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Senza alibi

(agf)

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Sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica pesano quattro elementi legati alla fase politica e storica che il Paese attraversa. Ma c'è anche un problema 
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Le urne della Repubblica si aprono oggi per eleggere il Capo dello Stato, con quattro nuovi elementi che segnano questa fase politica mentre non erano presenti in passato, e che influenzeranno la scelta dei Grandi elettori riuniti a Montecitorio.

Cominciamo dalla constatazione che l'intero mondo politico italiano ha vissuto sotto ipnosi questo lungo periodo di avvicinamento al Colle, suggestionato dal miraggio di due semicandidature molto diverse tra di loro - quella di Berlusconi e quella di Draghi - che apparivano e scomparivano, ma intanto occupavano il terreno e assorbivano le energie politiche di chi le sosteneva, di chi le avversava e anche di chi aspettava di decifrare i rapporti di forza prima di schierarsi. Il risultato è stato nei fatti la neutralizzazione del periodo dell'avvento quirinalizio, che poteva essere speso dai partiti nella definizione delle ipotesi di intesa, di veto e di schieramento. Così oggi si parte da zero, come se non ci fosse un…

Le urne della Repubblica si aprono oggi per eleggere il Capo dello Stato, con quattro nuovi elementi che segnano questa fase politica mentre non erano presenti in passato, e che influenzeranno la scelta dei Grandi elettori riuniti a Montecitorio.

Cominciamo dalla constatazione che l'intero mondo politico italiano ha vissuto sotto ipnosi questo lungo periodo di avvicinamento al Colle, suggestionato dal miraggio di due semicandidature molto diverse tra di loro - quella di Berlusconi e quella di Draghi - che apparivano e scomparivano, ma intanto occupavano il terreno e assorbivano le energie politiche di chi le sosteneva, di chi le avversava e anche di chi aspettava di decifrare i rapporti di forza prima di schierarsi. Il risultato è stato nei fatti la neutralizzazione del periodo dell'avvento quirinalizio, che poteva essere speso dai partiti nella definizione delle ipotesi di intesa, di veto e di schieramento. Così oggi si parte da zero, come se non ci fosse un'intelligenza strategica della società politica da sfruttare, e nel momento in cui una candidatura appassisce si preoccupa di azzoppare anche l'altra, comunque, purché la somma risulti nulla. La mancanza di una tessitura preparatoria della trama politica consegna la scelta delicata del Presidente alla tattica e all'estemporaneità, sotto la pressione del tempo e a urne aperte, nell'affanno di quel soggetto politico eccezionale nei numeri e ingovernabile negli umori che è un collegio elettorale dove si riuniscono insieme deputati, senatori e rappresentanti regionali, davanti agli occhi dei cittadini.

La seconda novità comincia dove finisce la prima. Infatti la vicenda degli ultimi mesi dimostra che per fortuna esistono i partiti, attraverso i quali si articolano le diverse culture politiche, si collegano i valori con gli ideali e con gli interessi legittimi, ed esistono i leader che impersonano e guidano questo processo. Ma sarebbe difficile oggi dire che esiste un "sistema", nel senso di un concerto di istituzioni e di soggetti politici che al di là dei diversi ruoli di maggioranza e opposizione si riconoscono nella comune appartenenza allo spirito repubblicano: e da questa coscienza democratica di sistema traggono la capacità di fare fronte alle emergenze e alle scadenze decisive per il Paese. La debolezza del sistema politico trova purtroppo conferma nella rapsodicità con cui viene affrontato il tema del Quirinale, riducendolo a un toto-nomi invece di considerarlo sotto la fattispecie del metodo e soprattutto delle esigenze specifiche della fase. Perché la scelta del Capo di Stato ogni sette anni non avviene sotto una bolla di vetro, ma nel vivo della vicenda sociale che la influenza necessariamente, se le istituzioni non vogliono vivere separate, lontano dai cittadini.

Qui c'è il terzo dato da considerare, caratteristico purtroppo dei tempi che viviamo. È la pandemia che nel silenzio della politica porta il virus a sedersi al tavolo dove si radunano gli elementi che concorrono alla selezione politica del Presidente, facendo pesare il problema sanitario, disciplinare, regolatorio, economico, di sicurezza, di libertà e di solidarietà che due anni di assedio del contagio hanno concentrato in una pressione senza precedenti sul cittadino. In questo senso si può dire che il virus è un soggetto politico improprio ma attivo, anche se cieco. Bisogna ammettere che il voto per il Quirinale avviene sotto emergenza: l'elezione del Capo dello Stato deve tener conto di questa novità, che distribuendo ansia accelera le attese dei cittadini, e chiede allo Stato una risposta adeguata almeno nei tempi e nelle procedure all'eccezione che stiamo vivendo.

C'è infine un'ultima novità. La scelta del Presidente è il primo grande evento politico del dopo-Berlusconi, nel senso che l'autocandidatura del Cavaliere, portata avanti fin sul limite dell'impossibile, segna la fine di una lunga avventura tutta giocata in prima persona, e consegna il fondatore della moderna destra italiana a un ruolo di padre nobile e non più di leader. Per la prima volta il principio di realtà prevale sull'ideologia di sé e sull'autocertificazione mitologica del miracolo quotidiano perenne, dove nulla è irraggiungibile per il Capo mentre tutto è concesso, perché la storia può scorrere solo nella direzione della leggenda: altrimenti viene riscritta, affinché risponda alla sua funzione ancillare della politica. Berlusconi che da priore diventa abate toglie ogni alibi a Salvini e Meloni, eterni aspiranti leader.

L'attesa è finita, sono in prima linea, il momento è questo: il campo della destra è sgombro, si tratta di capire se sapranno riempirlo, e soprattutto guidarlo. Invocare un presunto diritto a lanciare un candidato di destra è una distorsione politica, nel senso che la destra ha certo il diritto, come chiunque, di fare le sue proposte, ma la sinistra ha il diritto corrispondente di respingerle se non rispondono alle esigenze del ruolo. Perché nessuno dei due schieramenti (se qualche gruppo non emigra, cambiando campo) ha i numeri per decidere da solo, ed entrambi sono condannati a un'intesa. Questo alza la responsabilità per tutti, nel dovere di evitare soluzioni minimali di basso compromesso per la carica più alta del Paese.

Il problema non è che manca il kingmaker, come racconta chi crede che il Capo dello Stato venga fuori dalla magia di un cappello in un gioco di prestigio. La verità è che manca la capacità di egemonia, cioè di mettere in campo una cultura politico-istituzionale capace di selezionare un candidato di sicura fede democratica, rispettoso del decoro della Repubblica, capace di buonsenso istituzionale, garante della Costituzione e della tradizione dell'Italia in Europa e in Occidente: e su questo nome di garanzia per tutti, costruire il più ampio consenso. Ma l'egemonia uno non se la può dare.