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I conti troppo a lungo in sospeso

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Gli arresti dei sette terroristi e la svolta di Macron e Draghi
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Quei volti invecchiati dei sette italiani condannati per episodi di terrorismo, e arrestati ieri dalla polizia francese, ci riportano dentro la tragedia italiana degli Anni Settanta, chiedendoci di fare i conti lasciati in sospeso troppo a lungo, come se la nostra storia fosse condannata a non chiudersi mai. Sono delitti compiuti nel decennio tra il '72 e l'82, gli anni di punta dell'eversione armata nel nostro Paese, e portano in carcere quarant'anni dopo persone riconosciute colpevoli in via definitiva dalla giustizia italiana: e che intanto sono cambiate, riconoscendo le loro responsabilità, e condannando la sfida del terrorismo allo Stato. Arrestare uomini e donne ormai anziani, in alcuni casi nonni, per le azioni scellerate commesse nella follia rivoluzionaria della gioventù, è l'esercizio di un dovere, prima di tutto nei confronti delle famiglie delle vittime, e la denuncia di una contraddizione tra la certezza del diritto, immutabile, e …
Quei volti invecchiati dei sette italiani condannati per episodi di terrorismo, e arrestati ieri dalla polizia francese, ci riportano dentro la tragedia italiana degli Anni Settanta, chiedendoci di fare i conti lasciati in sospeso troppo a lungo, come se la nostra storia fosse condannata a non chiudersi mai. Sono delitti compiuti nel decennio tra il '72 e l'82, gli anni di punta dell'eversione armata nel nostro Paese, e portano in carcere quarant'anni dopo persone riconosciute colpevoli in via definitiva dalla giustizia italiana: e che intanto sono cambiate, riconoscendo le loro responsabilità, e condannando la sfida del terrorismo allo Stato. Arrestare uomini e donne ormai anziani, in alcuni casi nonni, per le azioni scellerate commesse nella follia rivoluzionaria della gioventù, è l'esercizio di un dovere, prima di tutto nei confronti delle famiglie delle vittime, e la denuncia di una contraddizione tra la certezza del diritto, immutabile, e l'azione del tempo che passa. Nasce dunque una domanda: cos'è successo in questi quattro decenni? E la pena che arriva quarant'anni dopo è ancora sempre giustizia?
 
Bisogna prima di tutto ricordare che l'esecuzione della pena in questi casi è andata a vuoto perché i condannati si sono sottratti al carcere, rendendosi latitanti e impostando una loro seconda vita in Francia. Questo è stato possibile perché Parigi blocca l'estradizione dei condannati in Paesi con un sistema giudiziario "non corrispondente all'idea che la Francia ha delle libertà". Una formula vaga nella quale, come ha ricordato pochi giorni fa Marc Lazar, confluiscono principi morali, romanticismo rivoluzionario, ignoranza sulle vicende specifiche degli altri Paesi. È la famosa "dottrina Mitterrand" che il presidente socialista della Francia teorizzò nel 1985: "Ho comunicato al governo italiano che sono al sicuro da qualsiasi sanzione di estradizione i rifugiati italiani protagonisti di azioni terroristiche che hanno rotto i legami con quella macchina infernale, hanno iniziato una seconda fase della loro vita, si sono integrati nella società francese". A distanza di pochi mesi, Mitterrand precisò che "la Francia è e sarà solidale con i suoi alleati europei nel rispetto dei suoi principi e del suo diritto, e rifiuterà ogni protezione diretta o indiretta del terrorismo attivo, reale, sanguinario".

Oltre all'eredità libertaria della République, che portava di fatto a concedere una sorta di diritto d'asilo agli ex terroristi, pesava in quegli anni un pregiudizio nei confronti delle leggi e delle misure adottate in Italia per contrastare l'offensiva rivoluzionaria, quasi fosse una legislazione da stato d'eccezione, fuori dai parametri europei e dal canone occidentale sui diritti umani: soprattutto per l'uso dei pentiti, la carcerazione preventiva, le norme speciali e il processo in contumacia. Si è così creato un corridoio francese aperto dalla diffidenza nei confronti della giurisdizione del nostro Paese e dalla benevolenza nei confronti dei latitanti condannati per atti terroristici, che in quella diffidenza hanno cercato protezione, trovandola.

Questo impianto culturale, basato su un discorso e non su una norma, ha resistito per più di trent'anni sotto Presidenti di destra e di sinistra, e ieri è saltato definitivamente. C'erano già state l'estradizione dell'ex brigatista rosso Paolo Persichetti nel 2002 e poi di Cesare Battisti, protagonista di assalti omicidi dei Pac, i "Proletari armati per il comunismo": e soprattutto era intervenuto il Consiglio di Stato a negare effetti giuridici alla dottrina mitterrandiana, così come la Cassazione negava ogni difformità sostanziale nella giurisdizione italiana, ricordando comunque che non è competenza del giudice francese sottoporre a censura l'ordinamento giudiziario di un altro Paese che garantisce un equo processo.

È a questo punto che le insistenze del presidente Mattarella, della ministra Cartabia e la telefonata di Draghi a Macron hanno trovato una risposta positiva dall'Eliseo. Il presidente francese si appoggia alla tradizione, ma vuole de-ideologizzarla. Alla dottrina Mitterrand ha dunque sostituito una sorta di corresponsabilità europea di fronte alla giustizia ("Siamo in Europa ed è normale che le pene vengano eseguite") e un riconoscimento da parte della Francia "del trauma che gli anni di piombo hanno costituito per l'Italia, e dell'assoluto bisogno di giustizia delle vittime". Il dossier sui latitanti-rifugiati si è ridotto nell'esame congiunto dei due ministri della Giustizia a dieci nomi. Tre sono ancora ricercati, sette sono stati arrestati in attesa di una decisione sull'estradizione. Si tratta di cinque ex brigatisti rossi, di un militante dei Nuclei Armati contro il potere territoriale, di un esponente di Lotta Continua, Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio di Luigi Calabresi.

Proprio il caso di Pietrostefani, 77 anni, malato, riapre la discussione sulla pena che arriva a distanza di quarant'anni. "La giustizia è stata rispettata, non devono esistere zone franche per chi ha ucciso - ha detto Mario Calabresi, figlio del commissario -, ma non riesco a provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo". Gli intellettuali francesi che hanno firmato un appello per riconfermare la dottrina Mitterrand dicono che è la strada maestra per costruire una pace sociale e una nuova unità dopo le lacerazioni nella coesione del nostro Paese, trasformando "un dolore lancinante in oggetto di studio, e ricominciando a vivere", e insistono sostenendo che i terroristi "cercavano il bene, la giustizia, l'uguaglianza, la solidarietà, e hanno trovato la tragedia".

Ma la strada, probabilmente, è un'altra e passa da una lettura finalmente condivisa (oggi non è così tra Italia e Francia, ad esempio) dell'insorgenza terroristica, indispensabile per un suo rifiuto. Per stabilire finalmente che in quegli anni un'ideologia è impazzita nella metà campo della sinistra, portando chi cercava la rivoluzione nel cuore della libera Europa a uccidere persone inermi che pensavano di vivere in pace in un Paese democratico. Aggiungendo che non vale invocare le bombe fasciste e le stragi di Stato come giustificazione o attenuante, perché sia pure nelle sue infedeltà e nelle sue oscurità quella del dopoguerra in Italia è sempre stata una democrazia, e come tale doveva essere difesa anche da chi era all'opposizione e voleva un cambiamento. Per concludere che le vittime dei terroristi in questa vicenda sono gli unici "innocenti", con le loro famiglie devastate. Solo da qui può nascere un autentico ripudio di quella stagione, un vero distacco: e forse anche la libertà morale e politica di chiuderla nella verità, lasciandocela alle spalle.