C’è in gioco molto più di una manciata di voti nella campagna di Salvini e Meloni contro il Green Pass, per ammiccare al popolo No Vax e sostanzialmente per rilanciare i dubbi, le diffidenze e la paura per i vaccini: con l’ambiguità di chi, come il leader della Lega, prima si immunizza personalmente, poi arriva al punto di dire che «le varianti nascono come reazione al vaccino». Certamente nell’area del gran rifiuto si muove un pezzo di elettorato allo sbando, che sembra aver travolto i recinti delle vecchie appartenenze ai partiti in nome di una scelta di rottura, di autonomizzazione e di non conformità al modello vigente: dunque voti in libera uscita, in cerca di rappresentazione e in attesa di un interprete. Ma proprio per la radicalità della frattura nel senso comune nazionale è probabile che i No Vax diffidino di ogni forma di politica organizzata, considerino la terra di nessuno dove sono approdati il loro t…
C’è in gioco molto più di una manciata di voti nella campagna di Salvini e Meloni contro il Green Pass, per ammiccare al popolo No Vax e sostanzialmente per rilanciare i dubbi, le diffidenze e la paura per i vaccini: con l’ambiguità di chi, come il leader della Lega, prima si immunizza personalmente, poi arriva al punto di dire che «le varianti nascono come reazione al vaccino». Certamente nell’area del gran rifiuto si muove un pezzo di elettorato allo sbando, che sembra aver travolto i recinti delle vecchie appartenenze ai partiti in nome di una scelta di rottura, di autonomizzazione e di non conformità al modello vigente: dunque voti in libera uscita, in cerca di rappresentazione e in attesa di un interprete. Ma proprio per la radicalità della frattura nel senso comune nazionale è probabile che i No Vax diffidino di ogni forma di politica organizzata, considerino la terra di nessuno dove sono approdati il loro territorio ideale e preferiscano mettere in scena se stessi direttamente, senza deleghe e mediazioni, affidando per ora la protesta al buco grigio del non voto.
D’altra parte il sentimento degli italiani riguardo alla vaccinazioni, al Green Pass e in genere alle misure di salvaguardia dalla pandemia non è in bilico, ma anzi è fortemente squilibrato a favore della tutela preventiva della salute individuale e collettiva, e due politici accorti come Salvini e Meloni devono tenerne conto. La ricognizione sociale compiuta pochi giorni fa su Repubblica da Ilvo Diamanti confina infatti al 17 per cento i cittadini che non vogliono il vaccino obbligatorio, contro il 64 per cento apertamente favorevole, con una crescita di 9 punti del sì da maggio ad oggi. Ma per quanto riguarda il Green Pass la percentuale di chi è d’accordo sale fino al 78 per cento e addirittura il 66 per cento dei probabili elettori di Fratelli d’Italia e il 72 per cento della Lega lo giudicano una misura necessaria, e non una limitazione della libertà e della democrazia, come dice la propaganda dei due partiti. Con queste tendenze, com’è evidente, i leader populisti che inseguono la pattuglia minoritaria di irriducibili rischiano di scontentare la vasta platea dei favorevoli, anche all’interno della loro stessa casa, con un autogol elettorale. Bisogna dunque cercare qualche altra ragione per spiegare la posizione dei sovranisti italiani, che a prima vista sembra contraria alla legge di gravità e al calcolo elementare del rapporto tra costi e benefici.
La spiegazione sta nella natura particolare della ribellione No Vax. Questa protesta non nasce infatti da una motivazione economica, da un interesse di categoria, da una rivendicazione di classe. È piuttosto una fermentazione naturale in atto da tempo, che oggi fa saltare il tappo del rapporto fiduciario tra il potere e i cittadini, dopo che nei primi due anni della pandemia questa fiducia aveva portato la popolazione ad accettare le misure di limitazione della libertà come una sottomissione volontaria alla necessità. Il carattere estremo dell’ordalia pandemica, l’ingresso in campo delle categorie ultime della vita e della morte, l’intimità personale di scelte che riguardano i destini privati, hanno sciolto il vincolo sociale, liberando pulsioni e istinti individuali che non sembrano riconducibili a una lettura comune della crisi Covid, a un’analisi condivisa. Anche il governo di larghissime intese non è portatore di una cultura unificante dell’emergenza, della salute e del lavoro.
Si è così sprigionata un’energia della negatività, che contesta il valore di ogni presupposto scientifico, di qualsiasi giudizio tecnico, di tutti i pareri degli esperti, respingendo di conseguenza le scelte governative che ne derivano, uscendo dalla politica di copertura generale della comunità nazionale, con i vaccini e la loro certificazione. Non si propone un’alternativa, che non c’è: si sceglie di star fuori, come se l’altrove fosse l’antidoto, il rifiuto la soluzione e la norma l’inganno. Ma proprio questi sono gli aspetti che interessano al populismo estremo di destra: la denuncia del sapere, una sorta di secessione culturale che si separa da ogni deposito di conoscenza; l’alterità rispetto al sentire collettivo e alle scelte condivise; il rigetto della regola, che significa il disconoscimento di qualsiasi autorità e dell’agire comune.
Sono tutti fenomeni che disegnano un anno zero della repubblica, dove l’eresia ha gli stessi diritti della verità scientifica e la soppianta, aprendo una stagione in cui salta ogni eredità culturale, ogni discendenza storica e l’anomalia scende in piazza come la vera alternativa non tanto al governo, ma al concerto istituzionale, rinnegando il sapere, il pensiero condiviso, l’ortodossia. È il terreno propizio, anzi ideale per l’avvento di un estremismo populista che nell’attuale configurazione nazionalista e sovranista non ha una storia, e dunque cerca nella bandiera nera della ribellione corsara un nucleo germinale e un’emozione di popolo capace di generare un nuovo bisogno di destra, sciolto dalle regole, ideatore e animatore di una democrazia anomala. Lo ha appena denunciato l’ex presidente americano George W. Bush: «Oggi una parte della politica è diventata un nudo appello alla rabbia, al risentimento e alla paura». Non è la paura dei vaccini (legittima come ogni inquietudine in democrazia) la scintilla costitutiva di questa rottura del sentimento repubblicano, ma l’uso che si fa della paura, la sua traduzione in politica: puntando non sull’emancipazione dei soggetti coinvolti, ma sulla loro deriva rispetto a una pratica democratica condivisa.
Mentre il populismo grillino sembra fare il percorso inverso, via via istituzionalizzandosi, il populismo di destra cerca tutti i veicoli sociali ed emotivi per fuoriuscire da una responsabilità comune che unisca la tutela della salute e la salvaguardia del lavoro, nell’equilibrio della vera libertà. Coltivando la grande diffidenza, l’eterno dubbio, il continuo sospetto dei no vax Salvini e Meloni in realtà si preparano al governo covando l’uovo dell’antisistema.