Tra le musiche patriottiche e gli applausi i carrarmati russi entrano oggi sulla Piazza Rossa insieme coi missili termonucleari, i reparti armati e l'aereo dell'Apocalisse, nella parata che celebra come ogni anno la vittoria dell'Urss sul nazismo: ma è la prima volta da quel giorno, il 9 maggio 1945, che l'esaltazione della potenza militare sfila a Mosca con il Paese in guerra.
Dal ricordo alla realtà, dalla festa al dramma. Una visione del mondo è finita, cancellando la lunga età della coesistenza pacifica, quando la parata sovietica era anche l'ostentazione della deterrenza, con le due superpotenze che concordavano un vincolo reciproco della loro sovranità perché avevano raggiunto il punto limite dell'arma totale, e quel tutto comprendeva il niente che resta nel mondo dopo la bomba. Oggi che la guerra ha fatto saltare ad uno ad uno questi interdetti consapevoli, il tabù dell'atomica cessa di essere un tabù per diventare l'estrema variabile tecnica, una possibile risorsa tattica, una variabile che entra in campo. E' venuta meno la coscienza del proibito, e siamo tornati a corteggiare l'Apocalisse.
La parola guerra a Mosca resta impronunciabile, perché il potere vieta di dare un nome a ciò che sta avvenendo, come se una falsa rappresentazione potesse cambiare la realtà. Ma la parola guerra non dice tutto nemmeno in Occidente. È definitiva nella sua radicalità, perché quando viene proclamata significa che tutte le altre opzioni si sono consumate in un fallimento, la pace è alle spalle, politica e diplomazia si ritirano, una logica di morte diventa l'unico orizzonte. Il territorio, da conquistare o da difendere, ritorna ad essere la posta concreta in gioco come nel passato più lontano, riemergendo come un'unità di misura primitiva dentro la stagione del virtuale, che ha smaterializzato ogni cosa.
La guerra accetta il primordiale, è fatta della sua stessa natura, che prevale sulla modernità e sulla tecnologia. Per questa fissità immutabile la guerra sembra ogni volta la fine del discorso, perché sceglierla, deciderla e accettarla ha già significato la fine del pensiero. E invece prima di diventare azione la guerra è un concetto, che cambia e si trasforma secondo la storia dei popoli coinvolti e le culture degli Stati che si scontrano al fronte. E anche dei Paesi che si credono indenni e invece stanno appena in retrovia, subito dietro la linea del fuoco, esposti: come noi.
Le guerre di Vladimir Putin sono tre, e l'ultima a 69 anni è quella decisiva, vissuta da protagonista, Capo supremo di una nazione che attraverso il conflitto vuole ritrovare l'impero perduto. Ma è la prima, cioè la "Grande Guerra Patriottica", che ha segnato nel profondo la vita e l'imprinting del presidente russo, i suoi riferimenti storici e le sue emozioni politiche, anche se Putin è nato dopo la fine della contesa mondiale, in tempo di pace, nel 1952. Prima di tutto per il coinvolgimento familiare: durante l'assedio di Leningrado morì infatti il fratello maggiore, che non aveva ancora tre anni, era stato affidato a un istituto, e i genitori non vennero nemmeno informati della morte e della sepoltura. Il padre fu ferito in guerra: faceva parte di un'unità speciale di sabotatori dell'Nkvd, agenti dei servizi segreti che operavano nelle aree sotto il controllo dei nemici. Il racconto della guerra ha circondato l'infanzia e l'adolescenza del leader russo, con l'epopea eroica della resistenza popolare durante gli 872 giorni di assedio a Leningrado, i 650 mila morti del 1942 e i 400 mila dispersi.
Questo patriottismo combattente è uno degli elementi su cui Putin fonda la sua idea di resurrezione dell'anima russa, insieme con il carattere militare dell'educazione popolare, nel culto dell'Armata che per il presidente unisce in sé "l'unità, la forza e l'onore della Russia". Ma la seconda guerra mondiale ha anche un lascito imperituro, che Putin oggi rivendica come un debito dell'intera civiltà umana nei confronti della nazione che ha fermato Hitler, deviando il corso del Novecento: "Noi abbiamo un immenso diritto morale a difendere le nostre posizioni in maniera ferma e costante perché è stato esattamente il nostro Paese che ha dovuto sopportare il peso principale dell'offensiva nazista, ed è stato sempre il nostro Paese che ha regalato la libertà ai popoli di tutto il mondo". La Grande Guerra Patriottica dunque è il fondamento della supremazia russa, attraverso un sacrificio compiuto in nome dell'umanità, arrestando infine la marcia del nazismo, debellato.
Proprio la celebrazione ricorrente di questa data rende perenne la liturgia della vittoria, che si proietta fino ad oggi: dimenticando la sconfitta della Russia - sotto le vesti ideologiche dell'Urss - nella Guerra Fredda. Di questa sconfitta a Mosca non parla nessuno, in una lettura addomesticata della storia, anche se Putin definisce la fine dell'Unione Sovietica come "la più grande tragedia geopolitica del secolo".
Il presidente russo ha attraversato per intero i 46 anni di quel conflitto inesploso ed eternamente sospeso sul Muro che a Berlino era la linea divisoria del mondo, il punto zero della geografia che pietrificava la storia, il vero meridiano del Novecento che fondava nel filo spinato le categorie di Est e Ovest, e anche il punto nodale in cui comunismo e capitalismo si toccavano e si specchiavano, nella partita del secolo. Proprio perché fredda, la guerra irrisolta generava una continua battaglia ideologica e propagandistica, affidandosi alle polizie segrete dei due campi. E Putin ne faceva parte, per scelta, perché era entrato nel Kgb l'anno stesso della laurea nel 1975, dopo che già a sedici anni, quand'era studente al liceo, si era presentato alla centrale dei servizi segreti a Leningrado per chiedere come poteva diventare un agente. Farà carriera, fino al grado di tenente colonnello, e nel 1998 Eltsin lo nominerà direttore dell'Fsb, la sigla che dopo la caduta dell'URSS sostituisce il Kgb.
Un'educazione poliziesca, dunque, una vocazione per gli apparati d'intelligence, "spada e scudo del partito", un condizionamento a vedere nell'Occidente il nemico. E un'esperienza diretta nel luogo esatto dove il mondo si divide, la Ddr del Muro. Coperto dall'incarico ufficiale di interprete, il futuro leader della Russia presta infatti servizio nella Germania dell'Est dal 1985 al 1990 come "Rezident" del Kgb nella stazione di Dresda, in automatico collegamento operativo con la polizia segreta della Ddr, la Stasi, di cui possiede la titolarità all'accesso di tutti i documenti e gli archivi, certificata dal tesserino verde numero B 217590, col titolo di "Major". Putin acquista dunque la tecnicalità e l'esperienza delle due strutture di investigazione politica più potenti del mondo comunista, il Kgb che nelle Russie poteva contare su una spia ogni 1600 cittadini e la Stasi che si avvaleva di una rete poliziesca con 110 mila funzionari-agenti e 190 mila "Inofizielle Mitarbeiter", informatori non ufficiali: praticamente, un confidente ogni 50 abitanti.
È questo il leader che decide la terza guerra, quella che scoppia nell'Est ma trascina ormai tutto il mondo sul bordo dell'abisso. L'obiettivo è ricreare la potenza sovrana dell'Impero, l'autorità smarrita, il rango mondiale perduto, fermando il contagio democratico occidentale prima che conquisti il cuore antico della Rus' a Kiev, strappando a Mosca il mito del suo passato. Per questo la Russia ha invaso l'Ucraina, ma ha la civiltà democratica europea nel mirino. Difendendo se stessa, l'Ucraina difende anche i valori in cui noi occidentali diciamo di credere, e a cui alla prima prova dei fatti ci riveliamo infedeli, anche a distanza. Su questa nostra contraddizione agirà oggi Putin, parlando sulla Piazza Rossa e concentrando le sue tre guerre nell'ultimo conflitto. L'unico modo che abbiamo per costruire la pace è rifiutare che la guerra sancisca la morte del diritto per mano della forza, e la prevalenza del sopruso imperiale sulla libertà dei popoli.