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Le due anime che soffocano la politica

I nodi del Movimento 5Stelle portano a un impasse governativo
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Se in tempo di guerra non si riesce a mettere al riparo la politica estera del Paese, cos’altro si può salvare? Significa aver smarrito il senso dell’azione di governo in questa fase, la coscienza delle alleanze e più ancora il sentimento della collocazione internazionale dell’Italia. Vale a dire la consapevolezza dei diritti e dei doveri di una democrazia occidentale, che difende i suoi principi e i suoi valori proprio quando tutt’intorno la radicalità del conflitto intorbida le acque, cancella i meccanismi di controllo delle crisi, confonde i criteri di distinzione tra il bene e il male.
Eppure ci siamo arrivati: tutti i nodi aggrovigliati nei lunghi mesi di declino del movimento Cinque Stelle, senza mai provare a scioglierli, stanno soffocando qualsiasi idea politica di futuro, con le due anime che oggi per il duello finale hanno scelto l’arma bianca della politica internazionale, cioè dei compiti e del ruolo dell’Ital…

Se in tempo di guerra non si riesce a mettere al riparo la politica estera del Paese, cos’altro si può salvare? Significa aver smarrito il senso dell’azione di governo in questa fase, la coscienza delle alleanze e più ancora il sentimento della collocazione internazionale dell’Italia. Vale a dire la consapevolezza dei diritti e dei doveri di una democrazia occidentale, che difende i suoi principi e i suoi valori proprio quando tutt’intorno la radicalità del conflitto intorbida le acque, cancella i meccanismi di controllo delle crisi, confonde i criteri di distinzione tra il bene e il male.
Eppure ci siamo arrivati: tutti i nodi aggrovigliati nei lunghi mesi di declino del movimento Cinque Stelle, senza mai provare a scioglierli, stanno soffocando qualsiasi idea politica di futuro, con le due anime che oggi per il duello finale hanno scelto l’arma bianca della politica internazionale, cioè dei compiti e del ruolo dell’Italia davanti all’invasione russa dell’Ucraina. Il non detto dell’ultimo anno, il non risolto, il non chiarito, esplodono tutti insieme nella prova estrema della guerra, che costringe a scegliere, a decidere, a schierarsi. E prima ancora, obbliga finalmente il movimento a chiarire che cos’è oggi, di quale natura è composto, a quale campo politico appartiene, e in nome di quali ideali prende le sue decisioni sulle scelte internazionali.


Non è infatti la guerra che oggi spacca i grillini, ma la cultura politica irrisolta del movimento, cresciuto per accumulo di identità successive, sovrapposte in base alle circostanze, alle opportunità e alle convenienze. Nella convinzione che il verso rituale di Grillo, insieme con il richiamo mitologico alle origini basti ogni volta a benedire le svolte del vertice. Ancora oggi le due identità fondamentali dominano il campo e dettano lo scontro: sono il governismo e il populismo. La prima tendenza punta a capitalizzare ciò che il movimento è diventato in questi anni, dalla stagione del Conte 2 fino all’azione ministeriale dentro il governo Draghi. Un passaggio dall’antisistema al sistema, dalla contropolitica alla guida del Paese, nel momento difficile in cui l’attacco del virus trasformava l’Italia nella cavia occidentale, costretta a sperimentare un’azione di tutela e di contrasto senza modelli democratici di riferimento. Dall’antistato allo Stato: un trasloco decisivo per la fisionomia politica e culturale del movimento, e importante per l’intera società politica democratica, che si dimostrava capace di assorbire la spinta estrema del grillismo, nel momento in cui si rivestiva dei paramenti istituzionali, portando al governo alcune istanze radicali di cambiamento.


Perduta la guida del governo, con l’ingresso di Draghi a palazzo Chigi, questo nuovo senso grillino dello Stato ha incominciato a declinare, insidiato giorno dopo giorno dalla tentazione di un ritorno alla semplificazione populista che concede libertà d’azione a tutto campo, sottrazione a qualsiasi responsabilità, cancellazione di ogni vincolo per tentare di recuperare la purezza identitaria degli inizi, con il M5S solitario e distinto, per sé e contro tutti. I due attori principali dell’azione politica del movimento si sono intanto scambiate le parti. Conte, diventato premier per caso, era uscito da palazzo Chigi con la patente di uomo di Stato e un buon favore popolare, che investiva nella guida politica di un movimento populista: proprio mentre Di Maio faceva il percorso inverso, posando il gilet giallo, le forbici gigantesche che sceneggiavano in piazza il taglio dei parlamentari, i proclami sull’abolizione della povertà, per diventare dalla Farnesina il più fedele interprete della linea europea e atlantica che fa parte delle scelte naturali del governo Draghi. Il risultato è che la funzione di Stato e l’esercizio della responsabilità di governo si spostano sempre più nelle mani di Di Maio, mentre Conte si spoglia progressivamente di quell’esperienza per indossare i panni movimentisti, convinto di trovare in qualche tasca del vecchio abito il capitale elettorale smarrito.


Entrambi i leader entrano così in contraddizione col loro recente passato. Ma mentre Di Maio copre questo scarto con la funzione di governo, Conte se ne libera progressivamente, fino al rischio di interpretare il populismo allo stato puro nelle sue libertà che coincidono con le sue ossessioni, accettando i consigli improvvidi di chi vede in Draghi un incrocio tra Trump e Berlusconi. Mentre invece il presidente del Consiglio più che demonizzato andrebbe incalzato sui temi sociali su cui la sua politica è sorda e in ritardo: ma per fare questo bisognerebbe avere un’identità di sinistra scelta e rivendicata, tutte cose che mancano nel M5S, ancora fermo sul dizionario a studiare i concetti sconosciuti di riformismo e progressismo, e incerto tra i due.


Si capisce che l’incandescenza della guerra bruci gli spazi intermedi e metta le due tendenze irrisolte a conflitto dentro il conflitto. Perché il populismo spinge quasi naturalmente verso un “no” indistinto ad ogni guerra, verso una riaffermazione radicale della pace, con una riemersione del vecchio antiamericanismo e di perenni pulsioni antieuropee. L’eterna anima democristiana custodita in qualche angolo dei Cinque Stelle, e innaffiata dal movimentismo, ha invece trovato una couche confortevole e politicamente redditizia proprio nell’esercizio della politica estera di Draghi, chiaramente occidentale.


Bisognava discutere prima, chiarire per tempo, arrivare alla guerra con le carte interne sul tavolo, in modo da distinguere tra il movimento e il governo, per non mandare i conti sospesi dei Cinque Stelle a saldare a palazzo Chigi. Non si è fatto per mancanza di coraggio. Oggi è più difficile mettere le scelte internazionali al riparo dalle tensioni intestine: ma è indispensabile. Non si può avere una doppia politica estera, soprattutto di fronte ai doveri di un Paese democratico. Anche il populismo che punta su una pacificazione a qualsiasi costo dovrebbe conoscere l’affermazione di Turati nell’agosto 1922, a due mesi dalla marcia su Roma, quando i fascisti bruciavano le Camere del lavoro, distruggevano le sedi socialiste e assaltavano i municipi ‘rossi’: “Sulla parola ‘pace’ c’è un equivoco. Qui c’è uno che mi mette la rivoltella alla tempia e mi chiede il portafogli, mentre viene un terzo, dice che c’è un malinteso, che dobbiamo metterci d’accordo con la pace. Sono parole senza senso. Prima cessino le minacce, e scompaiano le armi: poi potremo anche cominciare a discutere”.