Respingere il ricatto: il Quirinale e le mosse di Berlusconi
di Ezio Mauro , di Ezio MauroA che punto siamo? Questa è la domanda che si fanno i cittadini e che, come accade sempre nei momenti di crisi e d'emergenza, rivolgono al governo. In una società democratica, infatti, l'esecutivo prima ancora di adottare le misure necessarie per gestire l'emergenza è chiamato a decifrarla, interpretarla e renderne conto alla pubblica opinione che chiede di conoscere e capire, per giudicare.
Oggi le incertezze riguardano due grandi questioni che si intrecciano: la prima è l'assedio del virus, che muta la sua forma ma non muta l'insidia, suscitando inquietudini e interrogativi in una popolazione provata da due anni di battaglia contro il pericolo del contagio; la seconda è la partita del Quirinale ormai alle porte, una contesa nella quale a differenza di altre volte oggi si gioca anche la sorte del governo, e dunque la fisionomia complessiva del vertice politico-istituzionale del Paese in una fase molto delicata e incerta.
La dop…
A che punto siamo? Questa è la domanda che si fanno i cittadini e che, come accade sempre nei momenti di crisi e d'emergenza, rivolgono al governo. In una società democratica, infatti, l'esecutivo prima ancora di adottare le misure necessarie per gestire l'emergenza è chiamato a decifrarla, interpretarla e renderne conto alla pubblica opinione che chiede di conoscere e capire, per giudicare.
Oggi le incertezze riguardano due grandi questioni che si intrecciano: la prima è l'assedio del virus, che muta la sua forma ma non muta l'insidia, suscitando inquietudini e interrogativi in una popolazione provata da due anni di battaglia contro il pericolo del contagio; la seconda è la partita del Quirinale ormai alle porte, una contesa nella quale a differenza di altre volte oggi si gioca anche la sorte del governo, e dunque la fisionomia complessiva del vertice politico-istituzionale del Paese in una fase molto delicata e incerta.
La doppia incognita è arrivata direttamente davanti a Mario Draghi, nella conferenza stampa convocata dopo le critiche per la mancata informazione nel giorno dell'ultimo decreto anti-Covid. Il presidente del Consiglio ha risposto alle domande sulla strategia di contrasto alla pandemia, e non ha detto nulla sulla sua personale strategia riguardo il governo e il Quirinale. Ma ormai è evidente che Draghi non si muove solo in questa contesa, perché la sua è una partita doppia, giocata a distanza con Silvio Berlusconi.
Ufficialmente nessuno dei due è candidato alla presidenza della Repubblica. Berlusconi è pienamente in campo dal punto di vista dell'attività venatoria, cercando ad uno ad uno i voti che gli mancano, ed è intanto pronto a giocarsi il tutto per tutto nel quadro politico generale anche a costo di terremotarlo, pur di costruire le condizioni di alleanza o almeno di intesa che possano favorirlo, e pur di ostacolare il decollo di candidature concorrenti.
Draghi è obbligato alla prudenza dal suo carattere istituzionale, dall'abitudine ad essere scelto più che a scegliere e dal riguardo che deve avere il Capo del governo di un Paese sottoposto ad una prova difficile. Se nelle ultime dichiarazioni, prima di Natale - dichiarandosi a disposizione delle istituzioni e soprattutto assicurando che la strategia del governo poteva comunque continuare anche nei prossimi mesi, indipendentemente dalla guida dell'esecutivo - aveva dato l'impressione di essere pronto per il Colle, lunedì 10 gennaio si è concentrato esclusivamente sui problemi di governo, rifiutandosi di rispondere ad ogni domanda sul Quirinale. Ma Berlusconi con due mosse è praticamente arrivato fin sotto il balcone di Palazzo Chigi, chiamandolo in causa direttamente.
Proprio lunedì 10 gennaio, il giornale berlusconiano di famiglia che qualche giorno fa aveva minacciato il presidente del Consiglio, anticipandogli l'accusa di "diserzione" se davvero pensasse di lasciare il governo per il Quirinale, aveva suggerito a Draghi di fare il gran rifiuto, annunciando pubblicamente che rinunciava a ogni ipotesi di candidatura per la presidenza della Repubblica, togliendo così il suo nome dalla corsa. A questo punto, eliminato il candidato più forte e più insidioso, Berlusconi avrebbe potuto scendere ufficialmente in campo per la seconda volta, realizzando già solo con la candidatura ciò che il buonsenso repubblicano considera inverosimile, che il decoro istituzionale giudica indecente, e che la regola democratica valuta impossibile.
Ma quando ha capito che Draghi non ubbidiva né alle minacce né ai consigli interessati, il Cavaliere è andato oltre e, pochi minuti prima della conferenza stampa del presidente del Consiglio, ha fatto filtrare una "velina" in cui assicura - dal suo pulpito - che "Draghi a molti non piace", anche perché "la sua elezione significherebbe elezioni anticipate, voto subito".
Prima ancora che la gara abbia inizio, dunque, Berlusconi lancia la bomba finale che può scatenare la paura dei parlamentari dispersi e sbandati, senza prospettiva di tornare alle Camere, e può distruggere insieme candidature, legislature, maggioranze e governi, facendo terra bruciata e costruendo un deserto politico. Sulla minaccia c'è anche il bollino di garanzia, che la certifica come concreta e reale: Berlusconi infatti annuncia che "senza Draghi a palazzo Chigi Forza Italia non si sente vincolata a sostenere alcun governo e, nel caso, uscirebbe dalla maggioranza".
Le domande che si erano radunate davanti a Draghi, dunque, hanno avuto risposta da Berlusconi. Dove siamo? Esattamente qui: pronti un'altra volta a mettere tutto in gioco per il destino personale di un solo personaggio che conferma anche oggi di aver guidato il governo, ma di non essere mai diventato un uomo di Stato.
È sufficiente questo inizio di partita per spingere tutte le forze responsabili a opporsi all'avventura, trovando subito un'intesa su un presidente di garanzia democratica e di responsabilità repubblicana, nel solco di Sergio Mattarella.