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(ansa)

Il Pd e il suo labirinto

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Zingaretti si è dimesso per rompere l'accerchiamento dei cannibali che avevano preparato il pentolone per cuocere e fuoco lento lui e la sua politica. Ora però deve dare battaglia fino in fondo
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Entrati nella terra politica di nessuno, si scopre all'improvviso che l'identità più semplice è in realtà la più complicata: è difficile dirsi democratici. Dopo il reset del Novecento, con la caduta del Muro, il ciclone di Tangentopoli, la fine della prima repubblica, la sinistra italiana ha pensato che la scomparsa delle ideologie - e in particolare di quell'ideologia vivente che era l'Unione Sovietica - bastasse da sola per risolvere i problemi centenari della sua natura, portandola automaticamente dentro il futuro. Come se la cronaca potesse decidere la storia. Rinviando continuamente il giudizio sulle ragioni e sui torti della sua vicenda, la sinistra è passata attraverso varie configurazioni successive prendendo nuove forme, mentre la sostanza irrisolta continua ad aspettare il rendiconto. In quella sostanza si aggrovigliano e si stratificano passioni, contrasti, ideali, lacerazioni, dubbi e fedeltà, valori e…
Entrati nella terra politica di nessuno, si scopre all'improvviso che l'identità più semplice è in realtà la più complicata: è difficile dirsi democratici. Dopo il reset del Novecento, con la caduta del Muro, il ciclone di Tangentopoli, la fine della prima repubblica, la sinistra italiana ha pensato che la scomparsa delle ideologie - e in particolare di quell'ideologia vivente che era l'Unione Sovietica - bastasse da sola per risolvere i problemi centenari della sua natura, portandola automaticamente dentro il futuro. Come se la cronaca potesse decidere la storia. Rinviando continuamente il giudizio sulle ragioni e sui torti della sua vicenda, la sinistra è passata attraverso varie configurazioni successive prendendo nuove forme, mentre la sostanza irrisolta continua ad aspettare il rendiconto. In quella sostanza si aggrovigliano e si stratificano passioni, contrasti, ideali, lacerazioni, dubbi e fedeltà, valori e divisioni, incarnati per un secolo dai socialisti e dai comunisti, scelte giuste e anche eroiche, decisioni sbagliate e tragiche. Quel nodo non sciolto è arrivato fin qui, nel nuovo secolo, quando si è deciso di guardare avanti per liberarsi del passato che non riusciva a finire, ed è nato nel 2007 il Partito Democratico. La vera domanda, quattordici anni dopo, è se si tratta dell'esito finale di una lunga storia, o dell'inizio di una nuova avventura. Perché i partiti, essendo costruzioni umane, nascono, crescono e deperiscono: ma qui è in gioco qualcosa di più, un'idea, una visione della realtà, il concetto stesso di sinistra.

I due nomi della sinistra novecentesca erano fortemente identitari, disegnavano un mondo e lo perimetravano. La parola "socialismo" nasce prima dell'organizzazione politica, nelle campagne e nelle officine dell'Ottocento insieme con il vapore e l'elettricità, come continua promessa di emancipazione, scommessa di un cambiamento possibile: un progetto creato direttamente dal lavoro che riconfigura il sociale, distribuisce riconoscibilità, crea coscienza di una condizione comune che non è ancora classe, ma non è più soltanto mestiere. Su questo tronco si innesta il "comunismo", teorizzato da Marx, realizzato dall'Ottobre russo con la rivoluzione che sconvolge il mondo, predicato da Lenin che nell'aprile 1917 ordina di passare dal socialismo al comunismo, perché "bisogna gettare via la camicia sporca per indossarne una pulita".

All'opposto, il termine "democratico" è generico, inclusivo, aperto. Più che una soggettività particolare, definita, indica una pre-condizione della politica, comune si può dire a tutte le forze (almeno in teoria), comunque non esclusiva della sinistra. Sembra quasi che nell'impossibilità di dirimere il contenzioso del Novecento, sia stata scelta la formula più basica e più larga possibile, in cui è difficile non riconoscersi, a cui è difficile appassionarsi. In realtà quell'ampia base semantica prefigura una piattaforma culturale allargata, e indica così l'ambizione di creare il partito spina dorsale del meccanismo politico-istituzionale, punto di riferimento di storie diverse, dai cattolici democratici ai laici repubblicani, che scelgono di accompagnare il cammino della sinistra, ibridandola e arricchendola. Una forza che dichiarandosi semplicemente democratica è finalmente risolta, non ha bisogno di aggettivi, può parlare a tutto il Paese mentre si fa carico delle regole generali del sistema, e le garantisce. Si potrebbe dire un partito del diritto e dei diritti, con una tradizione costituzionale, una vocazione europea, una collocazione occidentale. Ma identità larga vuol dire appartenenza debole. Se non è continuamente rinvigorito e indirizzato dalla coppia valori/interessi legittimi, il partito-sistema diventa semplicemente una superficie di potere per una classe dirigente indifferenziata, che trasforma la battaglia per il governo nell'ideologia del governismo.

Quando dal laboratorio si passa alla realtà, infatti, le cose si complicano. Intanto, qual è l'interesse sociale di riferimento, la classe o il ceto che può riconoscersi in questo profilo politico, la parte di cittadinanza da rappresentare? E soprattutto, che cosa tiene insieme ceto, interesse, società, politica, dentro un orizzonte "democratico"? Per derivazione naturale, per tradizione e per scelta, deve essere ancora una volta e sempre il lavoro, con tutte le sue nuove declinazioni della modernità. Il problema è che il lavoro è esploso, frammentandosi e disperdendosi, ha perso ogni fisicità nell'immateriale, sfugge all'unità di luogo e di tempo, è difficile riportarlo a un insieme, e diventa dunque quasi impossibile interpretarlo unitariamente nella politica e nel sindacato. Ma nello stesso tempo dalla crisi del lavoro nascono le nuove disuguaglianze che diventano esclusioni, e crescono le fragilità del welfare. È qui che si paga il costo della nuova emarginazione, e si gioca concretamente la partita dell'emancipazione possibile: vecchia o nuova, qualunque sinistra deve misurarsi su queste categorie, vince o perde su questa frontiera. Ancora, nel lavoro si coltivano le eccellenze del nostro Paese, e si genera la scintilla di quell'innovazione che può modernizzare l'Italia, mantenendola competitiva dentro la sfida della mondializzazione. Se la parola "democratico" vuole avere un senso, dunque, è qui che deve trovarlo.

L'altra difficoltà, per un partito nuovo, è creare un nuovo consenso, addirittura un cittadino nuovo. Come si fa a non capire, ad esempio, che nella fase attuale serve un partito disarmato ma aperto, allargato, rifondato, scalabile dalla società? Una formazione finalmente post-ideologica deve costruirsi una base libera da vecchi schemi, capace di interpretare la realtà in movimento con una domanda politica diversa e innovativa. Ma questo non significa affatto una neutralizzazione del carattere di sinistra del Pd a favore dell'indistinto democratico, bensì una declinazione libera e moderna di quell'identità. Il Pd nella lettura della crisi italiana deve cioè sapere che è e resta la forza indispensabile per contendere il Paese alla destra sovranista, nazionalista, trumpiana e orbaniana, che riporterebbe indietro il Paese. Deve quindi coltivare questa capacità di competizione e soprattutto questa sua coscienza di alternativa anche nella fase di un convinto appoggio condiviso al governo, proprio perché il sistema non smarrisca le sue coordinate culturali e il cittadino preservi la possibilità di leggere due diverse dottrine della crisi, due modi differenti di stare dentro lo stato d'eccezione pur convergendo sulle urgenze sanitarie, economiche, sociali, e soprattutto due distinte interpretazioni del futuro dell'Italia, quando l'emergenza sarà superata. Da questo discendono sia il programma che le alleanze, non da altro.

Ecco perché la discussione che si stava aprendo dentro il Pd, spargendo la nebbia dell'ambiguità, è più figlia del vecchio mondo che delle esigenze nuove, dettate da quel gigantesco fattore di cambiamento che è il virus. La nebbia è svanita quando il segretario si è dimesso per rompere l'accerchiamento dei cannibali che avevano già preparato il pentolone per cuocere a fuoco lento lui e la sua politica. Ma adesso Zingaretti dopo l'atto d'accusa deve dare battaglia fino in fondo, se non vuole ridurre uno scatto politico a uno scatto di nervi. La sua è una scelta coraggiosa dopo mesi di presenza responsabile ma debole: può diventare una mossa utile se costringe tutto il Pd a venire allo scoperto e a dire pubblicamente cos'è la sinistra oggi, e cosa può fare per il Paese.