Sinistra, cosa manca all'opposizione
di Ezio Mauro , di Ezio MauroQualcuno dovrà avvertire la sinistra italiana che la campagna elettorale è finita, e teoricamente è incominciato il tempo dell'opposizione. Dunque si è chiusa la fase in cui ogni partito si muove da solo e pensa per sé, puntando esclusivamente a massimizzare il consenso: l'ha conclusa Giorgia Meloni, riportando un chiaro successo contro lo schieramento opposto (diviso e anzi lacerato al suo interno) e anche nei confronti dei suoi alleati concorrenti.
Il risultato è l'insediamento al governo della destra più estrema della storia repubblicana, che non cerca di mimetizzarsi omologandosi al centro ma ritiene maturo il tempo per dispiegare la sua identità alternativa: non solo per occupare il potere ed esercitare il comando, ma per lanciare un'offensiva culturale basata sul nuovo pensiero di destra. È la sfida per l'egemonia, appena incominciata.
Si tratta di qualcosa di inedito, nelle forme, nelle ambizio…
Qualcuno dovrà avvertire la sinistra italiana che la campagna elettorale è finita, e teoricamente è incominciato il tempo dell'opposizione. Dunque si è chiusa la fase in cui ogni partito si muove da solo e pensa per sé, puntando esclusivamente a massimizzare il consenso: l'ha conclusa Giorgia Meloni, riportando un chiaro successo contro lo schieramento opposto (diviso e anzi lacerato al suo interno) e anche nei confronti dei suoi alleati concorrenti.
Il risultato è l'insediamento al governo della destra più estrema della storia repubblicana, che non cerca di mimetizzarsi omologandosi al centro ma ritiene maturo il tempo per dispiegare la sua identità alternativa: non solo per occupare il potere ed esercitare il comando, ma per lanciare un'offensiva culturale basata sul nuovo pensiero di destra. È la sfida per l'egemonia, appena incominciata.
Si tratta di qualcosa di inedito, nelle forme, nelle ambizioni e nella radicalità di una controcultura alternativa e concorrente. Avevamo già conosciuto destre padrone del campo. Ma Berlusconi diffondeva un modello, non una cultura, si basava sulla prassi piuttosto che sulla teoria, la pervasività della sua predicazione era affidata a un palinsesto più che a un pensiero. Il Cavaliere operava con le sue tv una re-interpretazione del reale, distribuendola nella solitudine repubblicana del tinello italiano.
Meloni incarna un iper-realismo di destra, accentuando l'alterità di Fratelli d'Italia e del suo governo, e soprattutto sottolineando "l'irregolarità" della sua storia d'origine, come garanzia di differenza e di non omologazione al sistema, sul modello populista di Trump.
Potremmo dire che a destra in pochi anni si è verificato un cortocircuito da manuale: l'egolatria di Berlusconi che lo ha portato ad allargare il suo consenso fuori dalle regole e oltre il recinto tradizionale di destra ha anticipato l'avventura di Trump; ma oggi l'erede europea del sovran-populismo trumpista è la presidente del Consiglio, che non a caso allinea l'underdog italiano al forgotten man americano, con la destra lanciata in una caccia fruttuosa agli esclusi, di qua e di là dell'oceano.
E la sinistra che fa? Intanto non è chiaro cos'è la sinistra italiana oggi. Neppure questa destra arrembante con il suo estremismo la definisce, almeno per differenza. Le categorie centenarie non aiutano: il massimalismo storico si è ridotto a un antioccidentalismo residuale che vede l'imperialismo solo a Washington e non a Mosca; il riformismo è stato velocemente sostituito dall'opportunismo tattico, con il Terzo Polo interessato soltanto a trovare uno spazio per giocare tra le linee, sfuggendo alla logica dei campi e a un'identità certa.
Sotto la guida di Conte che lo ha miracolato elettoralmente salvandolo dal baratro, il M5S oggi si auto-definisce "progressista" e non di sinistra, probabilmente in memoria dell'alleanza con Salvini stipulata non per necessità ma per scelta: il risultato per il movimento è un'identità determinata dalla posizione, non dalla convinzione e tantomeno dalla tradizione.
Di incertezza in incertezza, si arriva al Pd, imprigionato nel suo ultimo paradosso: come se dovesse confermare anche nella disgrazia la sua vocazione di country party, il partito ha infatti importato al suo interno tutta la crisi del sistema, auto-rappresentandosi come capro espiatorio dell'intera difficoltà della politica, col risultato di passare dall'esperienza di responsabilità generale nei mesi del governo all'esperimento sacrificale esclusivo nei giorni dell'opposizione.
Opposizione che ancora non si vede, anche perché questa concentrazione del negativo nel solo Pd ha consentito alle altre forze battute nel voto di eludere il confronto interno, rinviando ogni riflessione, qualsiasi obiezione, tutte le opzioni di revisione, persino una discussione generale.
Anche nel Pd il dibattito non riesce ad aprire una vera fase costituente, nello sbando tra ipotesi di cambio del nome e velleità di scioglimento, senza accorgersi che la questione del destino si sta riducendo burocraticamente a un problema neppure di leadership, ma di governance, con ogni passione spenta, come se si dovesse tenere un congresso nel giorno delle Ceneri.
È il frutto di quella che potremmo chiamare la coazione procedurale: il Pd invece di operare nel vivo della società è eternamente sospeso tra un confronto interno e un appuntamento statutario, e a ogni problema sollevato dai cittadini reagisce offrendo non una risposta, ma una procedura.
Tutto corretto, ma per un partito a sangue freddo, non per una forza che ha la sua missione nella continua promessa-condanna al cambiamento. Manca una cornice drammatica, all'altezza del rischio di futuro che la sinistra sta correndo, e consapevole della sfida che questa destra oggi impersona.
Sia pure in minoranza, c'è spazio per una moderna sinistra di governo europea, occidentale, risolta, non ideologica, che punti sul lavoro come leva sociale, sulla democrazia liberale come orizzonte culturale, sull'alleanza tra emancipazione e innovazione come energia di riferimento.
E c'è un popolo disperso che nonostante tutto custodisce nell'animo e nella volontà un sentimento di appartenenza e di condivisione con la presenza storica della sinistra, con le sue ragioni, la sua tradizione e la sua promessa di libertà e giustizia.
Il problema è che quel popolo rappresenta sempre più la somma di presenze individuali, con motivazioni singole e storie separate che faticano a sommarsi in una causa comune: uomini e donne che in realtà oggi votano per se stessi, per confermare una fedeltà, per testimoniare un'identità che non vogliono tradire, ma nella vera solitudine dei numeri primi. Mentre tutt'attorno rinsecchiscono le agenzie culturali che ricreavano e animavano il paesaggio simbolico di riferimento, e strutturavano un'opinione di sinistra portandola a competere con il senso comune del Paese.
La chance dunque è oggi, e disperderla non sarebbe un errore, ma una colpa storica. Ma proprio per questo un congresso ridotto a cruciverba correntizio rischierebbe di essere letale, quando invece bisogna spalancare il partito.
Ma qui nasce la vera domanda: il Pd è contendibile? Oppure oltre le contrapposizioni interne le correnti coprono con la loro rete intrecciata tutti gli ingressi, le porte, le finestre e ogni varco possibile? Le energie esterne teoriche, se bussano, possono entrare? E la classe dirigente è ancora in grado di operare un reclutamento nella società?
Viene in mente Nenni nel 1922, prima del naufragio, quando vede la sinistra "avviarsi al disastro con gli occhi bendati: non discute i fatti, non valuta il rapporto di forze, gioca con le parole, costruisce edifici di frasi, offre lo spettacolo dei dottori della Chiesa che disputano sui sacri testi, mentre il loro mondo va in rovina".