La campagna militare d'Ucraina non è più un'"operazione speciale". Arrivata al suo centesimo giorno, l'invasione seguita dall'occupazione è diventata una missione storica di riconquista, per ripristinare il destino smarrito della Russia e del suo popolo, privati dell'impero da una congiura della storia. Lo ha fatto intendere direttamente Vladimir Putin giovedì scorso, inaugurando a Mosca - certo non per caso - una mostra sulle imprese leggendarie di Pietro il Grande, modello esplicito del leader del Cremlino: che ha già regnato più di metà degli anni del fondatore di San Pietroburgo, impegnato per due decenni nella Grande Guerra del Nord contro la Svezia.
Putin fa riferimento proprio a quel conflitto…
La campagna militare d'Ucraina non è più un'"operazione speciale". Arrivata al suo centesimo giorno, l'invasione seguita dall'occupazione è diventata una missione storica di riconquista, per ripristinare il destino smarrito della Russia e del suo popolo, privati dell'impero da una congiura della storia. Lo ha fatto intendere direttamente Vladimir Putin giovedì scorso, inaugurando a Mosca - certo non per caso - una mostra sulle imprese leggendarie di Pietro il Grande, modello esplicito del leader del Cremlino: che ha già regnato più di metà degli anni del fondatore di San Pietroburgo, impegnato per due decenni nella Grande Guerra del Nord contro la Svezia.
Putin fa riferimento proprio a quel conflitto, ricordando che quando Pietro fondò la nuova capitale sulla Neva, affacciata all'Europa occidentale, nessun Paese riconosceva quel territorio come appartenente alla Russia, ma tutti lo consideravano parte della Svezia. Ma Putin mette in campo una ragione che trascende questo senso comune e questo disegno del mondo riconosciuto e accettato, annullandolo in nome di una sorta di diritto geopolitico di primogenitura: "Da tempo immemorabile gli slavi abitavano quelle terre". Dunque quel che è avvenuto dopo non conta e non crea diritti, tradizioni, culture e appartenenze. I due punti estremi della Storia - gli unici che contano, l'inizio e la fine - si toccano cercando di congiungersi, la politica di oggi si fa strumento delle conquiste di ieri e le porta a compimento, rispondendo soltanto al mandato leggendario fissato nelle origini, e da allora obbligatorio per sempre.
A quell'epoca, spiega Putin con riferimento implicito all'oggi, sembrava a tutti che Pietro il Grande stesse sottraendo qualcosa alla Svezia. "Ma non le stava togliendo nulla, stava soltanto riprendendo il controllo. Stava riappropriandosi di quello che apparteneva alla Russia, rafforzando il Paese". Secondo il presidente russo trecento anni dopo non è cambiato nulla: "Spetta a noi riprendere e rafforzare. Non c'è uno stato intermedio: un Paese o è sovrano, o è una colonia".
Siamo nuovamente davanti a una teoria putiniana del potere, nel suo ultimo aggiornamento. E le vicende recenti ci hanno insegnato che il leader russo è abituato a teorizzare gli annunci delle sue intenzioni strategiche, realizzando ciò che ha proclamato. Conviene dunque riflettere su queste enunciazioni, costruite per legittimare (preventivamente e a posteriori) le prove di forza e gli atti d'arbitrio compiuti da un potere che si considera sciolto da qualsiasi vincolo giuridico, morale, politico e diplomatico, da tutte le obbligazioni internazionali, da ogni riconoscimento comune del limite. La Russia - con Pietro ieri, con Putin oggi - non toglie nulla a nessuno, semplicemente si riprende ciò che era suo.
Questa retrocessione del diritto naturalmente è unilaterale e arbitraria, e sceglie un punto di convenienza nel tempo da cui far scorrere la storia, elevandolo a riferimento universale di comodo. Non solo: nella dottrina Putin c'è anche un avallo morale a questa azione imperiale di ripristino di una grandeur passata, perché "riprendere" è diverso che "conquistare", significa far riferimento a un ordine preesistente smarrito e a una potestà perduta, semplicemente rimettendo nel giusto tracciato la Storia, che appunto era andata fuori "controllo".
"Riprendere", dunque, e "rafforzare". Nella convinzione che le nazioni possono vivere e progredire solo dispiegando l'esercizio effettivo della propria sovranità nella dimensione che il destino ha assegnato ai popoli prescelti per fare la storia. Ogni rinuncia a questo spazio politico e a questa vocazione d'autorità non è solo un cedimento ma un tradimento davanti al popolo, una rinuncia, un'abdicazione. È il destino che determina il ruolo dei Paesi e la loro funzione. La politica non può far altro che ubbidire, raggiungendo ogni volta la mitologia specifica della nazione, e conformandosi al suo disegno. Tutto il resto è compromesso improduttivo, anche se registrato con favore dal concerto internazionale dei Paesi e recepito dalle carte geografiche. Perché la sovranità o è piena, libera e senza limiti, o è inganno. In sostanza, la sovranità può essere solo sovranismo, vale a dire ideologia di se stessa realizzata nella realtà contemporanea.
Si capisce perfettamente, a questo punto, l'invettiva di Dmitrij Medvedev lanciata su Telegram, perché l'ex presidente della Russia ed ex Capo del governo non ha oggi una cattedra istituzionale come quella di Putin, e deve ricorrere a un pulpito social. Ma quel che conta è la sostanza, che aggiunge alla cornice fissata da Putin una promessa di maledizione eterna per l'Occidente: "Li odio. Sono bastardi e degenerati. Vogliono la morte della Russia. Finché sarò vivo, farò di tutto per farli sparire". È il tentativo evidente di andare oltre la dimensione territoriale della guerra d'Ucraina, e persino oltre la dimensione politica. Si entra nell'area delle emozioni popolari di massa, dove si evoca esplicitamente la categoria dell'odio, come garanzia e obbligo d'impegno perenne, di mobilitazione totale, di coinvolgimento morale: e come certificazione di un'alterità radicale, di una separazione definitiva, da cui non si può tornare indietro.
Anzi, si chiama la Russia all'odio. L'avversario non è più un Paese, l'Ucraina, ma l'Occidente, cioè l'altra metà del mondo, bollato come debosciato e corrotto, tuttavia intenzionato a soffocare la potenza risorgente di Mosca. È il tentativo postumo di dare radici nel sentimento e nel risentimento popolare a una guerra nata come blitz artificiale, e che potrebbe invece durare a lungo.
Nella minaccia finale verso un nemico che deve "sparire", è visibile infine una doppia dinamica che attraversa la nomenklatura russa di vertice, per oggi e per domani: allineamento a Putin nel tempo presente, superandolo addirittura nella predicazione anti-occidentale, e prefigurazione di un ruolo di comando all'altezza dello scontro nel prossimo futuro, quando il tempo verrà.
Anche se Putin sa bene che è stato Pietro a tagliare in pubblico la barba ai boiari di Russia con l'ascia del boia: non viceversa.