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Il duello a cinque stelle

(ansa)

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La sfida tra Grillo e Conte per il controllo sul Movimento
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Dietro la cronaca del braccio di ferro tra Grillo e Conte, oltre il contrasto tra il vecchio e il nuovo Movimento Cinque Stelle, c'è una questione più generale a cui vale la pena cercare una risposta: che cosa comincia e che cosa finisce con questa crisi, che è esplosa nel territorio grillino dilaniandolo e rendendo incerto il suo futuro, ma minaccia di ribaltarsi sull'intesa tra M5S e Pd, sull'alleanza politica da contrapporre alla destra, sullo stesso sostegno al governo Draghi?


È più facile vedere ciò che non vuole finire. E cioè l'autorità del fondatore che non accetta l'istituzionalizzazione del suo carisma e continua a considerarlo la fonte permanente ed esclusiva dell'identità collettiva perché custode perenne del sacro mistero delle origini, l'illuminazione che presiede alla generazione e che per Max Weber s'incarna nella grazia. Da cui derivano secondo la teologia le virt&u…

Dietro la cronaca del braccio di ferro tra Grillo e Conte, oltre il contrasto tra il vecchio e il nuovo Movimento Cinque Stelle, c'è una questione più generale a cui vale la pena cercare una risposta: che cosa comincia e che cosa finisce con questa crisi, che è esplosa nel territorio grillino dilaniandolo e rendendo incerto il suo futuro, ma minaccia di ribaltarsi sull'intesa tra M5S e Pd, sull'alleanza politica da contrapporre alla destra, sullo stesso sostegno al governo Draghi?


È più facile vedere ciò che non vuole finire. E cioè l'autorità del fondatore che non accetta l'istituzionalizzazione del suo carisma e continua a considerarlo la fonte permanente ed esclusiva dell'identità collettiva perché custode perenne del sacro mistero delle origini, l'illuminazione che presiede alla generazione e che per Max Weber s'incarna nella grazia. Da cui derivano secondo la teologia le virtù carismatiche della profezia, della capacità di fare miracoli, e il dono delle lingue cioè della comunicazione, qualità speciali che abbiamo visto rivendicare mondanamente nella nostra contemporaneità populista, perché utili a far nascere un legame simbolico tra il leader e il suo popolo. Il vincolo carismatico, basato sull'emozione e sull'istinto, crea normalmente comunità potenti ma intimamente fragili perché non hanno radici che affondano nella storia e nella tradizione, capaci però di interpretare le contraddizioni di una fase, cavalcandole e dilatandole in una promessa rivoluzionaria di redenzione. Quando muta la fase, si affievolisce l'immedesimazione tra il Capo e i suoi seguaci e si riducono la coesione e la compattezza della comunità politica. È qui, in questo momento decisivo e delicato, che il leader deve saper leggere i segni del tempo storicizzando il suo ruolo e la sua missione, cambiando funzione e prospettiva pur restando un punto di riferimento costante, nella custodia non solo della memoria, ma del divenire del movimento. Sapendo che il vero fondatore è anche un emancipatore, impegnato a far crescere la sua creatura fino all'autonomia, portandola alla libertà.

 

È quel che Grillo alla resa dei conti non riesce a fare, pur provandoci. Sul lato opposto dello schieramento, invece, non ci ha nemmeno provato Berlusconi, che ha sempre soltanto mimato liturgie fittizie di investitura moltiplicando i delfini per poi subito spiaggiarli: fino al momento in cui ha deciso di cedere Forza Italia a Salvini come un'azienda in crisi col marchio in vendita, in cambio della presidenza del nuovo Consiglio di amministrazione politico, per poter così fingere di regnare su una superficie miracolosamente moltiplicata, nascondendo a se stesso che si tratta in realtà di territorio altrui. Questi due esiti distinti ma simmetrici confermano la difficoltà del momento supremo della successione nei partiti personalistici, nati per un uomo solo che li suscita, li compatta e li trascina in una stagione eroica, destrutturando il sistema tradizionale senza avere il tempo e la capacità di costruirne e insediarne un altro. Il carisma non è adatto alle mezze misure, non sa gestire il compromesso, non riconosce il suo declino: semplicemente, come fiorisce appassisce.

 

C'è naturalmente in questi casi, come in tutte le vicende umane, anche una questione - legittima - di potere. Abituato a creare e bypassare le regole, anche quelle rivoluzionarie da lui stesso imposte, Grillo quattro mesi fa voleva insediare subito Conte alla guida del M5S con un atto sovrano, perfettamente coerente con la sua concezione del comando: il nuovo Capo politico, infatti, in questo modo non sarebbe stato eletto dalla base ma scelto dal fondatore, che gli avrebbe concesso un'autorità delegata mantenendo la guida suprema, salvo poi ricorrere all'ipocrisia postuma di qualche plebiscito elettronico chiamato a confermare la scelta dall'alto. Oggi Grillo ha capito dalle norme del nuovo statuto che Conte stava invece diventando leader a tutti gli effetti, con tutti gli strumenti e le competenze per tutti gli ambiti. Un cambio di regime.

 

In una formula, Grillo ha temuto l'istituzionalizzazione del movimento. Non se l'è sentita di giocare una nuova partita, quella disarmata dell'autorità nuda, dove contano le idee e non il potere. Soprattutto ha avuto paura che questo passaggio sanzionasse la fine dell'eccezione grillina, la normalizzazione dell'anomalia. Ecco perché si ripropone come il custode della fiaccola degli inizi, il difensore del fuoco rivoluzionario, il garante della discordanza, il guardiano della diversità. Ma è la favola dell'eterno ritorno che è cambiata: la politica cammina. Grillo dovrebbe capirlo proprio dalla parabola di Berlusconi, che mentre continua a professarsi liberale e moderato sta guidando la sua eredità politica a smarrirsi nell'estremismo sovranista di Salvini, dimostrando che il populismo di destra è uno soltanto, radicale, con gli interessi che contano più dei valori. E il populismo grillino? Intanto nella perdita verticale del consenso non ha ancora deciso se è di destra o di sinistra, e se il movimento scoprirà di essere senza guida, o magari costretto a seguire una leadership burocratica contro la sua natura, proprio la mancanza di identità lascerà prevalere le convulsioni sulla linea politica, e tutto diventerà possibile: anche la seduzione di ribellismi anti-sistema alla Di Battista, fughe nell'immaginario della democrazia elettronica alla Casaleggio, ritorni a destra, imbizzarrimenti da animale ferito.

 

Se dopo la frattura si raggiungesse in extremis un compromesso di disperazione, cercato più dai mediatori che dai protagonisti, il M5S incerottato potrebbe a quel punto inserire nel simbolo un'anatra zoppa, anzi due. Due leader diffidenti, con due diverse concezioni del movimento, che non riescono a convergere in una cultura capace di traghettarlo nel post-populismo. In entrambi i casi il danno democratico sarebbe evidente. La scommessa di Conte per i Cinque Stelle puntava sui due pedali della contestazione al Palazzo e dell'integrazione nel sistema, provando a convogliare la rabbia e la ribellione del voto residuo grillino dentro il perimetro della politica e non tra le fiamme dell'antipolitica. Probabilmente non c'erano le basi di un lavoro culturale preparatorio di questo passaggio, e alla prassi di governo non si accompagnava un pensiero. Ma ora si entra in terra incognita, e tutto torna in discussione insieme col destino del M5S.

 

I veri partiti del cambiamento di solito sono transeunti, perché impersonano il momento della rottura, le sue ragioni e le sue promesse, e in questo consumano la loro funzione mentre la svolgono. Grillo come Berlusconi sembra non aver compreso che siamo a un fine d'epoca per l'era stregonesca dei movimenti che promettono il paradiso o annunciano l'apocalisse, offrendo l'incantesimo del Capo come garanzia e rifugio. Dovrà ricordarsene Conte, se dopo il rifiuto di guidare un movimento sotto padrone avrà la tentazione di farsi partito: il carisma disincarnato dura troppo poco per cambiare il mondo, se si vogliono i frutti bisogna prima mettere le radici, scegliendo finalmente una parte del campo.