Ipnotizzati dalla guerra che ha creato una nuova spaccatura tra le due Europe, resuscitando l’Est e l’Ovest come soggetti politici contrapposti, rischiamo di non vedere l’altra linea di frontiera che attraversa il nostro continente dividendolo in due. La prima frattura è un fronte, quindi armato militarmente, con un aggredito e un aggressore impegnati in un conflitto geograficamente locale, ma in realtà universale perché chiama in causa categorie politiche e morali come la libertà, l’autonomia e l’indipendenza che interpellano i cittadini di ogni Paese. La seconda è una rottura ideologica, dunque armata culturalmente, che minaccia di separare l’Europa attraverso il conflitto tra due diverse concezioni della democrazia, apparentemente accettata da tutti, in realtà interpretata secondo due modelli contrastanti, uno di tradizione liberal-democratica, l’altro di sperimentazione neo-autoritaria.
È …
Ipnotizzati dalla guerra che ha creato una nuova spaccatura tra le due Europe, resuscitando l’Est e l’Ovest come soggetti politici contrapposti, rischiamo di non vedere l’altra linea di frontiera che attraversa il nostro continente dividendolo in due. La prima frattura è un fronte, quindi armato militarmente, con un aggredito e un aggressore impegnati in un conflitto geograficamente locale, ma in realtà universale perché chiama in causa categorie politiche e morali come la libertà, l’autonomia e l’indipendenza che interpellano i cittadini di ogni Paese. La seconda è una rottura ideologica, dunque armata culturalmente, che minaccia di separare l’Europa attraverso il conflitto tra due diverse concezioni della democrazia, apparentemente accettata da tutti, in realtà interpretata secondo due modelli contrastanti, uno di tradizione liberal-democratica, l’altro di sperimentazione neo-autoritaria.
È l’idea di democrazia che entra in conflitto con se stessa, l’universale democratico che tramonta, l’assoluto che invece di precedere la politica e dettarle la norma si riduce a credenza, relativa e parziale. La prima lezione del nuovo secolo è dunque un ribaltamento dell’illusione nata dalla caduta del Muro: la democrazia, invece di parlare al mondo come unica religione civile superstite dopo la vittoria sulle dittature, non solo rinuncia ad ogni pretesa egemonica sul piano culturale, ma deve fare i conti con un’alternativa che porta il suo stesso nome: la democrazia autoritaria.
Il modello è stato battezzato quattro anni fa da Vladimir Putin, che denunciando la debolezza delle forme di governo occidentali e l’esaurimento delle loro energie morali e spirituali ha teorizzato che la democrazia non deve per forza essere liberale. Da quel momento prende dunque forma un secondo canone, quello della democrazia illiberale, nato in Russia ben prima dell’invasione della Crimea ma capace di attraversare presto i confini e le alleanze. Il canone putiniano, infatti, tra gli altri convince il presidente turco Erdogan, autocrate membro della Nato, e il primo ministro ungherese Orbán, leader illiberale di un Paese che fa parte della Ue. Dunque il modello neo-autoritario di Mosca contagia l’Europa, e sbarca in Occidente.
Non si tratta, come si capisce bene, di costruzioni di laboratorio, ma della ricerca a posteriori di una moralità giuridica, una compatibilità costituzionale e una dignità politica per le forme di governo più o meno apertamente illiberali che regnano nella vecchia Europa. L’inseguimento della copertura lessicale democratica da parte di questi regimi è finito: oggi è piuttosto la democrazia che deve piegarsi fino a comprendere nel suo seno la negazione della sua stessa natura, perché i leader neo-autoritari hanno innestato la loro variante eretica sull’albero della credenza democratica tradizionale.
La fase non è scelta per caso. Logorata dalle tre crisi finanziaria, sanitaria, della rappresentanza, la democrazia non gode di buona salute, vede crescere attorno a sé disuguaglianze che la politica non riesce a ridurre, e soprattutto avverte che molte di queste disuguaglianze diventano esclusioni, contraddicendo lo stesso principio democratico. Trova così spazio una predicazione populista che scarica tutte le colpe della crisi sulla democrazia, denunciandola come una creatura del Novecento adatta solo ai periodi di redistribuzione, troppo gravata dal groviglio di regole che la appesantiscono e troppo debole per fronteggiare l’emergenza. Meglio puntare su un’identificazione totale tra il leader e il popolo, sull’unzione del voto, sull’esercizio pieno del comando con la sovranità che si dispiega libera da lacci e lacciuoli, senza più obblighi sovranazionali e vincoli di società: ognuno per sé, il leader per tutti e sopra ogni cosa la nazione che torna centrale, in un’Europa matrigna.
I due modelli sono antagonisti. Non solo: proiettano l’immagine di un ordine mondiale che ha profili contrapposti, due idee di Europa incompatibili, due concezioni dell’Occidente divaricate. È l’Ungheria che ha voluto testimoniare il secondo modello di democrazia dentro la Ue, dunque è Orbán che oggi incarna il principio europeo di contraddizione. Dopo mesi di contenzioso sullo stato di diritto (al cui rispetto sono condizionati i fondi europei) il caso è esploso con il voto di Strasburgo su un rapporto secondo cui l’Ungheria “non si può più considerare una democrazia”. Anzi, il Paese di Orbán è stato ribattezzato “autocrazia elettorale”: cioè uno Stato in cui si tengono le elezioni, sia pur falsate dal controllo totale dei media e dal pugno di ferro contro le opposizioni, ma il regime è illiberale e il leader ricava la propria autorità da sé stesso, negando il controllo di legalità da parte della magistratura, il controllo di legittimità da parte della Corte costituzionale, il controllo politico da parte del parlamento e il controllo sociale da parte della stampa libera.
Il nodo della democrazia viene dunque al pettine, per Orbán ma anche per la Lega e Fratelli d’Italia, che hanno votato contro il giudizio sull’Ungheria: se vincessero le elezioni, nei vertici europei questa sarebbe la posizione dell’Italia, capovolgendo la tradizione. La democrazia illiberale è estranea alla cultura europea, è contraria ai principi dell’Occidente che fortunatamente non è solo un’alleanza militare, ma una comunità di destino nata sul ripudio delle dittature, sulla scelta della democrazia, sui principi liberali, sullo stato di diritto come garanzia di libertà. L’estrema destra italiana si dimostra più vicina a Budapest che a Bruxelles, esposta alla tentazione putiniana con Salvini, orbaniana con Meloni, col rischio di trascinare un Paese fondatore della Ue come l’Italia ai margini dell’Unione, e di spostare il principio di contraddizione europeo a casa nostra.
Meloni è atlantista, a differenza di Salvini: ma entrambi possono dire di essere occidentali? Non è la Nato che definisce quell’identità (se mai la difende), ma la democrazia dei diritti e la democrazia delle istituzioni, nate dalle costituzioni ispirate ai valori liberali. Resta dunque un dubbio, capitale: il giorno dopo il voto, se vince questa destra, ci sveglieremo ancora occidentali?