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Quirinale, evitare il tribalismo politico

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L'ostacolo della candidatura di Berlusconi in vista del 24 gennaio
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Per le tribù politiche italiane il voto sul Capo dello Stato è l'occasione per riconoscersi in un comune interesse nazionale, riuscendo a rivolgersi all'intera comunità degli elettori.


Che la politica italiana sia affollata da tribù lo descrive il Parlamento frutto delle politiche del 2018. Quel voto coincise con una fase dì estremo indebolimento della forze tradizionali, di ispirazione popolare, liberal-democratica e socialista, e portò all'affermazione dì forze della protesta - Cinquestelle e Lega - che da allora hanno vissuto una moltitudine dì trasformazioni, con il risultato di avere oggi un Parlamento dove il gruppo misto è il più numeroso dì sempre, almeno la metà degli eletti nel partito dì maggioranza relativa - il M5S - è in libera uscita e nessuno dei leader dei maggiori partiti può dirsi sicuro dì controllare al di la di ogni ragionevole dubbio i vo…

Per le tribù politiche italiane il voto sul Capo dello Stato è l'occasione per riconoscersi in un comune interesse nazionale, riuscendo a rivolgersi all'intera comunità degli elettori.


Che la politica italiana sia affollata da tribù lo descrive il Parlamento frutto delle politiche del 2018. Quel voto coincise con una fase dì estremo indebolimento della forze tradizionali, di ispirazione popolare, liberal-democratica e socialista, e portò all'affermazione dì forze della protesta - Cinquestelle e Lega - che da allora hanno vissuto una moltitudine dì trasformazioni, con il risultato di avere oggi un Parlamento dove il gruppo misto è il più numeroso dì sempre, almeno la metà degli eletti nel partito dì maggioranza relativa - il M5S - è in libera uscita e nessuno dei leader dei maggiori partiti può dirsi sicuro dì controllare al di la di ogni ragionevole dubbio i voti che i propri eletti daranno in segreto. La somma fra la proliferazione delle correnti nei partiti, la vulnerabilità della leadership del M5S e il numero record di peones senza casacca rende i 1009 grandi elettori - deputati, senatori e delegati regionali - lo specchio spietato di un'Italia parlamentare dominata o condizionata dalle fedeltà tribali ovvero piccoli e grandi gruppi che si riconoscono per ragioni estreme, personali o mutevoli. È probabilmente il Parlamento più lontano da quell'idea dì Repubblica fondata sui partiti politici nata nel 1948 che ci ha accompagnato riuscendo ad esprimersi sempre con coerenza in occasione dell'elezione di 12 presidenti della Repubblica, inclusa l'unica rielezione, quella di Giorgio Napolitano. Il fatto che tutto ciò avviene sullo sfondo dell'approvazione di un referendum popolare che ha archiviato questo Parlamento - nel 2023 ne eleggeremo uno diverso e con meno rappresentanti - contribuisce a spiegare perché il declino dì legittimità dì questa assemblea moltiplica il tribalismo dell'aula.


Ma a fronte di un Parlamento fiaccato dal declino di leader, partiti e legami di rappresentatività, l'Italia si trova al momento guidata da due leader - Sergio Mattarella al Quirinale e Mario Draghi a Palazzo Chigi - che sono riusciti a rafforzare le istituzioni consentendo al Paese di rispondere all'interesse nazionale ovvero fronteggiare la doppia drammatica emergenza della pandemia di Wuhan e della ricostruzione economica. Per i leader dei partiti che si trovano a gestire i 1009 grandi elettori si tratta dunque di identificare una soluzione che consenta di difendere questo interesse nazionale dal tribalismo in agguato nell'aula.


È un'urgenza tanto più grande quanto è costellata da un'agenda politica 2022 da far tremare i polsi: sul fronte sanitario il passaggio da Omicron ad una convivenza con il virus ancora tutta da inventare; sul fronte europeo il temibile negoziato che incombe con la Commissione di Bruxelles sulla ridefinizione dei fondi del Next Generation Eu; sul fronte energetico gli aggiustamenti necessari alla Transizione Green per impedire alle nostre aziende di soccombere davanti alla concorrenza straniera; sul fronte del lavoro la sfida di diseguaglianze sempre più aggressive a causa delle delocalizzazioni selvagge; sul fronte interno la minaccia di un estremismo violento che, sfruttando le bandiere No Vax, pone rischi per la sicurezza collettiva; sul fronte del Mediterraneo il ritorno della Jihad dalle sabbie del vicino Sahel; sul fronte globale la competizione strategica fra Occidente e Cina che attraversa anche la nostra Penisola; e sul fronte Nato nientemeno che il rischio di un imprevedibile conflitto sull'Ucraina con la Russia di Vladimir Putin. Ce n'è abbastanza per comprendere come il nostro Paese sia pericolosamente in bilico fra la stagione di stabilità interna e credibilità internazionale ritrovata nell'ultimo anno e il rischio di essere travolto da una politica tribale, incapace di riconoscere e difendere gli interessi nazionali e dunque destinata a far ripiombare in fretta l'Italia nel ruolo di Grande Malato d'Europa.


Da qui la necessità che le forze politiche nel voto sul Quirinale facciano prevalere l'interesse della nazione sul tribalismo. È stato il Presidente Mattarella ad auspicarlo con chiarezza nel discorso di fine anno quando ha ricordato che la Costituzione prevede un Capo dello Stato capace di "rappresentare l'unità della nazione". Ed anche il premier Draghi vi si è riferito, sottolineando l'importanza di una coalizione fra i Grandi elettori "anche più vasta dell'attuale maggioranza" nella scelta del nuovo Presidente della Repubblica. È questa la strada da seguire per trasformare il voto sul Colle in un momento capace di rafforzare - e non affossare - stabilità interna e credibilità internazionale del Paese. Una strada che Enrico Letta, segretario del Pd, ha dimostrato di condividere con la posizione espressa ieri nella direzione del suo partito sul "campo largo" ed a cui altre voci della politica si richiamano con azioni e linguaggi diversi ma convergenti: da Gianni Letta, anima moderata del centrodestra, al ministro Cinquestelle Luigi Di Maio, dal capogruppo della Lega Riccardo Molinari fino al leader di Italia Viva, Matteo Renzi.

 

L'ostacolo della candidatura di Silvio Berlusconi, un leader di partito per definizione impossibilitato a rappresentare l'unità del Paese, nasce proprio dalla dinamica opposta ovvero dal trionfo dell'anima tribale e settaria di un centrodestra convinto di poter prevalere numericamente grazie alla vulnerabilità della palude parlamentare. Per i leader del centrodestra imprigionati dal tribalismo berlusconiano la via d'uscita è far prevalere l'interesse collettivo e cercare, con quelli di tutte le altre forze politiche, di definire un patto capace di scegliere non solo l'inquilino del Colle ma - se fosse necessario - anche quello di Palazzo Chigi. Per dare al Paese una guida sicura al fine di affrontare le temibili sfide che incombono su tutti noi.