Forse è arrivato il momento di domandarci dove passa oggi la nuova linea di divisione del mondo, il meridiano zero. Lo spostamento d'equilibrio generale dopo l'abdicazione americana e la presa talebana di Kabul è appena iniziato e non sappiamo fin dove arriverà. Ma è evidente che sta riconfigurando le zone d'autorità e le aree d'influenza, i ruoli e le gerarchie anche molto lontano dall'Afghanistan, il teatro dove oggi assistiamo - impreparati - non soltanto a una ritirata militare ma a qualcosa di più: la rappresentazione della fine dell'ordine globale nel quale abbiamo vissuto fino a ieri.
Siamo naturalmente coinvolti, anzi chiamati in causa, perché la fuga americana distribuisce sugli alleati quote di insicurezza, di solitudine, di incertezza che si trasformano addirittura in un dubbio identitario. Infatti siamo tornati a chiederci chi siamo noi, qual è la nostra funzione contemporanea, il nostro spazi…
Forse è arrivato il momento di domandarci dove passa oggi la nuova linea di divisione del mondo, il meridiano zero. Lo spostamento d'equilibrio generale dopo l'abdicazione americana e la presa talebana di Kabul è appena iniziato e non sappiamo fin dove arriverà. Ma è evidente che sta riconfigurando le zone d'autorità e le aree d'influenza, i ruoli e le gerarchie anche molto lontano dall'Afghanistan, il teatro dove oggi assistiamo - impreparati - non soltanto a una ritirata militare ma a qualcosa di più: la rappresentazione della fine dell'ordine globale nel quale abbiamo vissuto fino a ieri.
Siamo naturalmente coinvolti, anzi chiamati in causa, perché la fuga americana distribuisce sugli alleati quote di insicurezza, di solitudine, di incertezza che si trasformano addirittura in un dubbio identitario. Infatti siamo tornati a chiederci chi siamo noi, qual è la nostra funzione contemporanea, il nostro spazio nel ridisegno del pianeta, e come veniamo percepiti dagli altri. E soprattutto, chi sono oggi gli altri?
Una sconfitta in guerra dev'essere giudicata secondo il calcolo della strategia militare che l'ha guidata e soprattutto secondo il codice della politica che l'ha decisa, per capire se quella politica era giusta o sbagliata. Ma intanto ci sono le conseguenze automatiche inevitabili nello stato d'animo dei popoli e dei Paesi, che fissano da sole e subito la misura psicologica, culturale, morale del cambiamento in corso. La questione è semplice: se l'America torna a pensare soltanto a se stessa, s'indebolisce quella comunità di destino che da tre generazioni lega insieme l'Europa e gli Stati Uniti, e ci ha definiti per tutto il lungo dopoguerra di pace. È qualcosa che va molto al di là dell'alleanza militare e della politica di sicurezza comune, puri strumenti di amministrazione del dopo-Yalta, con il mondo diviso in blocchi. Perché si tratta - almeno in teoria - della proiezione politica internazionale della democrazia organizzata in civiltà, sulla base delle costituzioni e delle istituzioni, del lavoro e del mercato, delle libertà e dei diritti.
L'ambizione di questo impegno e l'ampiezza del suo orizzonte è anche un riscatto e un antidoto ai totalitarismi del Novecento europeo, dunque un investimento sulla pace e sugli ideali di convivenza e di tolleranza, che resistono al tempo nonostante le tentazioni imperiali americane e le incoerenze personali di noi testimoni infedeli.
Ora la domanda cruciale, al di là della nuova dislocazione del potere, è se questo disegno di civiltà del diritto e dei diritti può essere affermato da ognuno per sé, in ordine sparso tra gli Stati con identità diverse e idee volubili, addirittura riducendo la democrazia liberale (perché di questo si tratta) da responsabilità comune e obbligazione assoluta sopra le parti, a variabile relativa che può essere manomessa secondo i cambi di stagione e le convenienze politiche. In uno slogan, il vincolo occidentale può sopravvivere senza l'Occidente, come sistema attivo di alleanza, di condivisione, di solidarietà? E più brutalmente, ma inevitabilmente: se l'America si allontana, noi possiamo essere occidentali da soli? Con quali strumenti, con quale politica? Siamo sicuri di essere in grado di garantire per noi stessi, senza un campo che ci unisce e ci identifica in una cornice di valori?
È a questo punto che tocchiamo con mano la debolezza dell'Europa, la grande incompiuta. Potremmo dire che ha generato la vicenda dell'Occidente, con la creazione prima della città, poi del diritto, quindi con la rivoluzione dei diritti: ma non ha chiuso il cerchio di quella vicenda dando una dimensione cultural-politica unitaria e una forma istituzionale definita al continente. Anche la copertura di un embrione di esercito europeo per la sicurezza comune oggi è impigliata nella rete procedurale dell'unanimità, che paralizza ogni possibilità di slancio. Alla prova della rinegoziazione degli equilibri mondiali dopo la crisi afghana, l'Europa non ha niente da dire, o meglio non ha una voce per dirlo a nome di tutti, un'autorità comune da far pesare sul campo, un potere capace di tradurre in politica corrente il suo deposito di storia e la sua elaborazione dei valori. Così il suo spazio non ha peso, ottant'anni dopo Ventotene e la proposta visionaria del manifesto: e di conseguenza la sua capacità di essere Occidente viene mutilata e tarpata, come se l'Europa lasciata sola non avesse un ancoraggio ideale e politico autonomo, condannata alla deriva dei continenti: la terra della memoria, e non altro.
Naturalmente i singoli Stati hanno interessi da difendere, una grandeur da restaurare, un ruolo da inseguire. Ma la scala globale su cui avvengono oggi i nuovi fenomeni rende irrilevanti le voci isolate, al di là del prestigio dei leader. L'Europa delle patrie è una radice dell'Europa di oggi, non la sua espressione. Il mondo, già prima di Kabul, sembrava destinato a uscire dalla vecchia logica bipolare fondata sulla pietra del Muro per affidarsi al confronto tra gli Stati-continente, gli Usa, la Russia e la Cina, in una competizione dove la tecnologia sostituisce l'ideologia. Oggi la partita è ancora questa, a tre, anche se nella redistribuzione del potere nuovi punti cardinali affiancheranno l'Est e l'Ovest, concetti cardine del vecchio mondo insufficienti a governare questa nuova stagione della pace fredda. Si stanno già affacciando con prepotenza le potenze regionali d'area: la Turchia a cui i talebani hanno chiesto di gestire tecnicamente l'aeroporto, il Qatar che è ormai la nuova capitale negoziale, il Pakistan, l'Iran, che si siedono al tavolo del dopo-Kabul "senza chiedere il permesso a nessuno", come ha detto Erdogan, sfruttando immediatamente il bisogno talebano di riconoscimento, di investimenti, di sicurezza.
Lo spazio per l'Occidente con gli aiuti umanitari, la diplomazia e il mercato è teoricamente aperto e se l'America è momentaneamente sotto impeachment l'Europa può provare a occuparlo portando nel dopo Kabul una politica condizionata ai valori della democrazia, dunque prima di tutto ai diritti fondamentali della persona e della libertà. Resta una domanda: ne siamo convinti, ne siamo capaci? Dubito che in Italia oggi la risposta sia univoca, sia per quanto riguarda il ruolo dell'Europa sia per ciò che concerne la funzione della democrazia. Ma allora non chiediamoci dove passa la nuova linea di divisione del mondo: se non crediamo nell'universalità dei principii liberal-democratici, quella linea oggi attraversa proprio noi, e le contraddizioni da cui nasce la nostra impotenza di occidentali per caso.