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Le democrazie nell'interregno

(afp)

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La ridefinizione dei sistemi dopo la caduta di Kabul
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Tra il non più e il non ancora. Gran parte dello smarrimento che ci sovrasta nel dopo-Kabul deriva dalla percezione di un passaggio d'epoca, dove è ben chiaro ciò che si sta esaurendo mentre restano indefiniti i contorni di ciò che sta per iniziare. La novità è il nostro ruolo e il nostro destino nella transizione. Non solo non siamo più i registi della trasformazione, che eravamo abituati a gestire nei tempi e nei modi dettati dalle nostre convenienze, ma entriamo nel cambio di stagione come in uno spazio conteso: abbiamo capito, confusamente, che non siamo i padroni esclusivi della storia, e soprattutto che non siamo gli unici abilitati a scriverla.


Mentre la sfida del terrore con l'Isis e quella dell'oscurantismo con i talebani sono in corso, la crisi di egemonia del Primo Mondo è già universalmente dichiarata. Uno strumento antico e primordiale come la guerra l'ha accertata rivelandola, e ha attravers…

Tra il non più e il non ancora. Gran parte dello smarrimento che ci sovrasta nel dopo-Kabul deriva dalla percezione di un passaggio d'epoca, dove è ben chiaro ciò che si sta esaurendo mentre restano indefiniti i contorni di ciò che sta per iniziare. La novità è il nostro ruolo e il nostro destino nella transizione. Non solo non siamo più i registi della trasformazione, che eravamo abituati a gestire nei tempi e nei modi dettati dalle nostre convenienze, ma entriamo nel cambio di stagione come in uno spazio conteso: abbiamo capito, confusamente, che non siamo i padroni esclusivi della storia, e soprattutto che non siamo gli unici abilitati a scriverla.


Mentre la sfida del terrore con l'Isis e quella dell'oscurantismo con i talebani sono in corso, la crisi di egemonia del Primo Mondo è già universalmente dichiarata. Uno strumento antico e primordiale come la guerra l'ha accertata rivelandola, e ha attraversato la corazza di superiorità tecnologica e scientifica che ci aveva illusi di scambiare il progresso per invulnerabilità. Ci si può chiedere come mai un conflitto in una regione lontana come l'Afghanistan ha questa portata generale e produce questi effetti in una dimensione non soltanto militare ma strategica, politica e culturale. La risposta è semplice: la guerra non è stata concepita dall'America come una pura prova di forza ma come un riordino del mondo dopo lo sfregio dell'11 settembre, dunque gli eserciti non sono andati a Kabul soltanto con le armi ma con i principii e i valori che caratterizzano le democrazie occidentali, gestiti e guidati dagli Usa in una contraddizione imperiale. Oggi, quando la ritirata prende la forma di una fuga, anche quei valori sono sconfitti e quei principii rimangono abbandonati sul campo, come gli armamenti passati nelle mani dei talebani.


L'Occidente ha perso non per la forza dei suoi avversari, ma per la potenza della contraddizione tra i suoi ideali e i suoi comportamenti. Prima e dopo. Per convertire un Paese e un popolo alla democrazia, infatti, la guerra non era lo strumento più adatto. Mentre oggi l'abbandono alla repressione talebana degli afghani che hanno creduto nelle promesse occidentali è una prova concreta di infedeltà politica e di incoerenza morale, oltre che di flessibilità opportunistica dei principii che predichiamo come assoluti e universali. Siamo cioè cattivi testimoni della fede in cui diciamo di credere, sovrastati da un accumulo di teoria democratica a cui non riusciamo a dare un seguito conseguente. E in questo modo costruiamo continuamente le contraddizioni della libertà, di cui la democrazia paga il prezzo come se fossero sue mentre invece sono nostre, di ognuno di noi come cittadino.


E qui, evidentemente, nasce il problema dell'oggi. Perché nel grande reset mondiale in corso dopo Kabul i problemi irrisolti con la guerra ci ritornano davanti e chiedono risposta. Se non si esporta la democrazia con le armi, come si reagisce a un attacco all'intero sistema occidentale come quello dell'11 settembre? Le democrazie, da quando esercitano il legittimo monopolio della forza, hanno non solo il diritto di difendersi, ma il dovere di garantire la sicurezza dei loro cittadini: come possono farlo senza sfigurarsi e rinnegarsi, cioè rimanendo fedeli a se stesse, al diritto e alla legalità internazionale? E intanto, come si può accettare che i diritti delle donne, l'uguaglianza e la libertà vengano confinati in una parte di mondo e il dominio di sopraffazione ingoi il resto? Cosa siamo disposti a fare, concretamente, per respingere questo ridimensionamento del nostro stesso orizzonte di libertà? Infine, mentre si appanna il primato americano, quale energia democratica i nostri Paesi possono mettere in campo per riequilibrare la tutela dei nostri valori?


Perché è di noi che stiamo parlando. La crisi afghana trasforma la questione democratica in un problema materiale, immediato, urgente e costringe tutti a rivelarsi prendendo posizione. Solo che il tema della democrazia non è amputabile a piacere, secondo i calcoli politici di parte. Se si dice no alla guerra contro il terrorismo bisogna proporre comunque un sistema di sicurezza e di contrasto; se si difendono i diritti conculcati bisogna difendere anche lo Stato di diritto come lo spazio dentro il quale quelle facoltà camminano e crescono allargandosi; se si condanna il fondamentalismo talebano bisogna sostenere il fondamento costituzionale delle istituzioni democratiche. Scopriamo che la democrazia è un insieme.


Potremmo dire che questa è la prova dell'Occidente, per tutti, anche per la politica italiana. Riconfermando la democrazia in questa fase d'incertezza si sceglie di rinegoziare il patto occidentale con l'America e di costruire un ruolo per l'Europa nelle grandi crisi del mondo, ancorando l'Italia alla sua storia costituzionale. Altrimenti si entra in terra incognita, dove tutto diventa relativo e disponibile, in attesa che qualcuno ci spieghi che la democrazia è semplicemente un reperto del Novecento, senza più valore nell'interregno che stiamo attraversando.