Bisognerà capire che uso politico il Cremlino farà dell'esplosione che l'altra notte ha distrutto nel fuoco l'auto su cui doveva viaggiare Aleksandr Dugin, e che ha ucciso Darya, la figlia dell'ideologo di Putin. Lo scoppio è rimbalzato sui siti e il rogo alla periferia della capitale ha continuato a bruciare nei video, riproponendo l'immagine del terrorismo che ritorna a Mosca con un attentato indirizzato contro il vertice del Paese: minacciato nelle sue connessioni culturali, spirituali, filosofiche con la fonte stessa della teoria metastorica e della teologia politica che hanno determinato la svolta strategica di Putin, e ispirano quotidianamente la sua concezione dell'anima russa, della sua missione e del suo destino nel mondo.
Bisognerà capire che uso politico il Cremlino farà dell'esplosione che l'altra notte ha distrutto nel fuoco l'auto su cui doveva viaggiare Aleksandr Dugin, e che ha ucciso Darya, la figlia dell'ideologo di Putin. Lo scoppio è rimbalzato sui siti e il rogo alla periferia della capitale ha continuato a bruciare nei video, riproponendo l'immagine del terrorismo che ritorna a Mosca con un attentato indirizzato contro il vertice del Paese: minacciato nelle sue connessioni culturali, spirituali, filosofiche con la fonte stessa della teoria metastorica e della teologia politica che hanno determinato la svolta strategica di Putin, e ispirano quotidianamente la sua concezione dell'anima russa, della sua missione e del suo destino nel mondo.
Dugin si è salvato, a quanto risulta, perché all'ultimo momento ha cambiato programma e non è salito sull'auto guidata dalla figlia per rientrare a Mosca dalla manifestazione a cui avevano partecipato entrambi. Mancano per ora notizie più precise, e resta l'evidenza del filosofo trasformato in bersaglio dopo aver fornito a Putin la teoria alla base del piano di resurrezione imperiale della Russia, di cui l'invasione dell'Ucraina è solo il primo elemento. Tutto questo avviene all'improvviso, nel centosettantanovesimo giorno dall'inizio della guerra. Dopo sei mesi, dunque, il Cremlino deve fare i conti con un secondo fronte di combattimento, questa volta domestico, che chiama inevitabilmente in causa, insieme, il potere come interlocutore diretto e l'opinione pubblica come testimone.
Un fronte interno di contrasto alla guerra era un'opzione prima o poi ampiamente possibile fin dal primo giorno, salvo che l'Armata russa riuscisse a piegare l'Ucraina occupata militarmente con un blitz, facendo cadere il governo per instaurare a Kiev una sovranità delegata e fittizia, di obbedienza moscovita. Ma se il tentato blitz fosse diventato guerra, con i soldati russi impantanati davanti al mondo nell'evidenza di un'aggressione, era prevedibile che nel Paese sarebbero nati focolai di dissenso davanti ai morti, ai costi, alle sanzioni, alla separazione della Russia dal concerto e dalla cooperazione internazionale. Aggiungiamo le tre ipotesi che non si sono verificate nel calcolo preventivo del Cremlino: il neo-isolazionismo americano dopo la ritirata dall'Afghanistan, la nuova lontananza politica tra Europa e Stati Uniti, la disunione all'interno della Ue. Il risultato è una capacità di resistenza ucraina imprevista e un conflitto per ora senza fine, con una pressione e una sollecitazione crescenti sulla popolazione russa, incoraggiando il dissenso a esprimersi e le velleità di opposizione a manifestarsi, fino alle forme più estreme.
Ma il vero segnale politico dell'attentato viene dalla scelta dell'obiettivo. Puntando a Dugin, infatti, non solo la bomba parla a Putin, ed entra nella cerchia più ristretta e informale del vertice di Stato, scarta le cariche più evidenti e più importanti del Paese, cercando la relazione decisiva per la recente trasformazione della Russia in soggetto separato e principio antagonista, nuovo centro di un contro-mondo. Ma rivelando Dugin come anima del potere putiniano, è come se l'attentato svelasse la dimensione culturale, filosofica, mistica della nuova pretesa imperiale di Mosca: per la ricongiunzione spirituale (e quindi inevitabilmente politica) dei popoli slavi nella nuova strategia eurasiatica che vedrà la Russia emergere come guida dall'esaurimento suicida dell'Occidente, dove la globalizzazione ha sostituito la tradizione e la democrazia degli uomini e dei numeri ha soppiantato il mito celeste.
C'è un'eco evidente di questa teoria nelle parole dell'ex presidente ed ex primo ministro russo Dmitri Medvedev, che torna a segnalarsi per le sue minacce indirizzate all'Occidente, come se volesse profilarsi per il dopo-Putin, o più probabilmente come se in una divisione dei compiti potesse dire apertamente quel che il leader della Russia deve tacere, per ragioni di Stato. Medvedev, che aveva già pubblicamente manifestato il suo "odio" per gli occidentali, oggi invita direttamente i cittadini europei a usare le urne "per esprimere il loro malcontento verso i governanti, chiamandoli e rendere conto e punendoli per la loro evidente stupidità". Siamo dunque a un'inversione della realtà, con l'esponente di spicco di un sistema illiberale che dà lezioni di democrazia ai liberi cittadini d'Europa (e in particolare d'Italia, visto il calendario elettorale del nostro Paese), chiamandoli a "punire" col voto le classi dirigenti.
Il dispotismo per definizione non conosce limiti, e dunque può pensare di dettar legge anche in Occidente. Ma questo nuovo pensiero russo ci interpella per almeno due ragioni. La prima è la valutazione di Mosca sulla permeabilità dello spazio politico e culturale europeo, la fragilità delle difese intellettuali e morali del nostro mondo, la debolezza - potremmo dire - della concezione occidentale in Occidente, nel nostro vissuto quotidiano. La seconda è evidentemente l'idea che si è radicata al Cremlino di una crisi decisiva della democrazia, come se fossimo alla fine del secolo democratico, confinando quell'esperienza dentro i confini del Novecento. La prova è la ferocia degli attacchi alla democrazia (e per corollario alla scienza, alla medicina, al sapere, all'esperienza e alla competenza) nei nostri Paesi, che porta gran parte della destra e un pezzo della sinistra a una sostanziale equidistanza nella guerra in Ucraina, come se i valori della libertà e del diritto calpestati nel Donbass non fossero i nostri, quotidiani.
Mosca, ecco la novità, non si sente affatto sola o isolata nella sua crociata contro la democrazia liberale. Oltre ai sovrani autocratici, dispotici e autoritari di mezzo mondo, può infatti contare sul vero e proprio disprezzo per la democrazia di parte delle opinioni pubbliche d'Occidente, quelle a cui si rivolge Medvedev, proponendo la Russia come modello di un universo capovolto. Siamo giunti a un punto limite: la sinistra dovrebbe riflettere sul fatto che la democrazia è l'unico ambiente possibile per giustizia, libertà e uguaglianza, anche se la rincorsa è infinita. La destra dovrebbe capire che non basta la scelta atlantica per dirsi occidentali, perché l'Occidente per fortuna non è solo un patto militare ma una civiltà all'insegna del diritto e dei diritti, garantiti dalle costituzioni nazionali e dal patto europeo.
Difendendo i valori occidentali noi difendiamo il nostro modo di vivere nelle sue aspirazioni più alte, nonostante i nostri errori. Difendiamo cioè noi stessi e lo spazio universale delle libertà liberatrici: soprattutto quando a Mosca sta per nascere una nuova moderna Internazionale, questa volta dell'antidemocrazia.