei Rappresentanti.
Poi c'è il voto postale, grande protagonista delle elezioni che hanno registrato un'affuenza record. Con il Paese assediato dalla pandemia, oltre 230 mila morti e almeno 9,3 milioni di contagiati, gli americani non si sono chiusi in casa disertando le urne ma hanno reagito alla loro maniera: trovando la soluzione più efficiente al nuovo pericolo ovvero affidandosi ai postini perché ciò ha consentito di votare scegliendo tempo, luogo e modo per farlo evitando di accalcarsi nei seggi. Una scelta nel segno del pragmatismo che affascinò Alexis de Tocqueville e che dimostra come, pur diversi in tutto, gli americani identificano ancora nella scelta dei rappresentanti il cuore della loro nazione. Ovvero: è stata la passione per la partecipazione al voto a imporsi sulla paura del Covid ed anche a tenere assieme una comunità nazionale che è profondamente lacerata sui valori. Nulla da sorprendersi dunque se proprio il voto postale sembra serbare i numeri decisivi per la sentenza popolare sul nome del presidente. I repubblicani di Trump, sottovalutando questo fattore fino a temerlo, hanno forse commesso l'errore tattico più grave dell'intera campagna.
Infine, ma non per importanza, c'è lo scontro legale sul risultato per la Casa Bianca. Evoca il precedente di Florida 2000 fra George W. Bush ed Al Gore, creando una continuità ideale con la battaglia giuridica che iniziò il domino di delegittimazione reciproca fra avversari presidenziali, e aggiunge il fronte della guerra fra avvocati al più aspro duello presidenziale, specchio delle lacerazioni sull'identità della nazione. Trump è un tycoon a proprio agio con l'uso più spregiudicato degli avvocati, a cui deve anche il successo nella battaglia su Russiagate contro l'impeachment al Congresso, e sta dunque tentando di trascinare Biden sul proprio terreno. Ma per il momento il candidato democratico resta fedele al suo approccio - mutuato dagli errori commessi da Hillary nel 2016 - con la caparbia richiesta di "contare ogni voto" prima di trarre qualsiasi conseguenza. Per far capire agli elettori che non farà passi indietro dopo aver ricevuto nelle urne il record assoluto di quasi 70 milioni di voti. È questo l'inizio delle imprevedibili doglie della nuova presidenza.