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Le due guerre del Cremlino

(reuters)

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L'aggressione all'Ucraina e quella alla democrazia occidentale
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Ci sono due guerre in corso sulla linea del Dnepr, il fiume della Storia che sta diventando la nuova frontiera tra Est e Ovest. La prima è una guerra di carne, sangue e terra come i conflitti classici del Novecento, con la città di Kiev che prova a resistere intrappolando nei boschi e nei tweet la potenza dei suoi aggressori, all'assalto del cuore dell'Ucraina. La seconda è la guerra alla democrazia che è la prima vera battaglia del secolo nuovo e promette di ridisegnarlo nei suoi equilibri, nella sua gerarchia e nei suoi valori, non soltanto nei suoi confini, perché è un conflitto di idee e di identità, che ha per posta l'egemonia culturale del nuovo mondo. Nel primo caso, sono contrapposte la Russia e l'Ucraina. Nel secondo la Russia e l'Occidente, perché Putin in realtà con le sue truppe uscite dalle caserme sta cercando nei vicoli di Kiev l'anima dell'Europa.


Tutto questo accade perch&eacu…

Ci sono due guerre in corso sulla linea del Dnepr, il fiume della Storia che sta diventando la nuova frontiera tra Est e Ovest. La prima è una guerra di carne, sangue e terra come i conflitti classici del Novecento, con la città di Kiev che prova a resistere intrappolando nei boschi e nei tweet la potenza dei suoi aggressori, all'assalto del cuore dell'Ucraina. La seconda è la guerra alla democrazia che è la prima vera battaglia del secolo nuovo e promette di ridisegnarlo nei suoi equilibri, nella sua gerarchia e nei suoi valori, non soltanto nei suoi confini, perché è un conflitto di idee e di identità, che ha per posta l'egemonia culturale del nuovo mondo. Nel primo caso, sono contrapposte la Russia e l'Ucraina. Nel secondo la Russia e l'Occidente, perché Putin in realtà con le sue truppe uscite dalle caserme sta cercando nei vicoli di Kiev l'anima dell'Europa.


Tutto questo accade perché la Storia si è spezzata. Improvvisamente non c'è più un racconto unico del mondo, condiviso e accettato dai vincitori e dai vinti dei vecchi conflitti, dai premiati e dagli sconfitti della globalizzazione, dai superstiti delle crisi che abbiamo attraversato: tutti con la loro legittima lettura particolare degli eventi, ma tutti tenuti dentro la cornice generale di una vicenda comune in cui ci siamo riconosciuti, accettando la moralità politica del suo percorso, pur tra tante contraddizioni e frequenti infedeltà. Il Novecento dopo aver dischiuso proprio qui in Europa l'orrore di due guerre mondiali ha regolato i conti con le due pretese totalitarie che aveva generato, la lezione del conflitto e l'ambizione della pace hanno faticosamente realizzato un sistema di garanzia internazionale e un meccanismo di regolazione delle tensioni tra i Paesi, la tecnologia e la paura hanno trasformato la potenza atomica di distruzione in deterrenza, la politica ha sorvegliato i nazionalismi costruendo in Europa un'Unione col compito di radunare la Storia e la civiltà del continente trasformandola in autorità e identità.


La cifra unificante di questo processo è la democrazia, infine unica religione civile superstite dopo la morte delle ideologie, riconosciuta come valore supremo ovunque, praticata con ambiguità in più di una capitale, in contraddizione con se stessa nella prova delle crisi, insidiata dalla scorciatoia semplificatrice del populismo, svuotata dagli abusi del moderno autoritarismo: e tuttavia punto di riferimento comune, principio ispiratore e regolatore non solo della politica, ma della vita sociale. Potremmo dire che la democrazia dei diritti e la democrazia delle istituzioni, insieme con lo Stato di diritto e la legalità internazionale è la vera natura del patto di civiltà che lega l'Europa, gli Stati Uniti, Israele e il Giappone in una cultura comune, che chiamiamo Occidente. In questi lunghi decenni di pace, questo impegno è stato talvolta travisato, mistificato e anche tradito, ma non rinnegato. Faticosamente, ha rappresentato il codice condiviso di interpretazione del bene e del male nella modernità e nella quotidianità, della declinazione del progresso civile nel rispetto della giustizia e della libertà. Com'è evidente la scelta della democrazia e la sua pratica è appunto un'espressione di libertà, ma è soprattutto un vincolo: agli egoismi, all'irresponsabilità, all'abuso e al sopruso, alla dismisura e allo squilibrio, alla potestà della forza.


Abbiamo creduto che questi valori potessero diventare universali, in un atto di fede. Abbiamo pensato di esportarli con le armi, in un gesto di superbia. Siamo stati testimoni incoerenti, e tuttavia testardi nel credere alla democrazia: perché noi siamo questo, o non siamo nulla. Oggi la guerra portata da uno Stato sovrano contro e dentro un altro Stato sovrano attraversa e sgretola tutta questa impalcatura, infrange il diritto internazionale, violenta la sovranità nazionale, fa saltare quei vincoli reciproci, nega il diritto del popolo ucraino di scegliere il suo destino, svuota di qualsiasi autorità l'Onu, infrange la mappa del mondo disegnata a Jalta, rompe la sacralità del confine. Ecco perché questa guerra non è una partita a due, ma coinvolge già il mondo, proprio in quanto sconvolge l'ordine mondiale mentre lo nega, precipitandolo nel buio. A Kiev si apre un'era incognita, senza più regole, senza un riferimento comune, un unico criterio di giudizio. Da oggi ognuno decide cos'è bene o cos'è male, la forza diventa la nuova misura, nella guerra russo-ucraina scompaiono il diritto e i diritti, l'Europa non ha più un codice.


È precisamente questo che innesca la seconda guerra, tra Mosca e l'Occidente. Putin ci sta restituendo la consuetudine della democrazia (nel suo Paese deformata da democratura) dicendoci tenetevela, è roba vostra, non l'accettiamo come pratica perché è inefficiente rispetto alla potestà suprema e assoluta dell'autocrazia, ma soprattutto la rifiutiamo come canone planetario di valutazione di quel che è giusto e di quel che è sbagliato. Sta respingendo l'universale in cui noi crediamo riducendolo a occidentale, sta svalutando l'assoluto a relativo. Ciò che il leader del Cremlino con l'invasione dell'Ucraina ci manda a dire è che non c'è più un unico sistema di credenze in Europa, perché la forza vale quanto e più del diritto, la regola è annullata dal colpo di mano, i diritti non reggono davanti ai tank. In sostanza Putin ripropone un'altra volta l'eresia orientale, notificando all'Occidente che la democrazia non è un valore generale e perpetuo, ma soltanto l'ideologia temporanea, faticosa e disarmata dei "vecchi credenti" in una parte limitata del mondo.


Dietro l'offesa della guerra c'è in realtà l'istinto di difesa dell'aggressore, la sua paura. Oggi come ieri, infatti, la democrazia con tutte le sue difficoltà rappresenta per il potere russo il principio di contraddizione, ciò da cui il Cremlino si sente minacciato ben più che dalla Nato: dentro il Paese e fuori. Per questo l'opposizione russa è stata rasa al suolo prima di dare il via ai piani operativi di invasione, e Navalny è in carcere. Putin ha calcolato i rapporti di forza, ma non può misurare gli effetti di una guerra prolungata sulla sua popolazione, dove la radicalità del conflitto può addirittura suscitare un embrione di opinione pubblica. Ecco perché ha bisogno di giocare nel teatro ucraino la carta del secondo decisivo conflitto, la battaglia ideale contro la democrazia. Questa guerra è già in corso: l'Occidente lo sa?