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Michigan, una manifestazione dei supporter di Trump: sostengono che ci siano stati brogli elettorali (afp)

Il bene fragile della democrazia

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Da una parte e dall'altra dell'oceano i nostri principi rischiano di andare in minoranza, sommersi dalle ondate del nuovo populismo sovrano
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Scritte da sobri per quando siamo ubriachi, le Costituzioni possono prevedere tutto, meno che un testa-coda troppo incredibile anche per un brutto film di serie B: la Casa Bianca tenuta in ostaggio dallo stesso presidente che nega la realtà della sconfitta elettorale e la ribalta nella denuncia di una truffa nelle urne, clamorosa perché corrompe l'integrità della democrazia americana.

Contravvenendo alle regole e alla tradizione, la proclamazione matematica del risultato da parte dei media è arrivata senza il preventivo riconoscimento della vittoria di Joe Biden da parte del candidato sconfitto, con la telefonata di rito. La mitologia populista dell'unione sacra e indistruttibile tra il leader e il suo popolo, che aveva portato Trump alla Casa Bianca quattro anni fa, gli impedisce oggi di uscirne senza violare la sua leggenda di outsider, che è la sua sostanza.

In nome del popolo, così, il presidente uscente disconosce la sovranit&ag…
Scritte da sobri per quando siamo ubriachi, le Costituzioni possono prevedere tutto, meno che un testa-coda troppo incredibile anche per un brutto film di serie B: la Casa Bianca tenuta in ostaggio dallo stesso presidente che nega la realtà della sconfitta elettorale e la ribalta nella denuncia di una truffa nelle urne, clamorosa perché corrompe l'integrità della democrazia americana.

Contravvenendo alle regole e alla tradizione, la proclamazione matematica del risultato da parte dei media è arrivata senza il preventivo riconoscimento della vittoria di Joe Biden da parte del candidato sconfitto, con la telefonata di rito. La mitologia populista dell'unione sacra e indistruttibile tra il leader e il suo popolo, che aveva portato Trump alla Casa Bianca quattro anni fa, gli impedisce oggi di uscirne senza violare la sua leggenda di outsider, che è la sua sostanza.

In nome del popolo, così, il presidente uscente disconosce la sovranità e la volontà popolare che si sono espresse nel voto con la più alta partecipazione della storia, e i principi fondamentali scritti nel preambolo della Costituzione americana, "garantire la giustizia, assicurare la tranquillità all'interno e salvaguardare per noi stessi e per i nostri posteri il dono della libertà". Principi scritti da "noi, il popolo", la stessa formula che ha usato Biden nel suo discorso di ringraziamento.

Giustizia, tranquillità e libertà vengono infatti messe in discussione da questa ribellione del vertice, lo Stato che si rivolta contro se stesso, il garante dell'unità del Paese che chiama la sua America alla guerra totale contro l'altra, proponendo ai cittadini senza alcuna prova l'immagine di un sistema guasto e corrotto fin dalla procedura elettorale, contro cui quindi è giusto insorgere. Le istituzioni americane, man mano che il buon senso repubblicano tornerà dall'esilio populista, riprenderanno il controllo della situazione, ma pagheranno inevitabilmente il prezzo di questo strappo che resterà nella storia, perché incrina con il sospetto l'autorità del presidente subentrante e registra definitivamente l'anomalia del presidente uscente.

Vale dunque la pena riflettere sugli elementi di questa frattura, che l'America come sempre accade anticipa e ingigantisce sul suo palcoscenico universale, ma che già si era annunciata qua e là in Occidente, con i suoi scricchiolii premonitori. La prima questione è la fragilità con cui la democrazia è condannata a difendere se stessa. "La democrazia non è uno stato, è un atto", ha detto dopo la vittoria Kamala Harris, nel senso che ha bisogno di una continua azione di riconferma da parte dei cittadini, non è data per sempre e non si difende da sola. Di fronte a qualsiasi minaccia, interna o esterna, il meccanismo democratico ha predisposto gli strumenti per proteggersi, sapendo tuttavia che è in ogni caso tenuto a rispettare un limite invalicabile: deve rimanere se stesso, cioè fedele ai principi e ai valori che proclama.

Questo vincolo morale e naturale insieme, comporta la necessità che il "bene" individuato e previsto dalla Costituzione sia percepito e valutato come "bene" anche dall'insieme dei cittadini, perché la democrazia può salvaguardarsi solo nel consenso, e comunque sapendo di dover sempre rendere conto delle sue azioni alla pubblica opinione, che è il suo tribunale supremo. Cosa succede però quando quel "bene" - la salvaguardia dello Stato di diritto, il rispetto delle regole e delle leggi, il riconoscimento dei valori e dei limiti di una convivenza democratica - viene messo in discussione perché una parte della popolazione si sottrae a questo contratto di libertà che ha bisogno di essere continuamente rinnovato?

È quel che stiamo vivendo da una parte e dall'altra dell'oceano, con i principi della liberaldemocrazia che rischiano di andare in minoranza, sommersi dalle ondate del nuovo populismo sovrano, una pratica politica immediatamente antagonista alla democrazia liberale, più vicina alla prassi degli autocrati, alle teorie post-democratiche dei leader autoritari. L'Occidente è esattamente davanti a questa sfida con un pensiero ribelle che riesce a intercettare e radunare risentimenti sparsi e solitudini moderne, nuove povertà e disuguaglianze che precipitano in esclusioni, spaesamenti per la mondializzazione, egoismi, paure e delusioni: e le indirizza - questo è il punto - contro la democrazia, i suoi istituti, la sua cultura, e naturalmente i suoi difetti e i suoi ritardi.

È la "rivoluzione conservatrice", che accusa la democrazia non solo per la sua inefficienza e la sua lontananza, ma soprattutto per essersi consegnata ad una super-classe dipinta in toto come abusiva e illegittima, che ha occupato il potere e ha confiscato il sapere per autogarantirsi la supremazia e il comando, svendendo gli interessi del popolo alle centrali mondialiste. Questa élite consuma la democrazia per se stessa, come un privilegio dei garantiti, mentre esclude tutti gli altri, cioè il popolo, la cui rabbia è dunque legittima, anzi necessaria, e deve trasferirsi nel sistema con tutta la sua incandescenza antipolitica, senza mediazioni, per imporre non un cambiamento, ma una sovversione, un incendio.

È chiaro che questo schema rompe il patto costituzionale: e dopo questa rottura tutto è permesso, tutto è accettato, compreso il negazionismo, il complottismo, le nuove leggende nere sulla dittatura sanitaria, i sospetti romanzeschi sui vaccini e sulle nuove tecnologie uniti nella prossima cospirazione globalista. Se il quadro è questo, ribellarsi è giusto. D'altra parte non c'è ormai nessun legame repubblicano che vincoli la comunità, non c'è più uno statuto speciale per la democrazia e i suoi istituti, non c'è nemmeno un riconoscimento comune dello Stato come riferimento necessario. È saltato qualsiasi interdetto pubblico per chi calpesta palesemente la verità a scopi di parte e viola le vecchie regole democratiche, di cui non si percepisce più né la legittimità né la ragione.

Si arriva così all'ultimo passo, con la forza investita della guida di questo progetto che quando viene imbrigliata, rovescia il tavolo. Le elezioni non sono una sacra rappresentazione democratica, ma un semplice strumento per arrivare al potere: se decretano la fine di questo potere, vanno rigettate come una truffa, perché la rivoluzione popolare non può essere fermata dai vecchi riti di una religione esausta.

Questa è oggi la posta in gioco. Con il suo rifiuto del responso elettorale, Trump in realtà sta testando per conto di tutto il populismo nazionalista, in ogni Paese, la tenuta dei muri maestri del sistema, il loro indebolimento, la permeabilità ad una forzatura, ma anche la capacità di reazione della classe dirigente (che da élite può finalmente diventare establishment, recuperando l'interesse generale) e dei cittadini. Col voto, la risposta è stata il rifiuto di consegnare questi Anni Venti del nostro secolo all'estremismo di una destra radicale: in uno spettacolo insieme fragile e grandioso il popolo americano, dopo averlo sperimentato, ha sconfitto il populismo.