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Il bivio dopo la vittoria

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Giorgia Meloni deve scegliere i tratti del suo governo che potrà essere reazionario o conservatore
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Il governo di Giorgia Meloni sarà reazionario o conservatore? Non è una differenza da poco, e mancano ancora gli elementi decisivi per capire. Sappiamo che ha vinto la destra. Ma non sappiamo che destra sarà. La candidata premier ha scelto il silenzio dopo il risultato elettorale e proprio la proporzione della sua vittoria svaluta le dichiarazioni dei suoi alleati che parlano per nascondere la perdita di peso e di ruolo dei loro partiti, ma non sono più in grado di determinare il profilo futuro dell'alleanza. Conta solo la scelta che farà la leader di Fratelli d'Italia. Di lei sappiamo che presiede il gruppo del Conservatori Europei e viene dal mondo del post-fascismo, prima esponente di quella storia politica estranea alla cultura costituzionale della repubblica ad arrivare a palazzo Chigi. Ma i giornali italiani (che ci spiegavano come fosse superata la distinzione tra destra e sinistra, proprio nell'anno dell'avvento della destra p…

Il governo di Giorgia Meloni sarà reazionario o conservatore? Non è una differenza da poco, e mancano ancora gli elementi decisivi per capire. Sappiamo che ha vinto la destra. Ma non sappiamo che destra sarà. La candidata premier ha scelto il silenzio dopo il risultato elettorale e proprio la proporzione della sua vittoria svaluta le dichiarazioni dei suoi alleati che parlano per nascondere la perdita di peso e di ruolo dei loro partiti, ma non sono più in grado di determinare il profilo futuro dell'alleanza. Conta solo la scelta che farà la leader di Fratelli d'Italia. Di lei sappiamo che presiede il gruppo del Conservatori Europei e viene dal mondo del post-fascismo, prima esponente di quella storia politica estranea alla cultura costituzionale della repubblica ad arrivare a palazzo Chigi. Ma i giornali italiani (che ci spiegavano come fosse superata la distinzione tra destra e sinistra, proprio nell'anno dell'avvento della destra più estrema della storia repubblicana) hanno deciso che questa eccezione non conta, non serve un vero chiarimento, come se il nodo del giudizio sul fascismo non avesse nessuna rilevanza per un Capo di governo, perché il ventennio è stato amnistiato d'ufficio, in corso d'opera. Tocca dunque a Meloni definire se stessa e il suo ministero: decidendo nello stesso tempo una raffigurazione, una fisionomia e un carattere per la destra italiana del nuovo secolo.


Per la prima volta, infatti, passa di mano non solo lo scettro di comando all'interno della destra ma qualcosa di più, due potestà immateriali costitutive dell'autorità carismatica di Silvio Berlusconi, per trent'anni. La prima consiste nel potere di coalizione, che il Cavaliere esercitava fino al punto di radunare intorno a sé gli opposti conciliandoli, come nel caso di Bossi e Fini, e che oggi ha perduto perché l'egemonia interna all'alleanza ha cambiato leader e partito, addirittura precedendo l'esodo del consenso. La seconda potestà è la vera prerogativa sovrana perché si realizza nel potere di definizione, cioè nella facoltà di dare il nome alle cose e di interpretare i fenomeni, battezzandoli nella loro traduzione politica. Qui il compito è più arduo perché si tratta di sostituire l'immaginario mitologico berlusconiano, creato e moltiplicato dall'impero mediatico del leader, nella confusione tra la politica e l'azienda e soprattutto tra la vita e la televisione. Il Berlusconi imprenditore attrezzava perfettamente il Berlusconi politico a costruire dal governo il palinsesto della vita quotidiana in Italia: mentre Meloni deve inventare e interpretare un nuovo racconto. In più il paesaggio politico in cui è nata e cresciuta non è spendibile come orizzonte contemporaneo, e può essere evocato solo come un'eco lontana, un richiamo clandestino, un deposito segreto di memorie per iniziati.


Poiché il primo comandamento di ogni buon conservatore, a qualunque latitudine, è la capacità di riconoscere la funzione della tradizione, individuandone gli elementi fondamentali e facendoli vivere almeno come riferimento nella vicenda quotidiana, la leader di Fratelli d'Italia rischia di arrivare alla guida del Paese senza avere a portata di mano una tradizione riconoscibile e soprattutto commerciabile politicamente, non scaduta: una storia collettiva fatta di memoria, leggenda, usanze e consuetudini, vissuta e frequentata personalmente. Prima premier donna, Meloni segna con questo primato un'indubbia innovazione di sistema, ma legata e limitata alla sua persona, mentre denuncia la mancanza di riferimento a un'esperienza comune in cui si riconosca gran parte del Paese. Dovrà dunque prendere a prestito una tradizione altrui, per poi interpretarla e aggiornarla con la sua leadership, costruendo giorno per giorno attraverso il governo un legame tra la vicenda del Paese che sceglie come riferimento e la realtà contemporanea.


La complicazione nasce dal fatto che l'Italia non ha mai avuto una moderna cultura conservatrice, di stampo europeo; mentre in Europa, appunto, i partiti della destra di governo hanno sempre alzato una barriera politica e culturale nei confronti dei movimenti di eredità post o neo fascista, definendo così con nettezza il confine di separazione tra la destra repubblicana e la destra estrema nostalgica. Naturalmente c'è sempre la possibilità di pescare nella parte più conservatrice del bazar culturale democristiano, ma questa scelta suggerirebbe di guardare al Ppe come approdo europeo, scelta a tutt'oggi contronatura per una protagonista estrema e irregolare della scena politica come Meloni. Insomma, com'è difficile diventare davvero conservatori, soprattutto quando dall'opposizione si passa al governo, cioè alla prova dei fatti.


Se invece Fratelli d'Italia decidesse di imporre una curvatura reazionaria alla sua leadership l'armamento culturale si indirizzerebbe contro i diritti, penalizzando dal punto di vista civile i soggetti e le categorie direttamente interessate, ma facendo retrocedere l'intera società perché i diritti ampliando la sfera della libertà aumentano la cifra della qualità democratica dell'intero Paese. Una destra reazionaria si avvicinerebbe inoltre alle posizioni No Vax, negando la scienza in nome di una presunta libertà personale, e rilancerebbe una politica xenofoba contro l'immigrazione. Ma questa scelta pare oggi improbabile, perché dividendo il Paese rischia di sollevare forti tensioni sociali e soprattutto perché risponde più al populismo cristianista di Salvini che al nazionalismo sovrano di Fratelli d'Italia. Aggiungiamo il dato più importante: l'Italia con ogni probabilità non è disponibile ad una interpretazione reazionaria di sé che dividerebbe il patrimonio elettorale di Fratelli d'Italia e solleverebbe un movimento di minoranze ribelli, collegate tra loro. Oltre naturalmente a spingere l'anomalia reazionaria italiana ai margini dell'Europa.


Più probabile che Meloni peschi giorno per giorno nel conflitto di costumi, credenze e abitudini quegli elementi d'italianità che vuole difendere, costruendo sul campo una tradizione. E fondi la nuova identità del suo governo su due scelte fondamentali e tra loro coerenti, l'appoggio convinto all'Ucraina per l'aggressione russa, e il legame con l'America attraverso la Nato. Nei calcoli della futura premier questa collocazione internazionale dovrebbe consentire al governo di avere le mani libere dispiegando la sua critica alla Ue, con una sorta di obiezione permanente nel cuore dell'Europa da parte di un Paese fondatore, schierato più con Visegrad e Budapest che con Bruxelles e Parigi: atlantismo, dunque, ma non occidentalismo, in una mutilazione politica e culturale dell'identità tradizionale della nostra repubblica, avviando un'inedita stagione di tensioni con l'Europa. Il secondo fronte sarà interno, con la modifica della Costituzione e il presidenzialismo, chiudendo la stagione della prima repubblica antifascista per entrare nella seconda, neutra culturalmente, sbilanciata dal punto di vista dei poteri, pronta a rafforzare la potestà decisionale di comando dell'eletto dal popolo.


Tra l'ipotesi conservatrice e quella reazionaria, Meloni potrebbe cioè scegliere una terza via, con un cambio di sistema. Il populismo si alimenta di semplificazioni e contraddizioni: ma si può essere conservatori e rivoluzionari al tempo stesso?