Spenti i riflettori del G20, raccolte le monetine di buon augurio che i leader del mondo hanno lanciato nella fontana di Trevi, al cittadino sovrastato dalla dimensione universale delle emergenze che lo investono restano due certezze, contrastanti. La prima è che la politica dopo il grande interdetto pandemico sta finalmente provando a riportare sotto governo un mondo finito fuori controllo; la seconda è che non ci sono miracoli all’orizzonte, perché come si è visto a Roma la governance mondiale non ha ricette salvifiche. Tocca dunque ad ognuno di noi cambiare la scala delle priorità e pretendere dalla politica questa stessa rivoluzione, l’unica che può provare a governare i nuovi fenomeni scatenati nell’urto della crisi, prima che la crisi cambi il nostro modo di vivere, di governare e di far politica. Sta già avvenendo, e proprio nella nostra casa europea.
Cieco e sordo mentre cammina sulla strada del contagio, il …
Spenti i riflettori del G20, raccolte le monetine di buon augurio che i leader del mondo hanno lanciato nella fontana di Trevi, al cittadino sovrastato dalla dimensione universale delle emergenze che lo investono restano due certezze, contrastanti. La prima è che la politica dopo il grande interdetto pandemico sta finalmente provando a riportare sotto governo un mondo finito fuori controllo; la seconda è che non ci sono miracoli all’orizzonte, perché come si è visto a Roma la governance mondiale non ha ricette salvifiche. Tocca dunque ad ognuno di noi cambiare la scala delle priorità e pretendere dalla politica questa stessa rivoluzione, l’unica che può provare a governare i nuovi fenomeni scatenati nell’urto della crisi, prima che la crisi cambi il nostro modo di vivere, di governare e di far politica. Sta già avvenendo, e proprio nella nostra casa europea.
Cieco e sordo mentre cammina sulla strada del contagio, il virus ha infatti già decretato la fine dell’austerità, costringendo l’Europa a stravolgere la linea del rigore per finanziare un’azione di contrasto alla pandemia e di rilancio del sistema economico di base paralizzato dai lockdown. Dunque il virus ha fatto politica, attaccando le istituzioni e costringendo il meccanismo burocratico e regolamentare di Bruxelles a stravolgere se stesso fuoriuscendo dai parametri e dai controlli per inventarsi una nuova missione: la ricostruzione, finanziata con gli Eurobond, la mutualizzazione del debito tra i diversi Paesi, cioè una misura straordinaria che soltanto pochi anni fa era impensabile e che cambia il volto dell’Unione. Adesso è il momento di fare una seconda mossa, completando il ridisegno del profilo europeo.
Un nuovo attore è infatti sceso in campo, a scompaginare un paesaggio già stravolto dall’attacco virale: è l’emergenza climatica, che sempre più invia dal territorio devastato segnali concreti di un pianeta fuori controllo, chiedendo governo, consapevolezza, tempestività per colmare il ritardo colpevole e arginare il disastro ormai quotidiano. Il doppio assedio certifica che le regole con cui l’Unione si è retta fin qui non bastano più. Si può chiudere un occhio dissociando la sostanza dalla forma, e stiracchiare i vecchi precetti fino a coprire le nuove politiche che sono imposte dai pericoli e dalle urgenze del momento, come si è fatto davanti al Covid quando tutto l’impianto regolatorio di Bruxelles è stato bypassato dai fatti. Ma oggi, archiviata la fase più violenta dell’attacco, quando il mondo era senza vaccino e poteva difendersi soltanto rinchiudendosi nelle case, non si può più far finta di niente, anche perché la minaccia ecologica non concede tempo: se siamo nel vortice di una rivoluzione servono nuove regole per il nuovo mondo.
L’irruzione della realtà sta dunque regolando i conti con i parametri dell’austerità, che da politica era diventata moderna ideologia, l’unica superstite nell’Europa occidentale. Certo del regolatore c’è sempre bisogno, e del controllore non si può fare a meno, soprattutto nei Paesi più gravati dal peso del debito pubblico che nella zona euro oggi registra una media record del 101 per cento del Pil (160 per l’Italia). Questa crescita abnorme, che è l’effetto secondario del virus, disarma e disabilita la misura automatica prevista per gli Stati più esposti, con l’obbligo - oggi del tutto irrealistico - di ridurre di un ventesimo all’anno la quota di debito che supera il 60 per cento del Pil. Fino ad ora, sotto l’urto della crisi pandemica la normativa si è dimostrata sorprendentemente elastica, capace di adattarsi alla necessità imprevista, così come la cultura regolatoria di Bruxelles si è rivelata più duttile del previsto. Ma il dubbio di oggi, fondato, è che la flessibilità delle vecchie regole non basti da sola a governare il corso di un debito di queste dimensioni, affrontando contemporaneamente le nuove emergenze. In una formula, la flessibilità può curvare la regola per coprire un’eccezione nel pieno di una crisi, ma fortunatamente non può sostituire una politica.
Questo decennio è infatti decisivo per le sfide della transizione climatica e dell’innovazione digitale. Entrambe le partite richiedono una massa di investimenti enorme, che dovrà mobilitare l’industria privata ma necessariamente avrà bisogno di uno sforzo pubblico senza precedenti: soltanto per l’impegno di transizione ecologica servono infatti 520 miliardi di investimenti aggiuntivi all’anno, per dieci anni. L’Europa si trova quindi davanti a una congiuntura inedita. Deve gestire un debito pubblico che non è mai stato così alto e nello stesso tempo deve varare un piano di sviluppo con investimenti fuori misura, che per forza di cose prevedono altri interventi pubblici massicci. Alle necessità imposte dalla doppia crisi, sanitaria ed ecologica, si aggiunge proprio qui un problema morale, immediatamente politico: evitare che i due passaggi al nuovo mondo digitale e ambientale - e dunque al governo della post-modernità - diventi un privilegio per i Paesi che non sono assillati dal debito e un discrimine per gli altri, tagliando fuori i meno virtuosi. Significherebbe lavorare oggi per avere due Europe domani, una ricca di sapere, innovazione e benessere ambientale, l’altra sguarnita di tutto questo e perciò condannata alla nuova povertà, aggravando le differenze fino a farle diventare conflittuali, con ripercussioni nel sociale e infine nella politica.
Cautamente, la Commissione sta raccogliendo opinioni e suggerimenti su come riscrivere il Patto di stabilità che il Covid ha sospeso fino al 30 dicembre 2022, interpellando gli Stati, le istituzioni, le università, gli istituti finanziari. Si discutono ipotesi diverse, dalla modifica delle regole che stabiliscono il ritmo di riduzione del debito alla sua spalmatura su un periodo di 30-40 anni, all’ipotesi lanciata dal Mes di portare il tetto del debito nel Patto dal 60 al 100 per cento del Pil: in fondo, l’indicazione di quota 60 non viene dalla cabala di Bruxelles ma dall’indebitamento medio nel 1991, che era appunto il 60 per cento del Pil mentre oggi è il 101. Ma dietro ogni discussione a inquietare i Paesi “frugali” c’è il fantasma della golden rule, il criterio ipotizzato per ammortizzare il maggior indebitamento causato dal Covid, sterilizzandolo con una disciplina particolare che lo escluda dal computo del deficit e del debito. E magari si allarghi fino a comprendere anche gli investimenti digitali.
La riscrittura del Patto è indispensabile, perchè la flessibilità non può fare miracoli. Se manca il tempo e l’unanimità per rivedere i trattati, si può però manovrare sui regolamenti, con un intervento legislativo e non solo di interpretazione. Non è più tempo di cerotti, infatti, e c’è un limite anche a ciò che si può fare senza mai dirlo. Anche perché la garanzia politica che dovrebbe sovrintendere all’intera operazione è sottile come un velo. Scholz dopo aver vinto in Germania dovrà conquistarsi passo passo l’autorità europea della Merkel, Macron è insidiato in casa dalla destra estrema, in Spagna il governo litiga, a Roma i sovranisti dopo la sconfitta nei municipi serrano i ranghi, ostacolando Draghi. Eppure bisognerebbe avere il coraggio di dire che proprio perché appare impossibile, la sfida pretende addirittura un’innovazione politica, e il momento è adesso. Ma il coraggio, l’Europa se lo può dare?