Mosca, il dilemma del cambio di regime
di Ezio Mauro , di Ezio MauroPensare a un cambio di regime a Mosca è possibile? Ed è legittimo? In tempo di guerra spesso quel che si dimostra possibile diventa legittimo perché nel conflitto la sovranità si impone spezzando la legittimità della norma esistente, e fondandone un’altra sulla forza, funzionale agli obiettivi bellici. Oggi che il bollettino dal fronte registra una neutralizzazione del confronto militare tra aggressori e aggrediti, siamo però arrivati davanti a un bivio: o si trova uno strumento politico e diplomatico capace di avviare un vero negoziato garantito da un cessate il fuoco (“smettere di sparare — come dice Draghi — e incominciare a parlare”) oppure lo scontro continuerà a lungo, con i contendenti che cercano un vantaggio territoriale in grado di inclinare la trattativa a favore di chi ha la supremazia sul campo. E qui, in questa ipotesi di un conflitto cronico che oggi rivela lo scacco strategico di Golia imbri…
Pensare a un cambio di regime a Mosca è possibile? Ed è legittimo? In tempo di guerra spesso quel che si dimostra possibile diventa legittimo perché nel conflitto la sovranità si impone spezzando la legittimità della norma esistente, e fondandone un’altra sulla forza, funzionale agli obiettivi bellici. Oggi che il bollettino dal fronte registra una neutralizzazione del confronto militare tra aggressori e aggrediti, siamo però arrivati davanti a un bivio: o si trova uno strumento politico e diplomatico capace di avviare un vero negoziato garantito da un cessate il fuoco (“smettere di sparare — come dice Draghi — e incominciare a parlare”) oppure lo scontro continuerà a lungo, con i contendenti che cercano un vantaggio territoriale in grado di inclinare la trattativa a favore di chi ha la supremazia sul campo. E qui, in questa ipotesi di un conflitto cronico che oggi rivela lo scacco strategico di Golia imbrigliato da Davide, si può aprire l’interrogativo che riguarda il trono del Cremlino. È così solido da reggere al rovesciamento dell’immaginario che ha consigliato l’invasione dell’Ucraina, oppure il nodo della guerra si scioglierà insieme col nodo del potere putiniano che da 22 anni domina la Russia?
In un Paese improvvisamente senza politica, trasformata in puro potere, con la Russia che diventa l’ideologia di se stessa, il peso della guerra può squilibrare le dinamiche interne alla società, invisibili a occhio nudo. Poiché manca in Russia una struttura autonoma di pubblica opinione, e manca un’opposizione, sostituite entrambe dalla propaganda di regime, un cambiamento al Cremlino non potrebbe venire dalla società e nemmeno dalla politica, ma dal Cremlino stesso, come conseguenza delle scelte sbagliate di vertice. La nervatura possibile di questa crepa segue tre linee di sviluppo che s’intravvedono appena, ma esistono: il costo delle sanzioni nel tempo e il loro effetto sulla vita quotidiana delle persone; l’angoscia delle famiglie dei giovani soldati che muoiono in Ucraina, per ora tenuta a bada con funerali clandestini e informazioni parcellizzate, evitando che i morti in guerra si sommino; la pressione sulla società dei meccanismi polizieschi di controllo, con misure di guerra come la censura, la repressione, l’eliminazione di ogni forma di indipendenza nei media. Sono tre criticità evidenti, che se il conflitto si prolunga oltre misura sono destinate a crescere in un processo naturale, elaborando una nuova forma di dissenso come prodotto spontaneo, autogenerato dal potere: talmente arbitro unico del destino della Russia da fabbricare anche gli elementi di una sua potenziale disgrazia.
Il “regime change” in Russia ufficialmente non fa parte della dotazione di solidarietà che l’Occidente ha garantito a Zelensky. Ma in quel retrovia temporaneo del conflitto, dove noi viviamo credendoci indenni, ci sono almeno quattro linee strategiche diverse, coperte dalla condanna unanime dell’aggressione russa. La prima è la posizione dell’Unione Europea, testimoniata dall’Alto Rappresentante Josep Borrell: “Per concludere il conflitto bisogna passare da una immediata cessazione dell’aggressione e da un ritiro senza condizioni dell’esercito russo”. Dunque la Ue non condanna soltanto l’invasione del 24 febbraio ma considera l’aggressione russa un crimine politico ancora in corso, un vulnus permanente alla legalità internazionale, e quindi parte da qui per porre le sue precondizioni al negoziato: l’aggressione deve finire e l’Armata russa deve lasciare i territori ucraini occupati in questi tre mesi. Questa emancipazione dell’aggredito dalla minaccia illegittima dell’aggressore, come garanzia per un libero negoziato, è quanto ha ribadito il ministro degli Esteri Di Maio in un’intervista alla Stampa: “La priorità assoluta è mettere fine alle ostilità. Ma la pace non si impone, e si costruisce sulla base delle esigenze dell’Ucraina”.
Per sostenere questa posizione nei confronti del Cremlino c’è bisogno, come ha ripetuto Borrell, “dell’unità dei Paesi europei su tutti i fronti, diplomatico e militare”. E la seconda linea strategica che emerge in Occidente nei confronti della guerra rompe questo fronte, con una faglia che passa proprio attraverso l’Unione Europea e ha il suo epicentro a Budapest. Qui il premier Viktor Orbàn ha appena vinto le elezioni per la quarta volta presentandosi come “l’uomo della pace”, con il rifiuto delle sanzioni e dell’invio di armi alla resistenza ucraina. A marzo Zelensky si era rivolto direttamente a lui per vincere le resistenze di Budapest: “Viktor, sai cosa sta succedendo a Mariupol? Omicidi di massa. Ed esiti a imporre sanzioni? A far passare le armi? Devi decidere con chi stai”. In risposta, appena ricevute le congratulazioni di Putin dopo la vittoria, Orbán ha attaccato proprio Zelensky: “Abbiamo vinto contro tutti, contro il globalismo, Soros, i media europei e anche contro il presidente ucraino”. C’è dunque una linea ungherese di opposizione interna alla Ue che teoricamente condanna l’aggressione ma in realtà teorizza il disimpegno dalla crisi ucraina (“Non è la nostra guerra”), a costo di spaccare l’alleanza di Visegrad, perché Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia sostengono la richiesta di Kiev di entrare nell’Unione, a differenza di Budapest, che tace.
C’è infine la terza posizione, quella degli Stati Uniti. O forse bisognerebbe dire di Joe Biden, visto che quando a Varsavia il presidente Usa si è riferito a Putin dicendo “Per l’amor di Dio, quest’uomo non può restare al potere”, il segretario di Stato Blinken è dovuto intervenire immediatamente precisando che “gli Usa non hanno nessun piano strategico per un cambio di regime in Russia”. Ma il presidente americano sembra non considerare più il leader russo come un possibile interlocutore, tanto che lo ha definito a più riprese “un macellaio” e “un criminale di guerra”. Da questi giudizi, rifiutati da Macron, è nata la quarta linea, che giudica un errore “umiliare Putin”, se si vuole trovare una via d’uscita concordata dal conflitto. Ma per le democrazie qual è il rapporto tra la prudenza e la propaganda, tra l’eufemismo politico e la realtà, tra la verità e la convenienza?
Nella contesa russo-ucraina la Casa Bianca porta anche gli interessi specifici della superpotenza che l’Europa non è, e dunque non ha. Qui c’è una differenza strategica tra Europa e Usa (arrivare alla pace negoziando anche con Putin, o puntare alla sostituzione di Putin per costruire la pace) che col tempo può diventare divergenza: anche se l’ipotesi del ritiro russo senza condizioni chiesto dalla Ue potrebbe provocare un indebolimento di Putin in patria talmente rilevante da innescare una destituzione senza nemmeno annunciarla. Pensare a un cambio di regime autoprodotto come esito di una somma di errori strategici, è legittimo, dopo che Putin ha tentato di imporre con le armi un cambio di governo a Kiev. Ma è realistico? Nessuno sa chi potrebbe venire dopo, per gestire l’equilibrio di potere tra un dispositivo militare cresciuto nell’ombra dell’atomica, l’accumulo di ricchezza statale nelle mani degli oligarchi, l’esercizio quotidiano di una politica poliziesca da parte dei “siloviki”, i cekisti ex Kgb elevati a classe dirigente. Questi tre cerchi concentrici sono diventati in Russia tre ceti, e hanno sostituito la politica, introiettandola. Decideranno loro il futuro: senza popolo. In questi giorni la Russia ricorda il proverbio più antico, secondo cui “lo zar può essere soltanto sanguinario, o insanguinato”: e attende di capire se siamo a metà del presagio o se il moderno zar, impantanato al fronte, riuscirà a vincere la guerra contro la profezia.