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Lavoro, scandalo della democrazia

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Le garanzie dimenticate in epoca di pandemia
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Quante dimensioni contiene il concetto di lavoro? Ci ha salvati durante la fase acuta della pandemia, nei giorni blindati del lockdown, quando un popolo sotterraneo usciva ogni mattina dalle case dove noi ci eravamo rifugiati per sfuggire all’assedio del virus, e teneva accesa la macchina del sistema trasportando le merci, aprendo i supermercati, preparando il pane, garantendo i servizi, sorvegliando le reti informatiche che ci consentivano di rimanere connessi col mondo: attraverso il lavoro una struttura servente ci consentiva di proteggerci, quasi fosse una casta condannata a rischiare la sua incolumità per la sicurezza di tutti. Dunque il lavoro aveva dentro di sé non soltanto l’obbligazione volontaria alla necessità, ma anche l’elemento spontaneo e naturale della solidarietà, un fattore sociale, addirittura morale, immediatamente politico nel senso più alto del termine. Poi è sempre il lavoro che ha agito come leva fonda…

Quante dimensioni contiene il concetto di lavoro? Ci ha salvati durante la fase acuta della pandemia, nei giorni blindati del lockdown, quando un popolo sotterraneo usciva ogni mattina dalle case dove noi ci eravamo rifugiati per sfuggire all’assedio del virus, e teneva accesa la macchina del sistema trasportando le merci, aprendo i supermercati, preparando il pane, garantendo i servizi, sorvegliando le reti informatiche che ci consentivano di rimanere connessi col mondo: attraverso il lavoro una struttura servente ci consentiva di proteggerci, quasi fosse una casta condannata a rischiare la sua incolumità per la sicurezza di tutti. Dunque il lavoro aveva dentro di sé non soltanto l’obbligazione volontaria alla necessità, ma anche l’elemento spontaneo e naturale della solidarietà, un fattore sociale, addirittura morale, immediatamente politico nel senso più alto del termine. Poi è sempre il lavoro che ha agito come leva fondamentale della ripartenza, e appena il Paese ha riaperto i battenti ha rilanciato la produzione, portando il Pil a sormontare la soglia critica dell’infezione e nelle previsioni addirittura a superare le percentuali più ottimistiche, come se il peggio fosse passato e si potesse ricominciare a sperare.


Proprio in questa fase di ripresa (una finestra tra la copertura dei vaccini e il rischio di una nuova ondata con varianti), le morti in fabbrica vengono a dirci che il lavoro contiene in sé anche il rischio di un arretramento. Succede quando si spezza l’equilibrio sociale costruito nel Novecento tra lavoro e salute, sicurezza e profitto. Avevamo trovato una composizione tra questi interessi concorrenti attraverso l’invenzione del welfare, che traduce nella pratica quotidiana l’alleanza europea tra il capitalismo e il lavoro, sorvegliati dagli istituti della democrazia rappresentativa, il terzo vertice del triangolo della modernità. Il capitalismo orientava le trasformazioni della produzione, nella logica del profitto, il lavoro conquistava ed espandeva i diritti, distribuendo in fabbrica e fuori la coscienza attiva della cittadinanza. Oggi quel patto rischia di entrare in crisi, come se dalla pandemia si uscisse più egoisti dei propri interessi, più gelosi del proprio spazio sociale, meno disponibili a trovare un punto d’incontro. Ma se le ragioni del profitto si sganciano dalle ragioni del lavoro, manca una prospettiva comune e molto semplicemente il sistema rischia poco per volta di non essere più governato.


Il primo effetto, come vediamo, è che la logica della produzione si separa dalla logica delle garanzie, naturalmente in nome dell’eccezionalità della fase che stiamo attraversando e dell’imperativo della necessità: bisogna recuperare il tempo perduto e il mercato smarrito, questa esigenza si impone su qualsiasi altro obiettivo, poi - si dice - riconquistate le quote e le posizioni che il virus ci ha fatto cedere, ci sarà tempo per riequilibrare le cose aggiustando il tiro. Si capisce la preoccupazione per la competitività del sistema e ancor più l’impegno per non accettare il ridimensionamento di mercato causato dal virus: ma la questione del lavoro va vista appunto in tutte le sue dimensioni, senza ridurlo soltanto a strumento di produzione, salvo pagare dei prezzi inaccettabili in termini di inclusione, partecipazione, coesione e responsabilità.


Tre morti al giorno sul lavoro sono appunto un costo insopportabile per un Paese civile. E il caso di Laila El Harim, la giovane donna maciullata dalla macchina fustellatrice a Camposanto, vicino a Modena, perché il sistema di sicurezza non interveniva col blocco automatico dell’impianto in caso d’emergenza, ma era stato spostato in modalità manuale, ci dice che la morte in fabbrica all’inizio di maggio di Luana D’Orazio, risucchiata a Prato dall’orditoio della filatura, non ci ha insegnato nulla. Ci ritroviamo a fare i conti con la morte meccanica, come quando cent’anni fa entrava nelle officine la civiltà delle macchine e i lavoratori guardavano i primi telai con le schede automatiche come nemici. Una regressione, quasi che la pandemia avesse cancellato di colpo un secolo di tutele crescenti, garanzie progressive, diritti riconosciuti.


La verità è che la crisi non è mai neutrale. Il virus minaccia tutti dal punto di vista sanitario, come se fosse imparziale, ma sul piano sociale agisce sulle disuguaglianze, accentuandole. In più ci ricatta, dopo aver compresso per mesi la nostra dimensione pubblica, riducendoci alla sfera privata, mentre limitava i nostri movimenti, mutilava la nostra rete di relazione, modificava il meccanismo del nostro lavoro. Era probabilmente inevitabile che si uscisse da queste costrizioni puntando sulla piena riconquista dell’indipendenza, nel mondo del lavoro e nel consumo del tempo libero. Ma proprio per questo serviva una pedagogia politica capace di unire l’autonomia riconquistata con la responsabilità necessaria, per sé e per gli altri. La destra populista invece ha fatto l’opposto, intercettando questa voglia di ridiventare padroni del nostro spazio e del nostro tempo per trasformarla in senso comune ideologizzato, scagliato contro le regole, la sicurezza, la prudenza, all’insegna della “libertà” del commercio e dell’impresa, senza più vincoli e senza condizionamenti: nemmeno dalla realtà del rischio virale.


In questo modo il primato assoluto della ripartenza crea un clima sociale in cui metà del Paese si considera sciolto dal dovere di fronteggiare la minaccia pandemica e autorizza se stesso a ribellarsi alle misure di contrasto e di precauzione: mentre accusa il governo e la sinistra di perseguitare gli italiani con la loro ossessione regolatoria. Nel rifiuto delle regole, nella frenesia di ripartire comunque, diventa lecito sospendere i meccanismi di sicurezza sul lavoro, se questo serve a sveltire la produzione; diventa normale chiedere ai neo-assunti come Laila di lavorare fino alle undici di sera se i picchi di domanda lo richiedono, diventa accettabile tagliare sulla formazione e sui controlli. Da investimento, la sicurezza torna ad essere un costo, e nient’altro. Tutto questo dimostra l’ipocrisia del concetto di libertà, quando è svilito a sinonimo di mano libera, invece di significare liberazione, nella piena espressione dei propri diritti e delle proprie facoltà. Anzi per questa via la libertà da ogni regola e da qualsiasi compatibilità, in nome dell’autonomia del capitale, acquista addirittura un connotato di classe, in stupefacente ritardo sulla fine del Novecento e sulla morfologia sociale del nuovo secolo.


Viene da chiedersi quale sia il modello di società che ha in mente la destra quando separa il profitto dalla salute e la produzione dalla sicurezza, nell’incapacità di cogliere l’energia sociale del lavoro, la sua costruzione continua di un orizzonte di emancipazione e di diritti, a vantaggio di tutti e soprattutto della cifra concreta di qualità della democrazia. La destra non lo sa e la sinistra lo ha dimenticato: perennemente alla ricerca della sua identità, fatica a riconoscere la bandiera del lavoro come il suo segno di riconoscimento più naturale e soprattutto più autentico, anche nella modernità. Il risultato è la nuova solitudine politica del lavoro: con Laila sola, lei e la macchina, in un Paese che manifesta contro il Green Pass ma tace mentre lei muore di lavoro. Qual è il vero scandalo della democrazia?