La controdemocrazia di Vladimir Putin
di Ezio Mauro , di Ezio MauroMa se la democrazia finisce in minoranza nel mondo, che futuro ci aspetta? È questa la vera sfida del secolo, immediatamente dietro il fumo degli incendi nei palazzi di Kiev e Mariupol centrati dai missili russi, bombardati e distrutti. Non vederla significa arrivare in ritardo e impreparati a una contesa che rischia di cambiare i fondamenti morali della politica, azzerando tutto ciò che hanno costruito tre generazioni nel lungo intervallo di pace che abbiamo scambiato - sbagliando - per la conquista definitiva di una civiltà della convivenza.
La guerra del Cremlino all'Ucraina infatti ha tagliato il ponte storico che collegava la Russia all'Occidente fin da quando nel 1698 Pietro il Grande partì con una corte itinerante di 250 persone per l'"Ambasciata", un viaggio di scoperta e di conoscenza dell'Europa che per diciotto mesi attraverso la Livonia, la Curlandia, il Brandeburgo lo portò a Riga, Königsberg, Amster…
Ma se la democrazia finisce in minoranza nel mondo, che futuro ci aspetta? È questa la vera sfida del secolo, immediatamente dietro il fumo degli incendi nei palazzi di Kiev e Mariupol centrati dai missili russi, bombardati e distrutti. Non vederla significa arrivare in ritardo e impreparati a una contesa che rischia di cambiare i fondamenti morali della politica, azzerando tutto ciò che hanno costruito tre generazioni nel lungo intervallo di pace che abbiamo scambiato - sbagliando - per la conquista definitiva di una civiltà della convivenza.
La guerra del Cremlino all'Ucraina infatti ha tagliato il ponte storico che collegava la Russia all'Occidente fin da quando nel 1698 Pietro il Grande partì con una corte itinerante di 250 persone per l'"Ambasciata", un viaggio di scoperta e di conoscenza dell'Europa che per diciotto mesi attraverso la Livonia, la Curlandia, il Brandeburgo lo portò a Riga, Königsberg, Amsterdam, Londra, Dresda, Praga e Vienna: per tornare a Mosca, dove proibì immediatamente la barba in segno di occidentalizzazione, tassando chi resisteva nelle vecchie abitudini mentre nella leggenda radeva personalmente i boiari di Russia con l'ascia del boia, sul palco del patibolo, davanti al popolo.
Oggi la Russia si volta dall'altra parte, rinnegando la sua anima europea per rinchiudersi nella dimensione orientale, recuperando tutti i segni distintivi della sua natura asiatica per cercare nell'alleanza "solida come la roccia" con la Cina un fronte alternativo all'egemonia economica e militare dell'Ovest. Nell'atto d'accusa di Mosca c'è una questione di sicurezza, con la Nato che ha conquistato la vecchia periferia sovietica e con gli Stati Uniti che armano la mano di Kiev addirittura con il sospetto di un lavorìo atomico al fianco occidentale della Russia.
Ma in realtà nessuno crede alla denuncia di genocidio rivolta dal Cremlino a Kiev, perché è evidente il tentativo di scambiare il ruolo di aggressore con quello di vittima, evocando l'eterno fantasma patriottico del nazismo di ritorno. Soprattutto è ogni giorno più evidente dalla strategia bellica dell'Armata che non è la Nato in questo momento la vera ossessione di Putin, bensì qualcosa che la comprende e la trascende, perché va oltre il puro calcolo militare: si tratta della proiezione culturale e politica del modello democratico occidentale dentro il santuario ucraino del vecchio mondo sovietico, a due passi dalla Russia, in uno sconvolgimento della tradizione che non riesce più a garantire la certezza della storia e l'epica dei luoghi.
La penetrazione dello schema democratico europeo fin qui, fino a contagiare l'acqua del Dnepr dove si è consacrata più di mille anni fa la Rus', culla del nucleo slavo da cui tutto è incominciato, per l'erede titolato di quel mondo ha oggi il valore politico non soltanto di una sfida, ma di una vera profanazione.
Proprio mentre si era auto-investito di una missione restauratrice della grandeur sacrale perduta insieme con l'autorità del rango e del comando, Putin ha visto la scelta occidentale dell'Ucraina come una nuova conversione battesimale di Kiev, ancora una volta a un sistema di credenze straniero, che però oggi arriva direttamente dal cuore del mondo antagonista, l'Ovest europeo. In questo testa-coda il culto delle origini si esaurisce, e smarrendosi prosciuga il mito perenne della sua continuità di destino, riducendo l'epopea imperiale a cronaca: mentre il triangolo mistico che ha unito nei secoli Russia, Bielorussia e Ucraina perde il suo lato custode della storia più lontana, rendendo impossibile per la prima volta ogni calcolo e ogni sogno grande-russo.
Poiché quel ruolo imperiale di Mosca non è più di diritto, e non discende ormai dalla storia come un'identità regale riconosciuta e accettata, Putin ha valutato la possibilità di ricrearlo materialmente con una classica azione - fuori dal tempo - di conquista territoriale. Se la storia perde legittimità, e trascolora o addirittura muta di segno, è il territorio che crea sovranità.
Questo ragionamento da Gran Principe si basa su un calcolo che somma una serie apparente di opportunità: la debolezza americana, dopo una ritirata dall'Afghanistan gestita e vissuta come un'abdicazione dal rango di prima potenza mondiale; l'isolazionismo crescente di Washington che contagia la popolazione nell'America first; la divaricazione tra le due sponde dell'Atlantico e quindi tra le due culture politiche che si uniscono nel concetto di Occidente; l'incompiutezza cronica della Ue che non riesce a tradurre in governo, istituzioni e politica il deposito di civiltà dell'Europa; le analisi pessimistiche sul futuro della Nato, con la "morte cerebrale" diagnosticata da Macron all'alleanza; la copertura silenziosa della Cina, interessata a una partnership post-ideologica con la Russia per la competizione-contenimento degli Usa.
Dunque era il momento di agire con un colpo di mano che segna l'epoca perché riporta la guerra in Europa e soprattutto rompe il sistema internazionale di condivisione delle regole che si è tradotto in questi decenni in un meccanismo di compensazione dei contrasti tra gli Stati e quindi di governo dei conflitti.
Non solo. Per entrare dentro questo nuovo quadro internazionale Vladimir Putin sceglie coscientemente di uscire dalla cornice dell'ordine mondiale che ha retto fino ad oggi le relazioni tra i Paesi, tenendo insieme vincenti e perdenti dell'ultima guerra e della globalizzazione. Più che erede di Stalin, come si dice superficialmente, è eversore di Jalta: ma insieme anche di un metodo di equilibrio universale e di un sistema di garanzia generale fondato sul diritto e sui diritti, dunque sulla coscienza del limite e su un uso responsabile della forza. Sono, sommariamente, i connotati della democrazia.
Dunque Putin sceglie di uscire dalla cornice democratica, dove viveva sul bordo, nello spazio delle cosiddette democrature. Dopo aver criticato nel 2018 l'inanità della procedura democratica, incapace di realizzare in concreto i suoi ideali e quindi di tener fede alle sue promesse, adesso il leader del Cremlino getta via anche la patina superficiale di apparenza democratica che circonda il suo esercizio del potere, portando infine la forma ad aderire alla sostanza, nel segno della forza che prende il posto del diritto.
A questo punto tutto si tiene e ogni cosa si salda. Perché Putin cerca proprio qui, nel rifiuto della regola democratica, quell'investitura imperiale smarrita nel lungo confronto con l'Europa e l'America, e non più ritrovata. È come se avesse intuito che c'è un altro mondo nel quale può farsi sovrano, senza i limiti della storia e della sovranità altrui a ingombrargli la strada nell'universo democratico.
Il prezzo è il passaggio in un'area sconosciuta dove le nuove regole sono tutte da fondare e decide l'arbitrio del più forte, fuori dal perimetro antico della solidarietà e della giustizia. Ma il reddito politico è sorprendentemente alto. In un rovesciamento della gerarchia dei valori, infatti, si tratta di farsi campione della controdemocrazia, leader dell'anti-occidentalismo, denunciato dal vecchio mondo, benedetto dal nuovo.
Appena questa bandiera nera viene issata sul Cremlino, subito attira l'attenzione dei sistemi dispotici, dei Paesi anfibi, dei leader neo-autoritari, dei partiti in cerca di soluzioni forti e di pieni poteri, dei troppi autocrati o aspiranti tali mimetizzati a metà strada. E anche di correnti di pseudo-sinistra nei nostri Paesi, pronte a scambiare Putin per un continuatore eclettico del comunismo sovietico (nonostante l'evidenza della benedizione ultraconservatrice del Patriarca Kirill), e sedotte comunque e da chiunque operi in qualsiasi epoca contro l'Occidente.
Probabilmente è colpa delle nostre infedeltà rispetto agli ideali che professiamo: ma certamente è frutto di un parassitismo della democrazia, la cui libertà viene usata per disprezzare i suoi principi e per sostenere i suoi nemici. Come se fosse una risorsa naturale, che non ha bisogno di cura, manutenzione e responsabilità, e non una faticosa riconquista dalle dittature, lasciata in custodia e in esercizio alle nostre generazioni. Una costruzione umana di cui scopriamo tutta la fragilità, oggi che Putin trascina la Russia in guerra precisamente contro quei valori, in gioco a Kiev con la libertà dell'Ucraina assediata.