"Il potere viene da Dio". Più che un atto di fede sembra quasi una superstizione, o addirittura un esorcismo, la formula che si tramanda nei secoli al Cremlino per spiegare l'assolutismo come sistema naturale di governo della Russia: ai tempi dello Zar, nei settant'anni del bolscevismo e oggi, nell'epoca de-ideologizzata del putinismo trasformato in regime. Dunque il potere è comunque sacro, attraversando le ere e i sistemi politici, e il suo mandato è trascendente, sia che interpreti un disegno del cielo sia che impersoni la provvidenza della storia. Ne consegue che la cittadinanza è obbedienza, la dissidenza peccato, il dispotismo l'unico rito possibile nel rapporto tra il leader e i sudditi. Ciò che conta è il mistero di una teologia politica perenne, con il Capo che non governa soltanto ma alimenta una mistica di Stato in cui il comando unisce il popolo alla patria, alla tradizione, alla leggenda, in un'allean…
"Il potere viene da Dio". Più che un atto di fede sembra quasi una superstizione, o addirittura un esorcismo, la formula che si tramanda nei secoli al Cremlino per spiegare l'assolutismo come sistema naturale di governo della Russia: ai tempi dello Zar, nei settant'anni del bolscevismo e oggi, nell'epoca de-ideologizzata del putinismo trasformato in regime. Dunque il potere è comunque sacro, attraversando le ere e i sistemi politici, e il suo mandato è trascendente, sia che interpreti un disegno del cielo sia che impersoni la provvidenza della storia. Ne consegue che la cittadinanza è obbedienza, la dissidenza peccato, il dispotismo l'unico rito possibile nel rapporto tra il leader e i sudditi. Ciò che conta è il mistero di una teologia politica perenne, con il Capo che non governa soltanto ma alimenta una mistica di Stato in cui il comando unisce il popolo alla patria, alla tradizione, alla leggenda, in un'alleanza eterna al servizio perpetuo della missione assegnata nei secoli alla Russia.
Ortodossia, autocrazia e nazionalismo erano d'altra parte i tre capisaldi del lungo regno dello zar Nicola I, che dominò le Russie per trent'anni lottando contro le rivoluzioni, assoggettò la Polonia e creò la famosa "Terza sezione" della polizia segreta con il compito specifico di spiare la popolazione russa. Putin, che tra gli zar preferisce far riferimento a Pietro il Grande, sembra in realtà aver resuscitato le pratiche di governo e di controllo del sovrano ottocentesco, battezzato "gendarme d'Europa" per la sua politica reazionaria. Con l'ultimo leader del Cremlino, infatti, la Chiesa ortodossa è entrata nel moderno pantheon che sovrasta e garantisce il potere della Russia e che per quasi un secolo è rimasto disabitato da figure celesti, incentrato com'era sulla terra, anzi sulla pietra di granito che veglia l'illusione del corpo di Lenin trasformato in mummia eterna, perché per il comunismo non c'era un altro mondo abitato dalle anime. Oggi Putin, cresciuto e addestrato nell'ateismo di Stato, ha ufficialmente un confessore privato, partecipa a capo chino alle grandi funzioni religiose del Natale e della Pasqua, condivide con Kirill, sedicesimo patriarca di tutte le Russie, le tesi ultra-conservatrici sulla colpa dell'Occidente per i suoi peccati di trasgressione all'ordine sessuale, e in cambio riceve la benedizione ortodossa all'aggressione ucraina: anche se la televisione di Stato ha rivelato inquadrandolo che non si china a baciare il sacro anello del Patriarca ma è l'unico fedele che gli stringe la mano, esercitando anche dentro la chiesa l'autorità del Capo supremo, sopra il quale c'è soltanto Dio, nessun altro.
Proprio questa solitudine del leader, nell'interpretazione putiniana dell'assolutismo, introduce l'ultimo mistero del Cremlino dopo i tanti segreti accumulati in quasi mille anni tra i suoi due chilometri di mura e le sue venti torri: qual è oggi la formula chimica del potere russo, attorno alla supremazia egemone del Presidente, prolungata per legge fino ai suoi 84 anni, nel 2036? In particolare, qual è il criterio che guida la composizione e l'evoluzione del gruppo dirigente del Paese? Quali caratteristiche, e attraverso quali procedure, indirizzano la scelta dei manager di Stato, dei leader politici, dei quadri di comando? E al di là della lealtà devota al Capo, indispensabile a Mosca, quali sono le culture che si intrecciano e si compongono nel gruppo di vertice, le tendenze politiche, le opzioni in campo e le sfumature? Sono elementi di conoscenza indispensabili per capire come si forma il processo decisionale, che tipo di confronto, di discussione, di dissenso tecnico e dunque di libertà politica e personale c'è oggi attorno a Putin. Anche le democrature, infatti, hanno un metodo per blindarsi e rigenerarsi, e persino la cooptazione deve seguire un codice interno con le sue regole, oltre il requisito della fedeltà, che da solo è utile per consolidare un clan più che per costruire una classe dirigente.
La risposta plateale che viene dal video in cui il Presidente zittisce il Capo dell'Svr (i servizi segreti esterni) Serghej Naryshkin, incalzandolo dopo la timida proposta di lasciare ancora tempo "ai partner occidentali" prima di stringere il freno sull'Ucraina, e portandolo a dichiarare infine il contrario di ciò che stava dicendo, rivela che il dibattito interno è poco tollerato, e un vero confronto di idee è sconsigliato perché pericoloso. Dimitri Muratov, il premio Nobel direttore della Novaja Gazeta, spiega questa subordinazione gregaria con la paura che circonda e intimidisce il vertice della Russia: "Domandatevi perché quando la televisione li riprende i nostri dirigenti sono sempre seduti - racconta -. La risposta è semplice: portano il pannolone".
L'indipendenza di giudizio e la libertà di pensiero in un organo dirigente nascono di regola intorno a una posizione politica che le legittima con il suo profilo ideale riconoscibile. Nulla di tutto questo è oggi visibile al Cremlino. Venuto dalla struttura servente e subordinata al partito, gli Organi di Sicurezza dello Stato, Putin non è cresciuto nell'autonomia sovrana della politica e quando è arrivato al vertice dello Stato ha cercato altrove i suoi uomini di riferimento, individuando due nuove sottoclassi di sostegno: i siloviki, cioè le spie, di cui si fida perché come lui diffidano di tutti, e gli oligarchi nelle cui mani ha trasferito l'immensa ricchezza delle aziende di Stato, comprandosi fedeltà e dipendenza costante con una privatizzazione feudale e spregiudicata. Due categorie di uomini non politici gestiscono per delega del Capo pezzi di politica concreta, in un rapporto diretto con lui, saltando ogni intermediazione e ogni controllo. La struttura piramidale del potere riporta tutte le decisioni al vertice, appiattendo competenze, esperienze e conoscenze. La conseguenza è che tutti sono esposti dal loro isolamento e nessuno svolge una funzione generale di garanzia, al riparo di una tradizione, a tutela di una continuità, in forza della propria autorità riconosciuta. Quando si trattò di scegliere il nuovo Segretario Generale del Pcus, dopo la morte del vecchio Konstantin Cernenko, qualche membro del Comitato Centrale avanzò dubbi sull'età troppo giovane di Mikhail Gorbaciov. Fu allora che intervenne Andrei Gromyko, col peso dei suoi 28 anni da ministro degli Esteri, e assicurò che il partito poteva correre il rischio: "Garantisco io, è giovane ma ha i denti d'acciaio". Era la vecchia guardia che promuoveva la nuova generazione, come fece Jurij Andropov, l'ex Capo del Kgb diventato Segretario Generale, che già malato riuniva attorno al suo letto d'ospedale i giovani quadri reclutati alla periferia del Pcus dal Comitato Centrale, li interrogava, li testava e li indirizzava nella scalata alla carriera comunista di vertice.
Il risultato era una composizione complessa, preoccupata di garantire l'ortodossia leninista come indirizzo generale, ma animata al suo interno da posizioni politiche diverse che il corpo gigantesco del partito individuava, seguiva e replicava nella vita quotidiana. Tutti conoscevano la distanza polemica tra Gorbaciov il riformatore e il conservatore Ligaciov che guidava le resistenze alla perestrojka e alla glasnost, con duri scontri all'interno del Politbjuro. Questo confronto senza esclusione di colpi, giocato quasi in pubblico sotto gli occhi del Paese, si è esaurito, come se la scomparsa della figura del GenSek, il Segretario Generale, avesse fatto scomparire anche la battaglia politica, e come se dopo la fine dell'ideologia comunista non ci fosse più spazio per una dialettica di vertice tra posizioni diverse. Sembra impossibile che il Cremlino chiuso e distante come una fortezza negli anni sovietici fosse più aperto alla discussione e alla trasparenza del Cremlino post-moderno del 2022. Ma la verità è che oggi a Mosca manca del tutto un criterio riconoscibile di selezione delle élite, ciò che contraddistingue le società aperte e quelle chiuse. L'attuale nomenklatura di comando si è assemblata fuori dalla politica, della sua cultura e delle sue leggi, con la logica di un gruppo di potere che recupera la mitologia storica dell'antichità proprio perché non ha radici nella storia politica recente del Paese, in cui non riesce a trovare legittimazione.
L'obiettivo è l'autoconservazione, rivestita da un mandato missionario che esaspera pubblicamente "l'umiliazione" del Paese dopo la caduta dell'Urss e punta a ricongiungere la Russia non con il perimetro territoriale sovietico ma con lo spazio immateriale d'autorità del suo destino. Questa missione sacra, che sostituisce la politica, necessita di un gruppo dirigente basato sulla fede più che sulla competenza. La fede di Putin nella dimensione sacra della storia, che dovrà infine restituire alla Russia ciò che le spetta, in un azzardo capitale. D'altra parte Lenin lo aveva detto a Trotzkij, vegliando insonne nel palazzo la prima notte dopo la rivoluzione, quasi febbricitante: "Sapete, dopo tanta attesa e tante avventure, quando arriva il potere, ebbene, vengono le vertigini".