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Il premier Conte a Palazzo Chigi (ansa)

Governo, la congiura dei deboli

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L’esecutivo arriva logorato all’appuntamento della speranza. Sembra che abbia esaurito la sua spinta propulsiva, costretto a difendersi nel momento in cui si dovrebbe aprire una prospettiva di rilancio  
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Si potrebbe dire che un'inedita congiura dei deboli sta costruendo il vuoto politico in cui stiamo entrando, in piena emergenza per il Covid, in grave urgenza per il Recovery Fund. È debole prima di tutto il governo, che pure ha fatto da ponte tra il primo attacco del virus e l'avvento salvifico del vaccino, ma arriva svuotato e logorato all'appuntamento della speranza con l'immunità della popolazione e la ricostruzione del Paese. Sembra che abbia esaurito la sua spinta propulsiva, costretto a difendersi nel momento in cui si dovrebbe aprire una prospettiva di rilancio, ribaltando il rapporto di forza con il Covid e indicando un nuovo orizzonte alla pubblica opinione.

È infragilito da queste settimane di opposizione interna anomala anche il premier, che scopre la solitudine di un leader dal consenso popolare molto alto ma senza partito, dunque senza uno scudo politico, ideologico, organizzativo, privo di coperture tattiche e concorsi strategici, c…
Si potrebbe dire che un'inedita congiura dei deboli sta costruendo il vuoto politico in cui stiamo entrando, in piena emergenza per il Covid, in grave urgenza per il Recovery Fund. È debole prima di tutto il governo, che pure ha fatto da ponte tra il primo attacco del virus e l'avvento salvifico del vaccino, ma arriva svuotato e logorato all'appuntamento della speranza con l'immunità della popolazione e la ricostruzione del Paese. Sembra che abbia esaurito la sua spinta propulsiva, costretto a difendersi nel momento in cui si dovrebbe aprire una prospettiva di rilancio, ribaltando il rapporto di forza con il Covid e indicando un nuovo orizzonte alla pubblica opinione.

È infragilito da queste settimane di opposizione interna anomala anche il premier, che scopre la solitudine di un leader dal consenso popolare molto alto ma senza partito, dunque senza uno scudo politico, ideologico, organizzativo, privo di coperture tattiche e concorsi strategici, costretto a tuffarsi nella crisi in prima persona, perché alla resa dei conti nessuno è disposto a bagnarsi per lui. Di Maio e Zingaretti infatti per tutto il lungo preambolo della battaglia politica in corso si sono mossi come osservatori dell'Osce spediti in una zona di conflitto, corretti ma estranei, mentre ripetevano l'esortazione di rito al dialogo e alla pace: poi, divampato l'incendio, scoprivano di non riuscire più a domarlo, come i vigili del fuoco che si accorgono di non avere acqua nelle pompe.

Giocare col fuoco è invece la scelta estrema di Renzi, che annusando la vulnerabilità del governo fa saltare il quadro politico senza averne uno di ricambio, in un passaggio acrobatico sul filo della legislatura che può spezzarsi con lo scioglimento delle Camere, se i cocci non si rimetteranno in qualche modo insieme: portando a quelle elezioni anticipate che il partito dell'ex premier non può permettersi, perché secondo i sondaggi lascerebbe a casa gran parte dei suoi parlamentari, falcidiando una forza già esigua.

Finché l'acrobazia è in corso tutti guardano con il naso all'insù, poi quando si accendono le luci la realtà riprende i suoi contorni e si capisce che è la debolezza a spingere Renzi all'offensiva, cercando nel titanismo mediatico delle minacce quel peso che gli elettori non sembrano riconoscergli, e scambiando la visibilità con l'autorità.

Ma il vero deposito di debolezza è nella maggioranza che regge l'esecutivo, e cioè nel patto fondativo di questo governo tra Cinquestelle, Pd, Leu e Italia viva. Nata dalla spinta comune a bloccare la forzatura neo-autoritaria di Salvini che rivendicava apertamente i "pieni poteri", questa intesa si è imposta come un obbligo di salvaguardia davanti a un rischio politico, e come tale è stata accettata dagli elettori dei quattro partiti, superando le fortissime diffidenze reciproche, le ruggini lasciate da scissioni vecchie e nuove, le differenze politiche che sembravano inconciliabili, le polemiche precedenti. Ma dopo un anno, il vincolo originario dello stato di necessità deve sapersi sciogliere in una decisione autonoma, che trovi nella libertà di un progetto politico le ragioni sufficienti per andare avanti, con una proposta che parli al Paese e non solo con uno sbarramento che blocchi Salvini: altrimenti soffoca, senza una ragione sociale, un'identità, un percorso condiviso e un obiettivo comune. L'obbligo deve cioè diventare una scelta, il patto di costrizione deve trasformarsi in un'alleanza che indichi al Paese un'opzione di ripresa nel cambiamento e avvicini i partiti contraenti in una visione comune del futuro.

È esattamente questo che è mancato negli ultimi mesi, e manca oggi nel controllo della crisi. Il governo ha governato, in condizioni estreme, con una sorta di stato d'emergenza permanente: ma la maggioranza non ha saputo elaborare una moderna cultura d'insieme, che definisse il profilo dell'intesa e la proiettasse oltre la pandemia, funzionando da forza di coesione per l'alleanza tra partiti diversi, da riferimento generale, da bussola condivisa nei passaggi cruciali. Senza uno sforzo di definizione cultural-politica di questa alleanza, senza un'interpretazione di sé costruita all'interno e accettata all'esterno, che aggiunga al governo una sua ragion d'essere, l'insieme non è mai riuscito a prevalere sulle sue singole parti, che sotto l'urto della crisi tendono anzi a riprendere la loro configurazione autonoma e particolare, non essendoci una visione comune, riconosciuta e riconoscibile, cui subordinarsi.

Nei sistemi instabili dalle maggioranza precarie, forze distanti tra loro possono coesistere temporaneamente al governo. Ma perché l'alleanza contingente duri nel tempo, le culture sottostanti devono trovare un incontro oltre le necessità immediate ed evidenti, devono costruire un pensiero nuovo, produrre una proposta in cui si riconoscano, avere l'ambizione di proiettare un'idea di Paese a cui tendere, e sulla quale chiedere il consenso dei cittadini interessati alla governabilità e al cambiamento. È questo vincolo politico d'insieme - che oggi non c'è - l'unico elemento in grado di frenare gli eterni particolarismi nella coalizione, gli inevitabili egoismi di partito, le gelosie individuali e la concorrenza reciproca: e di funzionare come antidoto alla crisi. Senza una cultura comune che diventa politica condivisa resta solo un assemblaggio temporaneo ed episodico di ceto politico, che può sorreggere un governo per qualche tempo, ma non riesce a coinvolgere in un progetto il Paese.

La debolezza nasce proprio qui. Cosa vuole essere questa alleanza? Nessuno lo sa: il Pd sembra accontentarsi del suo profilo di responsabilità, certo indispensabile ma comunque non sufficiente; il M5S è paralizzato dai suoi contrasti interni che gli impediscono addirittura di scegliere definitivamente l'alleanza col Pd, che deve essere camuffata come l'incontro casuale al bar sulla piazza, magari con la mascherina di precauzione; Renzi tradisce a ogni mossa l'obiettivo nascosto di forzare i confini del centrosinistra per uscir fuori, e giocare la partita che gli resta in un campo più largo, dove può forse sperare di rimescolare le sue occasioni con le sue ambizioni.

La vera lettura della crisi è questa. Un'insufficienza politica che indica un ritardo complessivo del sistema, ma che per un'alleanza di governo è una colpa. Tanto più in un momento in cui l'altra parte del Paese, cioè la destra sovranista, si trova senza il modello trumpiano, finito prigioniero degli spettri del caos che ha evocato per quattro anni, fino a convocarli dalla Casa Bianca nell'assalto eversivo al Campidoglio. Quando la destra è questa, e arriva a questo punto, solo la cecità spinge a creare il vuoto politico invece di organizzare con urgenza un campo di moderno riformismo, per un governo democratico, costituzionale, europeo: dimostrando ai cittadini che esiste un'alternativa all'invasione dei vichinghi con le corna in parlamento.