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Il canone occidentale

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Garton-Ash su Repubblica ha lanciato l'allarme: in molte democrazie mature è in atto una normalizzazione dell'estrema destra anti-liberale. E così il sovranismo crea nuova confini
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Esiste un canone occidentale del nuovo secolo? Si può ricorrere a un criterio di misura, a un metodo, un sentimento pubblico in grado di raccogliere gli elementi fondamentali e universali della democrazia, e di valutare le tentazioni, gli scostamenti e i tradimenti dell'epoca? Timothy Garton Ash su Repubblica ha posto il tema e ha lanciato un allarme: "Il più grande dei poteri è stabilire cosa è considerato normale. Se sei in grado di persuadere gli altri che il tuo modo di fare è normale, hai vinto. La versione occidentale, liberal-democratica della normalità è prevalsa a lungo, ma ora è sotto assedio. Al momento in molte democrazie mature è in atto una normalizzazione dell'estrema destra anti-liberale. È di vitale importanza continuare a ribadire che le sue prassi non rientrano in una normalità accettabile". Potremmo dire, rovesciando Carl Schmitt, che in epoca di sovranismo sovrano &egrav…

Esiste un canone occidentale del nuovo secolo? Si può ricorrere a un criterio di misura, a un metodo, un sentimento pubblico in grado di raccogliere gli elementi fondamentali e universali della democrazia, e di valutare le tentazioni, gli scostamenti e i tradimenti dell'epoca? Timothy Garton Ash su Repubblica ha posto il tema e ha lanciato un allarme: "Il più grande dei poteri è stabilire cosa è considerato normale. Se sei in grado di persuadere gli altri che il tuo modo di fare è normale, hai vinto. La versione occidentale, liberal-democratica della normalità è prevalsa a lungo, ma ora è sotto assedio. Al momento in molte democrazie mature è in atto una normalizzazione dell'estrema destra anti-liberale. È di vitale importanza continuare a ribadire che le sue prassi non rientrano in una normalità accettabile". Potremmo dire, rovesciando Carl Schmitt, che in epoca di sovranismo sovrano è chi definisce la nuova normalità, spostando il limite tra ciò che è incompatibile e ciò che è accettato nel sentire comune in movimento, e fissando il nuovo confine.


Nel tempo dominato dall'emergenza, con la crisi finanziaria più lunga del secolo accompagnata dalla prima pandemia universale della modernità, e infine seguita dalla guerra in Europa, la normalità deve fare quotidianamente i conti con l'eccezione, la regola entra in tensione e l'irregolare guadagna spazio nelle nostre abitudini. La congiuntura delle tre crisi non preme soltanto sul sistema stremato e sulla sua capacità di governo dell'inconsueto, ma arriva a toccare il nucleo fondamentale della nostra vita associata, cioè la sostanza della democrazia. Per settant'anni, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ci siamo convinti che la democrazia liberale riconquistata fosse semplicemente la natura definitiva della società occidentale e della sua traduzione politica e istituzionale. I termini "liberal-democrazia" e "occidentale" si sostenevano e si sostituivano a vicenda, componendo un'identità morale e non soltanto politica. Oggi scopriamo dai leader neo-autoritari che quel modello dopo aver sconfitto i totalitarismi è rifiutato anche nel nostro continente, viene giudicato obsoleto, scarsamente efficace, esaurito e quindi sostituibile con una cultura politica sedicente democratica nella forma, illiberale e dispotica nella sostanza.


Ma la natura di un sistema, l'identità e la storia di un mondo, possono andare in minoranza? Evidentemente sì, visto che si stanno preparando a farlo. Finora davanti alla sfida dei nazionalismi e dei sovranismi quel sistema e quel mondo hanno retto nella convinzione diffusa e condivisa che l'Europa politica non fosse soltanto un soggetto geografico impersonato da una moneta comune, ma un'unione di Paesi costruita sulla base di valori di libertà e di principi di legalità e solidarietà definiti dalle costituzioni del dopoguerra. Era il vincolo democratico. Esisteva cioè un'identità consapevole che riconosceva le sue radici nella ripulsa delle dittature, derivava la sua legittimità dalla resistenza armata ai fascismi, si riconosceva nelle istituzioni come forma organizzata della libertà riconquistata dello Stato. Noi eravamo questo, e questo faceva parte del sentimento repubblicano di patria, e del concetto moderno di nazione.


Questa identità culturale si sta sfarinando. Una banalizzazione insistita del fascismo ha cambiato la cornice interpretativa del fenomeno riducendolo a incidente della storia, col risultato che la democrazia non nasce più da un rifiuto del regime come atto fondativo ma s'insedia nella neutralità di un assestamento naturale del dopoguerra, senza una presa di coscienza morale del passaggio dalla dittatura alla libertà e senza una cultura repubblicana di riferimento comune. C'è da stupirsi se nella crisi della politica, nel risentimento verso la cosiddetta casta, nell'odio per le élite, nell'inedita gelosia del welfare e nell'egoismo dei diritti davanti alle nuove povertà e al senso di esclusione, la destra è passata a riscuotere il suo consenso impaurito, ribelle e antagonista? Anzi, la destra più radicale e quindi più estranea alla "casta". Una destra dove la componente moderata e cosiddetta liberale ha perso la partita che non ha mai giocato fino in fondo, lasciando campo libero all'energia politica e contro-politica di Giorgia Meloni.


Il risultato è un governo di destra estrema, nel mezzo dei Paesi costitutivi dell'Unione Europea, nel cuore dell'Occidente. Con un'identità alternativa talmente marcata che la premier può ostentatamente tacere nel giorno del centenario della Marcia su Roma, senza che il Paese le chieda conto del silenzio. Con una politica interna conseguente nell'uso dei migranti come pericolo pubblico per inscenare la "difesa dei confini". E con una politica estera dalla geografia immaginaria, che apre la tenzone europea con la Francia, riceve i complimenti da Orbán, indebolisce l'atlantismo personale della presidente del Consiglio con il filoputinismo sommerso di Salvini e Berlusconi. Ma tutto sembra, appunto, "normale". Perché si sta dispiegando la grande "normalizzazione" denunciata da Garton Ash, per accogliere senza domande e senza rilievi la prevalenza di una destra al cubo sui principi liberali e occidentali. Stanco di guerra, il sistema sembra voler liquidare l'esperienza dell'antifascismo come fonte del patto repubblicano, per inaugurare finalmente la stagione neutra di una Seconda Repubblica dove tutti i gatti siano grigi: e chi vede il nero è daltonico.


A questo punto, visto che nessuno le chiede un giudizio definitivo di distacco dal mondo da cui proviene, per capire qual è oggi il modello di democrazia a cui fa riferimento per il futuro dell'Italia, Giorgia Meloni farà la mossa del cavallo: incassato il sostegno senza obiezioni dell'establishment politico, imprenditoriale e intellettuale, rifiuterà nei fatti l'eccesso di normalizzazione, per marcare invece l'anomalia, l'alterità e la differenza della sua avventura. Convinta che nell'esperimento di questa destra estrema, oggi, e nella spinta d'opinione per una rottura della storia, l'eccezione faccia premio sulla normalità.